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Paciaudi "inventò" la Palatina

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Giuseppe Martini
E'passato silenzioso, il 23 novembre, il terzo centenario della nascita di Paolo Maria Paciaudi, l’inventore della Biblioteca Palatina di Parma: del resto fu lui, e non tanto Du Tillot che lo aveva contattato nel 1760 per riallestire la biblioteca di corte, a creare una formula innovativa di ordinamento bibliografico che per molto tempo farà della Palatina un’istituzione unica in Italia. Quando arrivò la chiamata Paciaudi aveva perciò cinquant'anni e da una decina aveva smesso le vesti di predicatore, era teatino dal 1728, per dedicarsi a Roma allo studio dell’Ordine di Malta.
Ma la sua passione era l’archeologia. Passione temeraria, perché non sostenuta da una solida preparazione specifica; passione faticosa, perché imponeva viaggi e lunghi soggiorni a Napoli, dove l’arcivescovo Giuseppe Spinelli si era inserito nel boom dell’archeologia cristiana incaponendosi nella ricerca dei resti di Sant'Agrippino; ma anche passione feconda, perché gli permise di conoscere Winckelmann, il cardinale Albani e il conte di Caylus, pioniere dell’archeologia erotica.
Pure, fu passione che non l’abbandonerà neppure a Parma quando appena arrivato si porrà alla direzione degli scavi di Veleia, allestendo il primo nucleo di quello che sarà il moderno Museo Archeologico.
 Dietro tanto entusiasmo non è difficile individuare in questo torinese dalla mente geometrica e catastale la disposizione per l’ordinamento, il gusto classificatorio, il compiacimento per la distribuzione estetica e logica al contempo che dia una ragione delle varietà universali. La vicinanza a Francesco d’Aguirre, bibliotecario dei Savoia, aveva avuto più potere di fascinazione di tutti gli studi giovanili coi Gesuiti, e d’altronde chi era d’Aguirre se non il riformatore dell’Università di Torino, l’organizzatore del censimento di Milano, il collezionista che corrispondeva con la crema degli incipienti Lumi italiani?
Certo, Paciaudi ha ammesso di aver imparato la perizia bibliofila dal cardinale Passionei, responsabile della Biblioteca Vaticana e a sua volta bibliofilo - invano aveva tentato di metterci le mani per portarla a Parma - ma non è che una conferma della suggestione che su di lui esercitò la mentalità giansenista. E anche il gusto per la scoperta archeologica, per l’esposizione ordinata, per l’affinamento delle facoltà di giudizio gli veniva dal mondo di Port-Royal filtrato attraverso d’Aguirre: «Chi vago d’apprendere più che l’acutezza della scolastica disputazione l’arte di esporre ordinatamente le sue idee, nei buoni Logici potrà riscontrarla», aveva scritto in uno dei suoi manuali per bibliotecarii, ripubblicato due anni fa con ampia introduzione dell’attuale direttore della Palatina Andrea De Pasquale, ma della logica portorealista Paciaudi assimilerà solo l’utile per la propria attività, che restò sempre una conseguenza delle proprie passioni caratteriali.
Era in fondo un dilettante degli studî che, come i migliori dilettanti che sono il sale della cultura, rifiutano qualsiasi appartenenza per attingere dove e quanto serve ai loro scopi pratici. Nessuna meraviglia quindi che in lui l’estetica convivesse con l’accanimento classificatorio, e sentirlo dire che la biblioteca dev'essere disposta come in un quadro non è che la correzione pratica di un’idea teorica dell’abate Pallier.
 Da qui le strategie di disposizione ben equilibrate fra occhio e ragione che Paciaudi applicò in Palatina: gli scaffali ordinati in altezze decrescenti, la disposizione orizzontale con il susseguirsi delle materie secondo i piani in giro, le scaffalature in legno comune verniciato chieste a Petitot (che invece usò il noce) come quelle che aveva visto nella Sala Manoscritti della Nazionale di Parigi, dove nel 1761, con la scusa di una missione ecclesiastica, aveva fatto incetta di libri per Parma.
 Quando però chiese di stringere le finestre dell’attuale Galleria Petitot in Palatina, l’architetto non ci sentì da quell'orecchio. E non fu l’unica volta in cui Paciaudi non fu accontentato. Du Tillot preferiva acquistare poco e per gradi, Paciaudi puntava ad acquisire collezioni già formate e coerenti. Dovette invece accontentarsi di lavorare per singoli pezzi su catalogo e di scambiare libri con esemplari doppi, ma ne ricavò anche centinaia di codici manoscritti preziosi, fra cui il bellissimo «De Virginitate Sanctae Mariae» di Ildefonso da Toledo, tra l’altro appena pubblicato in fac-simile, spesso fatti elegantemente rilegare.
 Fu una stagione felice ma breve: la Biblioteca s'inaugurò nel 1768, nel 1771 Du Tillot era stato allontanato e Paciaudi, che pure aveva retto l’Università al posto dei Gesuiti esplusi dal Ducato, fu arrestato al loro ritorno, e reintegrato solo nel 1774. Ma una specie di mobbing di don Ferdinando, che aveva imposto Angelo Mazza come sistematore dei manoscritti, gli aveva fatto capire che non era più aria. Resterà qui fino alla morte, nel 1785, ormai emarginato e privato di quella gioia di vivere che lo aveva reso famoso come buona forchetta. In epoca di classificazione Dewey, oggi non dà brividi ricordare che il suo merito maggiore fu aver introdotto in Italia la catalogazione a schede mobili, di ispirazione parigina, con collocazione a tre cifre (scansia, scaffale, sequenza) e la possibilità di slittamento dei volumi in relazione alle acquisizioni, che seguiva una suddivisione, questa sì molto portorealista, in classi: teologia, diritto, filosofia, storia, filologia, arti più gli atlanti.
E chissà quanto sarebbe entusiasta di vedere che una disciplina ai suoi tempi solo ancella della cultura è divenuta a Parma protagonista di una ripartizione autonoma che è modello unico in Italia per collocazione e funzionalità, la Sezione Musicale della Biblioteca Palatina. Ma sarebbe una delle poche soddisfazioni. Oggi Paciaudi dovrebbe fare i conti con una professione strozzata dai tagli ministeriali e dalla sempre più scarsa considerazione per il servizio bibliotecario e archivistico pubblico, da ottuse norme burocratiche, dal massimalismo a spese della cultura. Altro che acquisire volumi, dovrebbe combattere per sopravvivere. E quella dell’eroe non era la sua tempra.

 

 

 

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  • Vivien Galea-Debono

    05 Gennaio @ 19.15

    Sto facendo delle ricerche su Paolo Paciaudi qui' a Malta da alcuni mesi, e dispiace anche a me che la citta' di Parma non abbia celebrato in qualche modo il terzo centenario della nascita di questo grande accademico e riformatore, come aveva gia' suggerito Anna Ceruti Burgio il 31 Marzo dell'anno scorso!

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