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Trincee fredde della solitudine

Trincee fredde della solitudine
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Emilio Zucchi

Prosa scabra, tagliente, disadorna; tinte fredde e parole dimesse. Uno stile antiretorico e oggettivo,  una narrazione incalzante, nonostante le descrizioni sembrino talvolta prendere il posto dei fatti; questi ultimi irrompendo in pagina a guisa di improvvise e disvelanti apparizioni, di epifanie di montaliana memoria.  E la materia del narrare è la più antica, dolorosa, omerica: la guerra. Mentre il tema è il più tipicamente moderno: la solitudine. La solitudine  non in senso romantico, ma in  senso esistenzialistico. Non,  dunque, la solitudine  come titanico prezzo del sentire fortemente la vita in uno spasmo d'infinito che, pur nel dolore, si risolva in canto, in espressione  estetica e morale (come in poesia accade in Leopardi e Baudelaire, e, nel romanzo, in Melville e  Dostoevski), capace, come effetto sovente  involontario, di trasmettere un senso di fratellanza, di condivisione, di appartenenza a un comune destino. Ma la solitudine come solipsistico e heidegerriano «essere per la morte», come enigma desertificato e terribile che ha il  barbaglio di Camus e l'impassibile atrocità di Sartre. Siamo con forza, e con implicita riottosità verso ogni atteggiamento superficialmente improntato a visioni del mondo estranee ai grandi temi che sostanziano ogni possibile riflessione sulla condizione umana,  dentro il fulcro del Novecento, nella singolare raccolta di racconti di Lorenzo Lasagna «Cinque e una notte». 
Lo scrittore parmigiano non ancora quarantenne, che assieme al concittadino Guido Cavalli, con lo pseudonimo di Errico Malò ha pubblicato  due pregevoli romanzi («Cielo di paese», 2001, e «Scaramuccia», 2004) e due lunghi racconti («La veglia» in «Prove d'attacco», Guanda 1999, e «Mica male il tuo libro», 2006, Aliberti), offre con questo nuovo libro una prova narrativa di serio spessore conoscitivo.

I racconti sono ambientati in imprecisati luoghi d'Europa,  senza che particolari riferimenti  (tipi di armi o altri oggetti, nomi di capi di stato ecc.) lascino capire se si tratti della Prima o della Seconda guerra  mondiale, tranne nel racconto «Intermezzo 131»,  evidentemente ambientato nel primo dei due immani conflitti:  «La mattina, alle sette in punto, un segnale di sirene comandò l'attacco. Cima 131 fu presa tardi, solo verso sera. La tenemmo per meno di un giorno. Poi il nemico contrattaccò e fummo costretti a ritirarci (...) Ci vollero centosettosessanta morti per salire e scendere dalla Cima 131».  I personaggi hanno nomi stranieri: Sutter, Wallenstein, Adam Levski, Farragut. E sembrano provenire da un altrove di inquietante, buzzatiana metafisicità.   Solitari e isolati anche nei   dialoghi (costruiti benissimo, per altro), essi  sono drammatiche  figure di una crisi del pensiero occidentale, alla quale, d'altra parte, Lasagna ha dedicato gran parte dei propri approfonditi studi filosofici, di cui anche nei precedenti libri si avvertiva ben più di un'eco. Un racconto, in particolare, riassume in modo espressivamente mirabile il senso di provvisorietà, di assurdità sartriana o di hedegerriano «essere gettati nella vita» che Lasagna esprime attraverso la metafora della guerra. Si tratta di «Posto di guardia», è scritto in prima persona e parla di un soldato che sorveglia un edificio disabitato e disastrato,  in un rione egualmente deserto. All'improvviso, all'interno del palazzo, il militare sente  il suono di una viola. Cerca il suonatore, senza però trovarlo. L'uomo rimane solo. Il suono, però, c'è stato. E c'è stato,  simbolicamente, un montaliano «anello che non tiene», c'è stata una crepa nella realtà, che lascia forse intuire qualcosa di soprannaturale. E il tutto è reso in modo visivo, quasi cinematografico; come in certo algidamente angoscioso bianco e nero di Antonioni e Wenders.   Conclude il libro un  suggestivamente rarefatto diario di viaggio nelle norvegesi isole Lofoten: e il confine morale ed esistenziale dell'uomo, così ben scorto nella rappresentazione della  guerra,  si trasforma  ora in quello geografico di una civiltà, quella europea, che sembra non trovare una linea di fondo, un orizzonte che chiami a sé una domanda di senso: «Di qui potrei spingermi oltre: ancora più a nord (...) all'ora di prendere sonno, mi sento nella condizione di molti anni fa, come uno studente in gita d'istruzione, però più solo, senza compagni». Enunciando  la solitudine,  la scrittura sembra però vanificarla. Rimane come riflessione, scompare nel mistero della poesia.

Cinque e una notte
Moby Dick, pag.  90, € 10,00

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