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Arte-Cultura

Il capolavoro è tornato a casa

Il capolavoro è tornato a casa
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Pier Paolo Mendogni

E’ stata un’occasione straordinaria, irripetibile: poter vedere, pagina per pagina, uno dei massimi codici del Rinascimento italiano, il «De prospectiva pingendi», direttamente scritto in lingua italiana e illustrato da Piero della Francesca: un manoscritto di inestimabile valore culturale e monetario, custodito nella Biblioteca Palatina (Ms. Parm. 1576), dove è tornato dopo un accurato restauro  compiuto a Roma dallo studio Crisostomi  e sponsorizzato dalla Banca Albertini Syz.  Petrus de Burgo (1416 – 1492)  ha approfondito il discorso di Leon Battista Alberti, inquadrando le sue opere in una rigorosa prospettiva geometrica, frutto di approfonditi studi di cui il «De prospectiva» è la trattazione fondamentale.  Matematica e geometria sono alla base  della proiezione sulla superficie piana della tavola lignea o della parete dello spazio in termini scientifici,  dei corpi geometrici e dei volumi più complessi, come le parti del corpo umano che vediamo riprodotte con una serie di numeri riguardanti il teorema di «proporzionalmente la testa degradare»: lo stesso avviene per lo scorcio dei capitelli o di conche absidali,  una delle quali ritroviamo poi dipinta, ad esempio, nella mirabile «Madonna con il Bambino, santi, angeli e il duca Federico da Montefeltro»  di Brera. Queste forme di un rigore assoluto, quasi astratto,  ricevono una spirituale vitalità dal colore intriso di una  casta, intensa luminosità che sublima la materia.
Il benvenuto al ritorno a Parma del prestigioso manoscritto – che segna l’incontro tra arte e scienza ad altissimo livello - è stato dato, nel suggestivo scenario classicheggiante del Salone Maria Luigia, dal direttore della Biblioteca Palatina Andrea De Pasquale, dall’amministratore delegato di Banca Albertini Syz  Alberto Albertini, dal docente dell’Università degli Studi di Milano Gianfranco Fiaccadori, da Maria Grazia De Rubeis della Biblioteca Palatina e dal restauratore Paolo Crisostomi. Il manoscritto – come ha spiegato De Pasquale – è stato acquistato nel 1843, grazie alla munificenza della duchessa Maria Luigia, dal bibliotecario Angelo Pezzana dall’abate Michele Colombo, dotto e appassionato collezionista di libri antichi. 
Il codice, nonostante abbia più di mezzo millennio,    pone problemi ancora attualissimi come è stato  messo in rilievo da Alberto Albertini che l’ha posto in diretta relazione alle attuali «traduzioni» tramite computer e ipad. Gianfranco Fiaccadori, profondo studioso della storia dell’arte,  ha inquadrato il codice tra gli scritti di Piero «pittore umanista»  la cui pittura, legata alla geometria e alla matematica,  ha largamente influenzato gli artisti del Nord Italia, soprattutto veneti e ferraresi. La sua formazione scientifica è avvenuta su testi di matematici greci, diversi dei quali non ancora tradotti, e questo lascia aperti vari interrogativi. Le teorie di Piero sono state  poi riprese dal matematico Luca Pacioli. Un’altra delle caratteristiche del pittore aretino è quella di avere reinventato l’architettura antica pur avendone una scarsa conoscenza. Maria Grazie De Rubeis, invece, ha fatto una  analisi dei cinque testi pervenutici del «De pictura»  di cui due in volgare (i più letti e utilizzati dagli artisti) e tre in latino per i colti umanisti: quello parmense è considerato tutto autografo. Paolo Crisostomi ha illustrato l’intervento di restauro  che ha riguardato sia la rilegatura ottocentesca che il  manoscritto, che è stato ripulito e per il quale è stata fatta un’azione prevalentemente conservativa. Nella sala Dante della Palatina  per completare questo momento celebrativo sono stati esposti rari manoscritti e incunaboli dei grandi interpreti del Rinascimento tra cui Leon Battista Alberti, Luca Pacioli, Durer, Marsilio Ficino e Francesco Petrarca con uno squisito manoscritto poetico brillantemente miniato.

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