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I sapori del giallo

«Scrivere? Ho iniziato per noia , mi sono divertita, quindi continuo»

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Debutta col botto, Lilia Carlota Lorenzo. Alla sua prima opera letteraria conquista schiere di lettori prima sul web, poi attraverso la carta. E' una genesi fuori dalle righe, quella del suo primo romanzo «Il cappotto della macellaia», edito da Mondadori. Del resto, stare rigorosamente «dentro le righe» non fa per lei.

Carlota Lorenzo - ospite a Langhirano al festival «I sapori del giallo» domani alle 19 in piazzetta Caduti del Galilea - ha un talento per la scrittura. Frasi, avvenimenti, colpi di scena: tutto scivola fluido nello scorrere delle pagine. Di origini argentine, ha avuto una vita piena di avventure e cambi di passo. E' laureata in architettura, ma ha fatto mille altri mestieri. E' approdata alla scrittura quasi per caso. Anzi, «per noia» come racconta lei stessa.

Un intreccio avvincente, una struttura del racconto originale che tiene col fiato sospeso dall'incipit all'ultima riga dell'ultima pagina. Un «noir» sui generis. Possiamo definirlo così?

«Prima di tutto, il mio ego la ringrazia. Le sue parole sono un'ottima recensione! Adesso me la segno! “Il cappotto della macellaia” sui generis? Forse in Italia, forse in questo momento. Secondo me, nessuna cosa è sui generis fino in fondo. Consciamente o inconsciamente, ci nutriamo di tutto quello che abbiamo visto, ascoltato, letto...».

Si è ispirata a personaggi reali? Essere nata in Sudamerica ha influenzato la scelta dell'ambientazione?

«Qualche personaggio è reale, altri li ho inventati per farli quadrare nella storia. L'ambientazione più sudamericana di così non poteva essere. In un paesino (con abitanti piuttosto strambi) ai confini del mondo che ormai non esiste più. Tuttavia in un posto simile a quello del libro sono stata da piccola e me lo ricordo bene: una sola strada di terra battuta che costeggiava la ferrovia».

Come è nata l'idea?

«Il fatto, una morte assai bizzarra che ha ispirato il libro, è veramente accaduto. Da piccola sentivo mia nonna e mia madre che ne parlavano. Io chiedevo e immagazzinavo. Tanti anni dopo, quando mi sono data alla scrittura, ho risuscitato il fatto».

Pagnottina avrebbe potuto vivere anche in un paesino europeo?

«Pagnottina, la figlia ingorda del macellaio, è un personaggio universale. Il peccato di gola, sia letterale che metaforico, purtroppo esiste dappertutto».

Immagini indelebili e battute fulminanti. E' l'ironia la chiave del successo del suo libro? O forse la chiave per affrontare la vita?

«In effetti l'ironia per affrontare la vita non fa male. Ho iniziato a scrivere in un periodo della mia vita che avevo cibo, alloggio, vestiti e medicinali assicurati. Avevo anche tempo a disposizione e mi annoiavo da morire. La noia è una cosa spaventosa. Così ho scoperto che scrivere è un mestiere molto divertente. E comodo, visto che lo faccio a casa mia, in pigiama e senza pettinarmi. Poi non saprei scrivere cose serie. Quindi la mia ironia, ammesso che ci sia, sarà la conseguenza del mio carattere».

«Ho frequentato gli indios del Chaco ma anche gli smorfiosi radical chic europei» sono parole sue. Quale delle due categorie preferisce?

«Indio del Chaco o radical chic europei? I primi hanno una storia tragica, i secondi possono essere molto divertenti, anche a loro insaputa».

Chi sono i suoi scrittori di riferimento? E quelli che ama di più?

«Ho letto, sin da piccola, i classici d'obbligo. Ma ho conosciuto anche i contemporanei. Se dovessi citare qualcuno in particolare, penso che “Il nome della Rosa” di Umberto Eco sia il più bel giallo di tutti i tempi. E poi... “Cento anni di solitudine” lo porto nel cuore».

Anche il percorso del romanzo è «sui generis», pubblicato da Mondadori, dopo un grande successo
sul web. Prima la totale autonomia del self publishing, poi la collaborazione con una grande casa editrice. Non dev'essere stato facile.

«In questo caso ha ragione. Il “sui generis” ci sta in pieno. Questo libro è nato con la camicia. Mondadori mi ha scoperta dopo che come autore indipendente avevo venduto quasi 12.000 copie. Mantenere i diritti di un libro è molto bello, ma non si può avere “la botte piena e la moglie ubriaca”, quindi ho scelto Mondadori, e devo dire, non mi sono pentita».

La sua vita peregrina è costellata di cambiamenti. Un susseguirsi  incessante di traslochi e cambi di indirizzo. Dove vive ora? Pensa di fermarsi?

«Abito a Torino, bella città. Anche i torinesi non sono male. Un po' sulle  loro, ma affidabili. Comunque, per  una come me, che non esce quasi mai  di casa, la città d'estate, con tutte le  tapparelle abbassate, è orrenda.
Quindi ho una mezza idea di cercare una casetta isolata in montagna.
Vedere cadere la neve è una delle poche cose che ancora mi stupiscono. Il problema è che non guido, e questo è un bel guaio».

Sta già lavorando a un altro romanzo?

«Sì. Con i soliti personaggi brutti, sporchi e cattivi. Devo essere cattiva io, visto che non so scrivere diversamente. I fatti si svolgono in un paese un po' più grande di Palo Santo, dove ho ambientato “Il cappotto della macellai”. Sto cercando il titolo, è molto importante».

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