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Rastelli, genio dall'anima grande

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Caro Giuliano, come la Gazzetta ha puntualmente annunciato, l'Associazione Medici Cattolici italiani, col patrocinio del Comune, ha desiderato e scelto di intitolare la sezione di Parma a un nome che ci teniamo caro e compitiamo con mai sopita condivisione: il cardiochirurgo Giancarlo Rastelli, nostro fratello in parmigianità, morto giovane sulla breccia a soli 36 anni nella famosa clinica Mayo di Rochester nel Minnesota, caposaldo di ogni ricerca d'avanguardia. Giancarlo aveva intuito, messo a punto e praticato con perizia e dedizione sorgiva quelli che i tecnici definiscono «Rastelli 1» e «Rastelli 2», rivoluzionari interventi chirurgici nei casi di trasposizione dei grandi vasi. A dirla in parole improvvisate, operazioni di suprema idraulica cardiaca che hanno tratto in salvo, da subito e ancora oggi nei teatri chirurgici del mondo, migliaia di bambini cardiopatici: tutti infanti dal cuoricino piccolo come un ovetto e destinato, senza i metodi Rastelli, a languire e spegnersi in un soffoco. Io non ho conosciuto il nostro Rastelli e tuttavia ne vanto la conoscenza di rimbalzo, seguitando ad ammirare la limpida storia che lo disegna  e le intraprese che non ritenne mai paghe di se stesse, ma sempre antefatto di un nuovo meglio in assoluto favore della sofferenza. Gian, come lo chiamavano cameratescamente anche in America, ha dovuto cedere molto anzitempo a un male non più negoziabile, affrontato senza angosciosi cedimenti, ma ben diritto, in piedi e col sorriso aperto, per consegnarsi fino all'ultimo ai tassativi doveri di un medico. Quali doveri, quali obblighi? Gian li interpretava così, e questo fu il suo credo: Intelligere per prodigarsi, non abdicare davanti all'enfasi del male, arginare le nefaste incursioni del dolore e in fine riproporsi a ragion veduta quale interventista rifinito e aggiornato dalla ricerca e dalla volontà quotidiana di giustificarsi come doctor faber che non ha indossato la medicina per farne un rango retribuito, ma che della scienza si è permeato per rialzare chi chieda, talora senza neanche voce, di non soccombere. Il nostro Gian Rastelli ha studiato da samaritano. Ed è stato un San Martino laico, determinato a offrire gran parte del suo mantello (quasi tutto) in favore di quanti - moltissimi e tutti accolti con l'abbraccio - gli rivolgessero lo sguardo avido di speranza. Di più ancora: Gian, che morendo da forte ha lasciato una bimba (Antonella, oggi valente medico nel Washington ospita di Saint Louis nel Missouri e studiosa dell'osteoporosi), è stato anche padre multiplo e ancora lo è di quei bambini tratti in salvo, ovunque nel mondo, dalla sua innovatrice sapienza chirurgica. Sono sicuro che Gian li abbia riguardati tutti così: «Questo inerme piccolino, questo batuffolo pulsante mi sia figlio e io gli diventi padre aprendogli il cuore per restituirlo ai doveri fisiologici. Sia mio compito agire con competenza e dedizione, con impegno sul campo e intimo - molto intimo - obbligo di riuscire e risolvere». Vincere per conto terzi, ecco una massima adeguata. Vincere perché a un chirurgo spetta sempre di confermare: ogni prossimo in ambasce è carne della mia carne.
Gian, forbito miniaturista dei minuscoli cuori avariati è cresciuto tra noi nella fede cristiana, assiduo partecipe della spiritualità in San Rocco, storica chiesa e laboratorio teologico della Compagnia di Gesù. E ogni bambino malato, steso sul tavolo operatorio, gli è parso un piccolo crocifisso a cui rimuovere i chiodi con dolcezza e in punta di bisturi. Una causa di beatificazione lo sta riguardando e noi facciamo conto che il merito della testimonianza cristiana gli sia ufficialmente riconosciuto con la prudenza della Chiesa. Succede come per padre Lino. Gian Rastelli per i molti che lo hanno incontrato e visto vivere è stato santo di popolo, santo dei cuori rammendati, santo parmigiano che il Gotha della ricerca chirurgica onorò come inesausto facitore di quelle egregie cose che gli animi accendono. Caro Giuliano, tu sai bene come anche tuo padre Baldassarre, presente ogni giorno nel