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"Brigata Katiuscia": amore, morte, vendette ai tempi della Resistenza. La verità riemerge con fatica. E può far male

"Brigata Katiuscia": amore, morte, vendette ai tempi della Resistenza. La verità riemerge con fatica. E può far male
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di Andrea Violi

Tutto inizia sulle sponde di un canale nella pianura di Reggio Emilia: si pianta una croce in memoria di un medico rapito e scomparso poco dopo la Liberazione. Un uomo piange il padre: gliel'hanno portato via da bambino, nella notte, sotto i suoi occhi. I sequestratori, forzuti e dai modi violenti, erano partigiani. Lo scomparso era figlio di un fascista, uno della Brigata Nera. Oggi se ne riparla ma il giornalista Corrado Grisendi non si accontenta dei discorsi ufficiali. Vuole saperne di più e fa scoperchiare una vicenda rimasta inconfessabile per sessant'anni. Una storia di guerra, che si intreccia con una storia di amore, la quale a sua volta è forgiata (e sviata nei suoi destini) dagli orrori della guerra: l'odio, le torture, le paure. I protagonisti del romanzo «Brigata Katiuscia» faticano molto a far riemergere i ricordi personali. E anche quando ci riescono, non possono non tenere solo per sé una parte di verità, tacendo i particolari persino ai magistrati che indagano per rispondere alla domanda, 65 anni dopo: «Chi ha ucciso il dottor Sebastiano Pergreffi?».
«Brigata Katiuscia» è il nuovo romanzo di Paolo Bonacini (Miraviglia). Il nome, che fa riferimento ai razzi, è quello di un reale distaccamento di 12 partigiani che operava nel Reggiano nel 1943-45. A quel gruppo è liberamente ispirato il romanzo in cui - spiega l'autore - «non ci sono fatti veri ma nulla è inventato. È una storia plausibile accaduta nelle nostre terre durante la Seconda guerra mondiale». Plausibile perché, ad esempio, se nel romanzo ci sono reggiani che diventano spie per i nazisti, quello è accaduto anche nella realtà; le torture descritte dall'ex partigiana (una su tutte: il ferro da stiro sulla pelle) sono state raccontate, in altri contesti, da vere ex partigiane.

Rispetto alle premesse, la narrazione si sviluppa in modo imprevedibile e il finale è tutt'altro che scontato. Nelle prime pagine si impara a conoscere Corrado Grisendi: giornalista televisivo di Parma, passa alla carta stampata a Reggio e deve ambientarsi nella nuova redazione. Bonacini è un giornalista (è direttore di Telereggio) ma non cade nell'errore di parlare troppo della categoria.
Grisendi “debutta” con una cronaca semplice: segue la posa di una croce in memoria di Sebastiano Pergreffi. Gli assassini non hanno mai avuto un volto (quella notte il figlio della vittima, Minto, riuscì solo a strappare una stella rossa dalla divisa del più cattivo); non si sa dove siano i resti, oggi ricercati con una serie di scavi. Attorno a Minto Pergreffi ruotano storici locali e onorevoli che cavalcano la vicenda per speculazioni politiche. A Corrado quei personaggi non piacciono: per lui la Storia non va riscritta a piacimento. Addirittura desidererebbe non pubblicare un comunicato della parte politica che non gli piace, ma il capo lo ammonisce: «Stai ai fatti».
Così il giornalista parmigiano cerca i fatti, rimasti nascosti per 65 anni. Parte dai dettagli e da una strana telefonata che riceve in redazione. Scopre una donna morta nel '51, conosce sua figlia, che la porta alla zia Domenica a Luzzara. Una partigiana della Brigata Katiuscia. Corrado conoscerà Aronne, che - tanto per capirci - al cronista dice: «Non so cosa sia stato scritto sulla Resistenza. Io l'ho fatta». È un superstite della brigata, che non vede Domenica da molti anni. Ma che a lei è molto legato.

Conoscendo meglio gli anziani Domenica e Aronne, Corrado scoprirà che la verità non è sempre così chiara e i giudizi non sono sempre facili. Sebastiano Pergreffi non era soltanto un mite medico di provincia... aveva due facce. I partigiani del "Katiuscia" hanno ucciso in guerra e dopo il 25 Aprile hanno rapito e ucciso il medico, facendone sparire il corpo. Ma non era violenza gratuita e comunque quegli uomini hanno imparato a loro spese che l'odio è una brutta bestia. Si impadronisce delle persone e le porta a compiere vendette, magari contro una persona che ha fatto imprigionare due staffette partigiane nascoste in un fienile, poi duramente torturate dai tedeschi. C'è un piccolo memoriale lasciato dal padre di Sebastiano... ma nemmeno qui i particolari ci sono tutti.

