Arte-Cultura

Parmiggiani, vertigine di emozioni

Parmiggiani, vertigine di emozioni
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Pier Paolo Mendogni

A Parma c'erano una chiesa dimenticata e un palazzo abbandonato. La prima era piena di polvere, il secondo pieno di vuoto. Luoghi che attendevano qualcuno per cui polvere e vuoto valgono più dell’oro. Ed è entrato Parmiggiani.... in ogni stanza ha appostato delle sentinelle grevi e melanconiche. E poi ha aperto le porte. Il visitatore che varca la soglia si avventura in un mondo dove il silenzio urla, dove la pietra brucia». Così inizia il saggio di Sylvain Amic che apre lo splendido catalogo che accompagna e integra la straordinaria, irripetibile mostra «Claudio Parmiggiani naufragio con spettatore» in corso nel Palazzo del Governatore e nella chiesa di San Marcellino (fino al 16 gennaio). Il volume di oltre trecento pagine, pubblicato dalla Silvana Editoriale, contiene i penetranti saggi in tre lingue di Sylvain Amic, Eric de Chassey, Andrea Cortellessa e Pietro Citati, un’esaustiva bibliografia - cui va aggiunta la vittoria a Parma nel 1966 del Premio Camattini con uno strascico di polemiche per lo sconcerto suscitato dalla sua opera innovativa: uno stilizzato uccellino - ed è ricco di stupende immagini fotografiche che documentano il lungo itinerario dell’artista dagli anni Sessanta ad oggi e riproducono nella rigorosa e nuda essenzialità i lavori esposti. In ogni opera l’artista, elevata voce solitaria della cultura contemporanea, materializza un’esperienza personale - segnata dal dolore, dalla fatica o dal sogno - traducendola in oggetto concreto, in motivo di riflessione per chi lo guarda. I materiali usati sono i più vari: legno, ferro, vetro, fuliggine, cenere: materiali pesanti, materiali leggeri impalpabili come è il nostro mondo fatto di materia e di spirito, di ombre e di luci. L'opera che apre il percorso («Croce di sangue» 1970 - 2010) è una verticale fusione in bronzo a croce greca - come la pianta delle vicina chiesa della Steccata che si scorge dalla finestra - con alla sommità un liquido rosso, il sangue, che evoca atrocità belliche (Claudio Parmiggiani è nato a Luzzara nel 1943), le fatiche del lavoro dei campi e anche dell’artista. Il cappello da uomo rovesciato rivolto verso l’alto da cui escono variopinte, leggerissime farfalle è un inno alla creatività, al pensiero che si sprigiona dal nostro cervello. La durezza dell’esistenza quotidiana viene espressa con due cumuli di pani: ognuna delle 365 forme, fuse in ferro, pesa venti chili. Dalla fisicità greve del ferro alla lucida eleganza di un pianoforte a coda con sopra un libro («Così è la tradizione» di Zolla) e il calco in bronzo di un orecchio trafitto dalla affilata lama di un grosso coltello: è la nostra incapacità a recepire le armoniche voci del passato, della cultura; è una ferita sanguinante, filo rosso che segna profondamente la nostra esistenza: come viene evidenziato sulla parete di fronte. In una vasta luminosa stanza bianca, laboratorio asettico, si confrontano materia e spirito: un ceppo di legno di forma quadrata con sopra un incudine di ferro mentre sul muro si allunga l’ombra impalpabile della fuliggine. La razionalità della conoscenza si scontra (o incontra) con l’irrazionalità dei sentimenti nel libro aperto su cui è posato un cuore umano fuso in ferro. La farfalla (creazione intellettuale) si posa sul pube (creazione fisica) del calco della Venere di Milo e nella custodia vuota del contrabbasso. Un cerchio di grandi dimensioni composto da variopinte piume è il «cerchio di fuoco», della vitalità, simbolo del cosmo. Ma il tempo consuma le cose di cui resta traccia nella cenere raccolta in novanta urne metalliche, visibili dall’alto come uno straniante paesaggio. La campana rovesciata, appesa per il batacchio, è la drammatica testimonianza della nostra voce strozzata, costretta al silenzio e che ci conduce a uno stato di melanconia dureriana rappresentato da una lastra obliqua di vetro annerito  su cui è impressa una leggerissima ragnatela, misterioso labirinto. In un disegno del '53 (a dieci anni) compaiono già la barca del viaggio, la spiaggia e un faro: tutti elementi che continueranno a svilupparsi negli anni. E una barca a vele spiegate è posata sulla bianca testa di Marcellino (c'è un lontano richiamo a Magritte) sognante su una pila di libri. Una mano col palmo bruciato è la denuncia degli orrori delle ustioni (anche morali) mentre l'enorme ancora di ferro, dalla catena spezzata, arpionata nel muro, è l’immagine sconvolgente dell’uomo che cerca disperatamente di aggrapparsi nel dramma di un immane naufragio. La lampada della conoscenza non riesce a illuminare l’ambiguità della persona effigiata nel busto nero in gesso dai molteplici profili e anche l’universo, riprodotto in una stampa laser, è uno spazio infinito e insondabile che vanamente si cerca di penetrare anche con una rossa combustione. La vita oscilla fra la realtà e il sogno, fra il presente e il passato la cui ombra resta tra noi come la impalpabile «Biblioteca d’ombra», realizzata appositamente in una stanza del palazzo con fuoco, fuliggine e fumo, poetica e inquietante presenza di un’assenza che continua a vivere di vita propria. Il percorso si conclude nello spoglio spazio rinascimentale di San Marcellino con la spettacolare installazione della grande barca, lunga 14 metri,  con le vele cadenti naufragata su centomila libri. Una mostra densa di suggestioni, di riflessioni, ma non facile per cui risultano utilissime le visite guidate gratuite organizzate dal Comune al mercoledì e al venerdì pomeriggio: vi ho trovato una guida bravissima e preparata che ha saputo coinvolgere e stimolare i visitatori, usciti arricchiti da questa esperienza unica e imperdibile.

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