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Mattioli illumina il Labirinto della Masone

Paesaggi, nudi e nature morte

Mattioli illumina il Labirinto della Masone
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Hanno distillato il fior fiore delle opere di Carlo Mattioli per realizzare una mostra raffinata, costellata di preziose riscoperte, degna della raffinatezza del luogo che l’accoglie: il Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci, dove resterà aperta fino al 24 settembre. Questa iniziativa corona e completa il prestigioso intervento di Ricci nella redazione dello splendido «Catalogo generale dei dipinti di Carlo Mattioli», presentato nel dicembre scorso con immagini di seducente bellezza. Qui, alla Masone, i dipinti esposti sono una sessantina di cui molti inediti, scelti con sensibilità ed acume da Sandro Parmiggiani e da Anna Zaniboni Mattioli, che con grande passione e abilità ha realizzato il documentatissimo Archivio del nonno. Tra le intriganti curiosità della rassegna si segnalano anche quattro ritratti di Morandi e cinque Cestini dal Caravaggio. La colta e quieta atmosfera della Masone – dove «galleggia la dolcezza del bambù nel mattino trasparente del mondo» - contribuisce a creare un singolare, intimo rapporto con le opere suddivise per sensibilità tematica e non per periodi cronologici, anche perché il linguaggio di Mattioli è stato di una assoluta originalità e di una rigorosa coerenza, senza seguire correnti e movimenti codificati – anche se talvolta ne ha avvertito gli echi – muovendosi in un ambiente di poeti e letterati, «genio autentico» che ha sempre usato proprie risorse. E l’impatto è subito coinvolgente facendoci immergere in quel paesaggio che per lui non è mai stato un luogo da riproporre naturalisticamente ma da cogliere nella vitalità più segreta, nelle gioiose manifestazioni, nelle sottili inquietudini: un paesaggio descritto come luogo dell’anima in una sospensione che incanta. Il «Campo di lavanda» è una inebriante distesa di fresche fragranze fra scenari verdeggianti; le ginestre sono un’esplosione di sorrisi, di fiducia su terreni impervi; le «Aigues mortes» affiorano lente insinuandosi nel terreno verdeggiante in una magia di inquietante bellezza. Le maggiori sorprese arrivano dai ritratti con vari inediti capolavori. «I ritratti di Mattioli – ha scritto Cesare Garboli – sono dipinti («scritti») fra l’affetto e il dileggio: non sono «caricature» ma introspezioni fulminee, «saggi critici» che investono la psicologia (nella sua totalità) e il segreto di una persona, la contraddizione che la fa esistere». Giorgio Soavi ha paragonato la sua figura e la sua pittura a quella di Toulouse Lautrec, «e i colori sembrano gli stessi». Sfilano tanti volti noti di pittori amici, contrassegnati da un’energia creativa che assorbe anima e fisionomia: Ubaldo Bertoli con la sua classica sciarpa; Renato Guttuso intento a dipingere; Atanasio Soldati con basco nero e una vistosa sciarpa gialla davanti a tele informali. E il giallo elettrizza un meditativo Roberto Longhi in giardino avvolto in un’atmosfera ovattata di verde: un capolavoro questo poco conosciuto come il ritratto longilineo di Morandi immerso in una chiara atmosfera lattiginosa che ricorda le tenui tonalità della sua pittura. Non poteva mancare Anna, la nipotina che ha portato gioia nella sua vita, come rivela il celebre «Autoritratto con Anna » del 1982, dove l’artista si è raffigurato mentre tiene in braccio la bimba che affettuosamente si aggrappa a lui e sembra guardarci con occhi stupefatti mentre il volto austero del nonno si distende di tenerezza: i due escono da uno sfondo scuro, informe, che lacerano con la loro umana intensità. Il paesaggio torna nell’ultima sezione con gli alberi che appaiono solitari in alcune tele, sempre diversi per forma e contesto così da non lasciarsi mai catturare in un significato univoco. A volte si fondono strettamente col paesaggio in un’unica tenera tensione, altre se ne staccano mostrando orgogliosamente le loro chiome primaverili. La natura viene espressa nella concretezza materica e poetica concentrata in un ampio spazio libero, indefinito che vibra nelle larghe campiture. Nei Cestini ripresi da Caravaggio la frutta e le foglie sprigionano una densità umorale che contrasta con la rarefatta atmosfera in cui sono immerse. Le nature morte e i nudi sono i soggetti nei quali Mattioli più si avvicina all’informale nella disgregazione formale e nell’uso di un segno materico significante: materia e colore si fondono in un’unica lirica emozione estetica, infrangendo i rigidi confini fra l’arte astratta e l’arte figurativa. Mattioli (1911-1994) è stato anche uno straordinario disegnatore tanto da meritarsi il primo premio nella Biennale del 1956. Questo particolare aspetto viene approfondito nella rara, singolare mostra in corso a Parma nella Biblioteca Palatina, dove fino al 22 settembre sono esposti i disegni eseguiti per illustrare libri di Stendhal, Balzac, Garcia Lorca, poesie di Petrarca, Leopardi, pagine della Divina Commedia, degli Epigrammi erotici. Mattioli, uomo di cultura, è stato un lettore attento, appassionato e questo l’ha stimolato a trarre materia di raffigurazione dalle emozioni che il suo animo riceveva e che interpretava con grande libertà. Nel corso del tempo le sue rappresentazioni sono diventate più pittoresche con dilaganti stesure di nero e di rosso. Negli anni Cinquanta ha lavorato anche per il teatro disegnando costumi e scenografie di cui abbiamo alcuni brillanti esempi. Particolare curiosità destano i bozzetti di scene e costumi realizzati per l’«Incendio al Teatro dell’Opera» di Georg Kaiser, allestito nel 1950 dal Piccolo Teatro della Città di Parma, che ha notevolmente contribuito alla diffusione della cultura teatrale nella nostra città, e per «Attese» un testo «rimasto sconosciuto» di Attilio Bertolucci.

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