mio ricordo di amico veterano e di gemello in giornalismo, amasse collezionare i parmigiani illustri per trarne compiacimento e gioire del loro credito confermato in qualche Altrove. Per Baldassarre come per me, ogni esito di un parmigiano di gran levatura, ogni foglia del suo alloro rimane circostanza di riguardo. Qualunque parmigiano che abbia consegnato se stesso e senza riserve a una causa nobile e irrinunciabile accresce anche noi, che della vera parmigianità come incitamento morale e blasone da onorare osiamo far vanto. Nel settembre del 1961, il medico a pieni voti Gian Rastelli partì da Parma senza mai stemperare il richiamo della piccola patria emiliana. Anzi, parlando la nostra complice lingua dialettale con qualunque parmigiano in affanno (il malatino e i suoi parenti) lo raggiungesse nel Minnesota per invocare sostegno chirurgico. Gli era toccata in sorte, senza chiederla (fu il padre a domandarla segretamente per lui) una borsa di studio della Nato per gli States: avrebbe potuto scegliere di cimentarsi in uno  dei tanti luoghi dove ogni intelligenza europea è welcome perché il già fatto sia sempre rigorosamente superato.
Gian scelse la Mayo per farsi umilmente apprendista chirurgo. Entrando da semplice medico in quella Atene americana del sapere, ne sarebbe divenuto un protagonista, prima amato e poi - ahimè - rimpianto. Alla Mayo, c'è una lapide che parla di lui, unforgettable italiano di Parma. Quando Gian lasciò la nostra piccola città continuò a voltarsi. Disse addio alla Vespa, alla pesca in Po, ai malati che già gli tributavano riconoscenza, e prese imbarco a Napoli sul famoso transatlantico Queen Mary: la nave gli parve fellinianamente così divertente da chiamarla, nelle lettere da bordo, «la Basilissa» (aveva fatto bene il Romagnosi, basilissa in greco vuol dire Imperatrice). Portava con sé un baule di 80 chili, verde e con le borchie d'oro, di quelli stessi che usavano gli attori di giro. Il baule verde conteneva i libri amati: Bruce Marshall, Marotta, Graham Greene, Virgilio Lilli, Teillard de Chardin; e i dischi sempre riascoltati: Vivaldi, Mozart, Rachmaninov, Dvorák. Navigava sull'oceano un giovane di allora come ne abbiamo conosciuti in quegli anni memorabili: ridenti e mai secchioni, brillanti e scherzosi, ironici e schietti compagni del circolare la sera in quel recinto di strade - asse portante Via Cavour - per aprirsi ai sogni e mai rinnegarli. Gian era stato assistente volontario nell' ospedale di Parma com'era in quel lontano 1961: luogo di intelligenze e di abitudini, di esigui padiglione e di rapporti confidenti. Un piccolo luogo sanitario rispetto alla Mayo del Minnesota (40° d'estate, 40° sottozero d'inverno) che non lo intimidì, fino a divenire con la costanza e il rovello della dedizione un esempio di riferimento. Dispiegò volontà e letizia: sua fu la cordialità della cardiochirurgia, il cuore di un chirurgo in armi che batte per un cuore di puer (multa debetur puero reverentia), i due cuori in vincolo.
Caro Giuliano, io avrei dovuti associarmi pubblicamente, proprio oggi, alla festa per Gian. Ma un sovrapporsi di circostanze me lo ha negato. Saluto dunque alla voce il Giancarlo che fu e che è. I parmigiani hanno urgenza di esempi dell'interesse disinteressato. Gian ne ebbe lo stile. Morì che ancora sorrideva. Aggiungo solo questo. L'altra sera, a Milano dove vivo da cinquantacinque anni, percorrevo un libro di Montaigne, il gran moralista francese che nei Saggi ha pensato anche per noi dalla metà del Cinquecento in avanti. C’è una frase di Montaigne che riguarda perfettamente Gian Rastelli. La frase suona così: «l'azione è l'epifania dell'essere», il nobile agire è l’evidente manifestazione delle doti interiori. Chissà se Gian l’avesse scoperta, perché il motto di Montaigne è il suo ritratto perenne. Amico Giuliano, ti abbraccia e ti è grato il tuo esule Giorgio Torelli.

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  • marco

    31 Marzo @ 16.53

    un uomo straordinario merita di salire sugli altari, sull'esempio di gianna beretta molla, riccardo pampuri, giuseppe moscati etc... cosa aspetta la Chiesa

    Rispondi

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