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Arte-Cultura

Indro nell'Africa orientale

Indro nell'Africa orientale
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di Giuseppe Marchetti

Nel settimo volume della  sua «Storia d'Italia»,  giunto a presentare le  tracce e le opinioni nazionali e internazionali sulla  guerra d'Etiopia, Indro Montanelli scrive: «I reparti non incontrarono resistenza alcuna. Marciavano pazienti e entusiasti con  la loro dotazione di centodieci  cartucce, viveri per quattro giorni, due litri d'acqua a testa, scoprendo passo a passo, su piste e  sentieri polverosi, la nuova terra.  Gli ascari davano sfogo alle loro  fantasie, e sparacchiavano (gli  unici colpi d'arma da fuoco della  giornata), qualche fante, di origine contadina (..) si chinava a a raccogliere  una manciata di terra e la sbriciolava per saggiarne la grana,  calcolando la qualità e quantità  dei raccolti che se ne sarebbero  potuti ricavare».
Questo fu l'inizio dell'avventura  africana del nostro giornalista che aveva, quando fu mandato in Etiopia, ventisei anni.  Era il 1935, il fascismo  si manifestava al massimo del proprio   splendore celebrativo e l'espansione  coloniale pareva il già vicino orizzonte di un impero. Indro si recò in Africa con entusiasmo poichè credeva, in principio a questo nuovo modo d'interpretare la storia di quegli anni. Poi si ricredette, ma ormai il  pasticcio era fatto e l'Africa   Orientale Italiana era diventata  una realtà, che più o meno intensamente interessava gran  parte del popolo italiano. Nel '36,  quando la casa editrice Panorama pubblicò il «romanzo» del  «XX Battaglione Eritreo», Montanelli - che dichiarava orgogliosamente «sono letterato. E, a parte il brutto e il meschino di questa parola, il mio mestiere m'innamora». - un letterato lo era davvero e un buon giornalista anche.  Ora, nel momento in cui Rizzoli  ripubblica, dopo più di settant'anni questo libro arricchito dalle lettere inedite dal fronte africano a cura di Angelo Del Boca, si  ha la sensazione che quella vicenda abbia intimamente ferito  ed esaltato lo scrittore, e l'abbia  costretto, pur tra profonde venature di retorica mussoliniana,  a rendersi conto che il regime  stava conducendo l'Italia verso  un'avventura che si sarebbe rivelata poi a lungo andare disastrosa, come purtroppo  accadde  pochi anni dopo. «XX Battaglione Eritreo» non è un romanzo: è  una cronaca, un «diario»,  un intenso e  umanissimo reportage  di guerra, che le lettere confermano ed  arricchiscono di mille particolari, mentre si dipana adagio e quasi per segreto destino la sorte di  un uomo che confessa: «Questo  libro non è nato dentro la guerra,  fra le ansie del combattimento  (frasi come questa non usciranno mai dalla mia penna e dalla  mia bocca). E' soltanto la vita di  un battaglione solitario, vita mia  e di tutti: un battaglione così simile a coloro che lo formarono e  lo comandarono che scrivere  dell'uno è come scrivere degli altri».
 Precisa Del Boca nell'ampia  introduzione al volume: «Per oltre vent'anni, la polemica sui crimini del colonialismo italiano in  Africa ha visto Indro  o me su  fronti contrapposti. Oggi però,  grazie a questo libro ritrovato e  alla scoperta delle sue lettere dal  fronte, abbiamo strumenti nuovi  per rileggere quella terribile pagina di storia». In realtà, le lettere di Montanelli costituiscono  davvero la memoria storica di  quei due anni, '35, '36, durante i  quali Indro non smette mai di  essere uno scrittore e un giornalista, preoccupandosi  inoltre  che i genitori curino in patria i  suoi interessi, le relazioni con i giornali e gli editori, e tutto quel  non piccolo capitale di rapporti  che gli consentirà, una volta  rientrato, di riprendere appieno  la propria attività.
 Anche di questa materia è  composto  l'epistolario, con in  più, la consapevolezza che la  strada  del «letterato» è proprio la  sua. «E i mei libri? E i miei  articoli? Io non penso che a questo  e voialtri non me ne parlate». -   scrive nel novembre del '35 ai  genitori -  mentre, pochi mesi dopo, nel giugno del '36, annuncia  d'aver scritto una commedia (il  teatro resterà sempre tra le sue maggiori ambizioni) da far conoscere a Gallian e a Bontempelli  per una molto desiderata rappresentazione. In proposito si  legga a pagina 51 il capitolo che  dà il titolo al libro: è una breve  commedia molto drammatica e  amaramente sarcastica, che  esprime  assai bene lo spirito del  battaglione e gli animi degli ufficiali, tra i quali si nasconde anche Indro. Nelle battute di questo testo si annida  la storia di  persone che si rendono conto di  essere molto lontano dalla patria, separate e mandate a fare un  mestiere che non seduce  e non  ripara, ma soltanto fa rischiare le  malattie e la morte. Tuttavia -  novembre '35 -  «so no davanti a Macallé su cui spero  e credo che sarà il XX battaglione  a issare il tricolore». Dunque, la  speranza non venne mai meno e  la gioventù  alimentò questo  semplice e umanissimo sentimento, che ora ritroviamo intatto.
XX Battaglione Eritreo
Rizzoli, pag. 237,  19,50

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