Nel romanzo, i pezzi del puzzle emergono piano piano. Ad ogni capitolo la verità sembra a portata di mano, ma poi si allontana e Corrado è di fronte a nuovi dilemmi. Tutto chiaro? No, nulla.
Lo stile dell'autore appare «rodato»: Bonacini riesce efficacemente in una sorta di «dico-non dico», che trascina la curiosità del lettore di capitolo in capitolo. Fino a quando si scoprirà la verità... o meglio, una verità: chi cerca ossa ne troverà, chi cerca un colpevole lo avrà, chi vuole rivalsa in qualche modo ci riuscirà e chi cerca l'amore perduto sarà accontentato. Ma non tutto sarà svelato, né lo sarà mai.  
Da un colpo di scena all'altro, il lettore diventa quasi un personaggio a sua volta. Si sente uno spettatore coinvolto: condivide con i protagonisti le loro paure più terribili e i loro intimi segreti. Che resteranno tali, a dispetto di tutto e di tutti.
Volendo dare un voto, come a scuola, Bonacini può prendere 8 per "Brigata Katiuscia".  

Ma come è nato «Brigata Katiuscia»? Nella nostra intervista audio, Paolo Bonacini spiega cosa c'è “dietro le quinte” del romanzo (ascolta)

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  • francesco brundo

    05 Dicembre @ 17.10

    Di che vi meravigliate ? dopo 65 anni si nascondono ancora dietro questa "resistenza" senza mai togliere gli scheletri dall'armadio ! non vogliono la verità, perchè cadrebbe il oro castello di bugie, erano tanti come altri che hanno usato il potere con la licenza di uccidere ! finchè si celebra il 25 aprile e il 4 Novembre non ci sarà mai la verità, la verità sta nella verità di ammettere le cose, non di continuare a celebrare questa festa come un feticcio per illusi e aver la coscienza pulita !

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  • alessio

    04 Dicembre @ 17.43

    Il problema non e' la ragione dei vincitori o dei vinti il problema e' che c'era una parte che lottava per la liberta' degli italiani l' altra per mantenere un regime dittatoriale. Io sono il nipote di un martire caduto per la liberta' ucciso e prima torturato barbaramente in piazza garibaldi a parma il primo settembre del 1944 (mio nonno e' vincenzo ferrari). mio padre, che non c'è piu' non si e' mai voluto vendicare anhe se i responsabili di quell' eccidio erano noti e hanno fatto anche carriera politica. Io mi sarei vendicato e comunque non mi sarei messo sullo stesso piano di quelli "dell' altra parte" la vendetta e' comprensibile chi comincia non lo e' se violentassero e uccidessero uan figlia ad un padre e se questi si vendicasse sarebbe uguale al violentatore e all' omicida? NO Come dice la scritta alla villetta Gloria eterna ai caduti per la liberta', io aggiungo anche a quelli che dopo la guerra si sono vendicati, io li capisco.

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  • Giorgio Ossimprandi

    01 Dicembre @ 23.19

    E' antica,ma sempre attuale: "la ragione dei vincitori è ragione di Dio, la ragione dei vinti,è ragione di Catone".

    Rispondi

  • ricco

    01 Dicembre @ 21.12

    Avete mai letto "Il sangue dei vinti" di Pansa e tutti i libri che seguono, spero di sì hanno avuto un discreto successo. Cosa c'è da leggere di nuovo nel romanzo di Bonacini? Mi dispiace REDAZIONE GAZZETTADIPARMA, ma non vedo nè arte nè cultura. Saluti

    Rispondi

  • www.gazzettadiparma.it

    01 Dicembre @ 15.25

    Sig. Max, la sezione Arte-Cultura raccoglie due generi affini: lo dice il nome. Un articolo dedicato a un libro con l'intervista all'autore allegata, come "Cultura" ci sta. Poi ognuno può dire che il libro gli piace o non gli piace (magari dopo averlo letto), che esprime idee che condivide o che non condivide. Se guarda la sezione Cultura del nostro quotidiano, troverà ogni giorno recensioni di libri o magari interviste ad autori, degli argomenti più disparati. Questo articolo è in home page esattamente come qualunque altra intervista o notizia prodotta dalla redazione (non è un "lancio" di Ansa, tanto per dire). Domani o dopodomani, per esempio, lascerà il posto ad altre notizie. Non ci sono altri motivi "nascosti". (A.V.)

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