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Parma in età medievale

Parma in età medievale
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Roberto Greci è preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Parma e curatore del volume «Parma medievale. Poteri e Istituzioni» in cui è anche autore del saggio «Origini, sviluppi e crisi delle istituzioni comunali».

Il Medioevo è un periodo storico molto lungo (dura quasi un intero millennio) e molto vario al suo interno. Di fronte al compito di presentare questa lunga durata e questa complessità, il nuovo volume «Parma medievale. Poteri e istituzioni» (Mup Editore 2010) ha voluto dare spazio alle vicende politico-istituzionali della città. Varrà la pena, a giustificazione di questa scelta, ricordare le parole di Marino Berengo introduttive al suo libro «L’Europa delle città»: «Non appena ci accostiamo a una città per respirarne il clima e distinguere le forme della vita che vi si svolge, siamo colti da una folla di quesiti: e il primo cui sentiamo di dovere fornire una risposta è di natura politico-istituzionale. Chi la governa, o meglio e più specificamente, come vi viene esercitato il potere?».

Le vicende parmensi, qui affrontate da studiosi conoscitori della storia locale, ma anche specialisti conclamati dei periodi in cui si articola l'intero lavoro, non sono certo ignote, dal momento che disponiamo di opere di grande pregio ascrivibili alla stagione erudita sette-ottocentesca (Ireneo Affò e Angelo Pezzana). Ma si tratta di ricostruzioni e di narrazioni che utilizzano uno schema annalistico incompatibile con lo stile della letteratura storica odierna e con gli orientamenti problematici correnti.
Quest’opera intende collegare la tradizione storiografica locale con i quesiti posti dai più recenti studi medievistici; opera di sintesi, dunque, ma anche incentivo ad ulteriori approfondimenti. Parma, in età medievale, è una città importante, a dispetto delle sue dimensioni e del suo ridotto potenziale demografico. Da un lato vanta un passato romano, dall’altro, nel nuovo quadro geo-politico longobardo-bizantino della penisola, gode di una posizione strategica.
 Il territorio parmense, infatti, è attraversato da un percorso transappenninico, la via Romea (o Francigena), che consente il collegamento tra Langobardia e Toscana, zone entrambe inserite nella compagine del Regno longobardo. Tale particolarità condizionerà la storia del territorio favorendo molti soggetti e nuclei di potere radicati nei suoi punti più significativi. Un’altra costante è da ravvisarsi nello stretto e quasi simbiotico rapporto tra poteri laici e poteri ecclesiastici; non solo perchè le distinzioni tra questi due ambiti, in età medievale, è sempre labile, ma anche e soprattutto perchè la Chiesa parmense, particolarmente ricca, si mostra capace di mediare tra l’autorità pubblica e la società locale, nonchè di garantire la crescita - economica e politica - di una élite destinata a confrontarsi e a scontrarsi con essa. 
Questi sono i fili rossi che collegano i saggi dedicati al periodo alto medievale: quello di Claudio Azzara sull'età longobarda, quello di Luigi Provero sull'età carolingia e quello di Giuseppe Albertoni sull'età ottoniana, quando il potere del vescovo assume addirittura i connotati dell’autorità pubblica. Anche per questo la successiva età comunale (Roberto Greci), spesso interpretata come un momento rivoluzionario, non appare più tale. L'autonomia dei cives, pienamente compiuta nel momento in cui appare la magistratura consolare, risulta infatti fortemente intrecciata con questi precedenti vescovili. 
Lo sviluppo economico della città, il bisogno di disporre di apparati amministrativi (giudiziari e fiscali) più complessi, la crisi delle strutture ecclesiastiche tradizionali a fronte dell’azione di riforma che culmina nell’età gregoriana (XI secolo), il confronto con diversi modelli organizzativi favorito dai più intensi rapporti tra città dell’area centro-settentrionale, sono tutti fattori che determinano indubbie novità politiche e istituzionali. Gli esiti, tuttavia, sono anche il frutto di vischiosità e di forti limitazioni. Lo scontro del Comune con il vescovo per ragioni di controllo giurisdizionale del territorio, il difficile rapporto con impero e papato in età sveva, le conflittualità e i collegamenti tra ceti sociali nuovi e vecchi, sono tutti elementi che, nel volgere di un cinquantennio, produrranno trasformazioni destinate a debilitare gli strumenti che avevano guidato il processo autonomistico, a riaffermare i poteri di antiche famiglie, a produrre le prime esperienze signorili.
Non è possibile riassumere in poco spazio le tappe di uno sviluppo che porta all’inserimento della città nello stato milanese. Di ciò trattano i saggi di Andrea Gamberini e di Marco Gentile, rispettivamente dedicati al Trecento e al Quattrocento, incentrati sui rapporti intercorsi tra città/comune cittadino/famiglie signorili locali e il potere di Visconti e Sforza. In essi si coglie l’indebolirsi progressivo della forza centripeta della città e il rafforzamento dei poteri rurali in un policentrismo ancora immediatamente percepibile grazie ai numerosi castelli sparsi sul territorio provinciale.
Chiudono il volume i due saggi di Mariapia Alberzoni e di Gianluca Battioni; il primo si arresta al Duecento e il secondo prosegue con i Tre e il Quattrocento. Sono saggi importanti, perche mettono a fuoco le istituzioni ecclesiastiche che fanno capo alla città, guidandoci tra le figure eminenti dei presuli parmensi e tra le esigenze religiose, più o meno spontanee, della popolazione misurando l’incidenza delle strutture ecclesiastiche nell’organizzazione del territorio e nella elaborazione della cultura locale.
ROBERTO GRECI

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