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Paura, merce redditizia

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Maria Pia Forte

Siamo dei miracolati: sopravvissuti a ben otto catastrofi globali in dieci anni, a cominciare dal «millennium bug» del 2000 che, per un difetto dei computer incapaci di adeguarsi al nuovo millennio passando da 99 a 00, avrebbe dovuto non solo far cadere gli aerei e azzerare i conti in banca ma risprofondare l’umanità a selvatiche condizioni primordiali. Scenari altrettanto terrificanti si sono prospettati, poi, con quattro epidemie pronte a infettare miliardi di persone e ucciderne milioni - morbo della mucca pazza, Sars, aviaria e influenza suina o A -, con la minaccia dell’antrace spedito per posta come nuova forma di bioterrorismo, con l’introduzione dell’euro che avrebbe innescato (così sul «Nouvel Observateur») «ristrutturazioni selvagge, dumping fiscale e rischi di esplosioni sociali», con l’aumento del prezzo del petrolio che nella primavera-estate del 2008 sembrò dover raggiungere quotazioni vertiginose spingendo l’«Economist» a pronosticare un tragico futuro. Invece eccoci qui, sani e salvi; pronti a farci terrorizzare dall’apocalisse prossima ventura sempre in agguato, come scrive lo scrittore Andrea Kerbaker nel saggio «Bufale apocalittiche. Le catastrofi annunciate (e mai avvenute) del terzo millennio» (Ponte alle Grazie, 135 pagine, 13 euro). Un libro percorso dall’humour ma sostenuto da una certosina ricerca d’archivio fra gli articoli dei principali giornali e canali televisivi del mondo, dal Corriere della sera al País, dal New York Times a Le Monde, dalle più austere riviste scientifiche alla BBC.    «A rileggere gli articoli dei giornali che parlavano dell’influenza suina -  dice Kerbaker - si rimane increduli: quelle prime pagine di giornali d’opinione, italiani ed esteri, invase da questa paura, oggi fanno ridere».

E’ stata questa influenza l’allarme che ha causato più panico e più danni?
Certamente è stata l’emergenza più lunga: è durata un anno e mezzo, con milioni di vaccini acquistati, molti di più che per le precedenti minacciate pandemie.

L’ex presidente della Croce Rossa francese Marc Gentilini l’ha definita «pandemia dell’indecenza», calcolando quanti malati si sarebbero potuti curare in Africa con i soldi buttati via per vaccini inutili.
La chiamerei anche «sistema circolare dell’indecenza». Circolare perché nessuno spezza questo circolo perverso che si autoalimenta, messo in moto da persone che secondo me in gran parte dei casi «ci marciano», quando non speculano. Un sistema che mette immancabilmente in minoranza i pochi che tentano di far sentire una voce di ragionevolezza. Il professor Umberto Veronesi, per esempio, in questi dieci anni ha mantenuto ogni volta un tono equilibrato, raccomandando cautela. Ebbene, il suo parere è stato sempre relegato dalla stampa in secondo piano.

Perché, secondo lei, questo ricorrente riaffacciarsi dello spettro della peste?
La psicosi della peste mi sembra appartenere a un assurdo strisciante millenarismo.

Pensa che il suo libro possa insegnare a non abboccare con tanta facilità al catastrofismo?
Temo di no, perché se per dieci anni la gente ha creduto a tutte le bufale da me descritte, continuerà a farlo. Quelle vicende si sono svolte sotto gli occhi di tutti, e se a nessuno è mai venuto il sospetto che fossero gonfiate, non gli verrà nemmeno dopo aver letto il mio libro.

Dalla «mucca pazza»  agli attentati all’antrace, alla febbre suina, l’Oms è sempre stata decisiva nell’attizzare le paure, tanto che lei scrive: «Senza i vertici dell’Oms questo libro sarebbe molto più smilzo». Cosa c'è dietro un tale comportamento?
Certamente le multinazionali farmaceutiche traggono benefici da questi allarmi. E’ un semplice dato di fatto, non un’accusa: in tutti i casi l’Oms si è mossa con un allarmismo sopra le righe. L’episodio più clamoroso è quello della Sars, col direttore della comunicazione dell’Oms che disse testualmente: «Abbiamo studiato un acronimo che fosse facilmente memorizzabile». Sembrava che parlasse del lancio di un prodotto commerciale... Quali altri interessi possano spingere l’Oms a questo allarmismo totale, non lo so. Certo, un sospetto viene anche al meno malizioso degli osservatori: questi signori ogni volta ci dicono «morirete tutti!», ma poi ogni volta le epidemie si rivelano molto inferiori rispetto alle previsioni. E mai nessuno che chieda scusa per essersi sbagliato. Stesso discorso per i media: forse che qualche giornale ha fatto un mea culpa riconoscendo che avrebbe potuto evitare i titoloni quando l’Oms preconizzava miliardi di infetti e milioni di morti per l’influenza suina?   

Come spiega la propensione dei media alla diffusione del panico?  
Il panico fa notizia. Più in generale, ho l’impressione che si provi un particolare godimento nel dipingere la realtà peggiore di quello che è. Un’altra impressione è che si sia affievolito il senso di responsabilità, per cui si pubblicano con leggerezza enormità come quella che in Inghilterra la «mucca pazza» avrebbe ucciso 136.000 persone e si sarebbero dovute scavare fosse comuni per seppellirle tutte. Penso che compito del giornalista sia anche di fare la tara a certe notizie. Mi sembra che negli ultimi tempi si sia abdicato a questo ruolo di informazione critica.

Bufale apocalittiche
Ponte alle Grazie, pag. 135, €13,00

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