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Nabokov, infanzia perduta

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Stefano Lecchini

Chiunque si avventuri oltre la soglia di «Parla, ricordo» (Adelphi ne ha appena ristampato non l’edizione originale del 1951, ma la stesura accresciuta mandata fuori sedici anni più tardi), avrà l’impressione di scivolare, a cavallo della felicità, lungo quella «spirale colorata» racchiusa «in una biglia di vetro», che è stata la vita di Vladimir Nabokov. Come sappiamo dal «Sebastian Knight», Nabokov non si illudeva di poter attingere il vero volto di un’esistenza, di qualsivoglia esistenza - fosse anche la propria. Così, quanto più l’autore sembra volerci convincere che quel che stiamo leggendo è solo la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità, mentre veniamo risucchiati dal vertiginoso caleidoscopio, dalla meravigliosa lanterna magica che ogni pagina di questo libro fa balenare davanti ai nostri occhi rapiti, non possiamo non avvertire il sorriso sornione e smagato di chi non ignora che provare a cimentarsi sul terreno della biografia o, come qui, dell’autobiografia significa, essenzialmente, commerciare coi fantasmi (e il tocco compostamente beffardo di quella sprezzatura che nasce dal disincanto è uno dei registri più originali di questa voce incantata). Eppure, non molti anni prima di concepire due capolavori come «Lolita» e «Fuoco pallido», Nabokov venne assalito da un furibondo desiderio di ritrovare e rivivere, «nei momenti più alti della propria coscienza» - con la precisione, l’esattezza e la lucidità della veglia, dunque, e non nel confuso vagheggiamento del sogno -, gli anni favolosi (che in quanto tali erano pertanto già sogno) dell’infanzia e dell’adolescenza: fino al momento in cui qualcosa di atroce, nell’ottobre del 1917, non ne mandò in pezzi, per sempre, il sapore e la magia peculiari. Ecco: se non sarà possibile conoscere il vero volto delle cose, si potrà almeno provare a richiamarne il sapore? Tutto, in quel 1904 o 1905 o 1908 o 1911, scorre davanti al microscopio o al cannocchiale mnemonico di Nabokov con i bagliori e i riflessi di un’inestimabile aura favolosa. Come ne «Il dono», quest’aura circonfonde ogni dettaglio: gli inverni nevosi e lunghissimi, da ottobre ad aprile, nel grande palazzo, lungo i viali e nei giardini di San Pietroburgo, e le estati luminose nelle tre tenute di campagna, fra il verde e i muschi dei sentieri e dei boschi, a caccia delle amatissime farfalle; poi, perduto il Paradiso, la fuga in Crimea, Costantinopoli, Cambridge, Berlino, Parigi, l’America... Ma ne sono investite anche le figure della famiglia, e di coloro che le ruotano attorno: la madre, i fratelli, gli zii, i cugini, il padre, famoso giurista discendente da lombi di antico lignaggio nobiliare ma animato da una coscienza liberale che gli costerà l’esilio, dopo la Rivoluzione d’ottobre, e la morte, nel tentativo di far scudo, col corpo, a due pallottole fasciste destinate a un suo amico - e infine gli istitutori, le governanti, le domestiche, i portinai, gli chaffeur... Mentre scruta e degusta i dettagli, Nabokov non dimentica mai di inseguire quell'«evoluzione dei disegni tematici nel corso di una vita» che è il vero nucleo - impossibile - di ogni biografia. Per rendere meno impossibile questo impossibile - ossia per goderne più a fondo i disegni anche senza afferrarne la verità dei temi -, per portare altresì a compimento l’impresa disperata di possedere l’intangibile (perché il passato ormai è intangibile, e in questo passato sono rinchiuse anche tutte le persone che abbiamo perduto - il papà, la mamma, e quella ragazzina che avevamo amato prima che il nostro disordine sentimentale e sessuale ci portasse infinitamente lontano da lei), Nabokov è consapevole che occorra un solo strumento: il potere visionario, illuminante dell’arte. Solo «la luce della lampada dell’arte», e non le mediocri osservazioni sperimentali della psicoanalisi, della sociologia e della genetica (su cui il libro lascia cadere alcune gocce di accurato disprezzo), può far sì che il passato resusciti e risplenda nel nostro presente. Così Nabokov, che fin da bambino comincia ad aborrire gli scopi tediosamente istruttivi di certa espressione artistica, pensa che per tratteggiare quella spirale arcobaleno che è la sua vita e restituirne l’individualità irriducibile (l'eleganza suprema di una solitudine intesa a preservare l’autentico dall’aggressione della greve inautenticità dilagante), serva fare il vuoto attorno a sé e dentro sé - come quando, negli anni d’Inghilterra, giocava in porta allo scopo di estraniarsi dalla zuffa della partita, e abbandonarsi al paesaggio e alle sue incessanti rêveries. L’Io attuale dovrà evaporare in una specie di sinestesia senza confini, e lasciarsi invadere, arrangiandoli con mirabile musicalità di fraseggio, da tutti i colori, da tutte le forme, da tutte le sfumature, da tutti i riverberi che il mondo secerne in quel preciso momento - e dalle loro corrispondenze infinite. A differenza di Proust, Nabokov dice di non credere che l’arte debba reinventare e trasfigurare il passato: perché ogni trasfigurazione sarebbe un impietoso attentato alla limpidezza e alla giustezza della memoria; e il ricordo non parlerebbe più. Solo così, seduto sull'altra riva dell’Oceano, si può illudere di uscire dal trascurabile inciampo del tempo: «Un senso di sicurezza, di benessere, di tepore estivo pervade la mia memoria. Quella realtà vigorosa riduce il presente a un fantasma. Lo specchio trabocca di luce; un calabrone è entrato nella stanza e va a sbattere contro il soffitto. Tutto è come deve essere, niente cambierà mai, nessuno mai morirà».
Parla, ricordo - Adelphi, pag. 364,  23,00

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