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Solzenicyn, parole ricolme di verità

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Sergio Caroli

Per tre anni sono andata a trovarlo e lui registrava le risposte alle mie domande; mi ha detto che non voleva si pubblicassero sue biografie lui vivente (...), ma poi mi ha scelto come la persona più indicata per scrivere un libro del genere. A quel punto mi ha letteralmente aperto il suo archivio personale, fornendomi documenti di ogni tipo: i suoi scritti giovanili e del tempo di guerra, i diari, le prime opere, le lettere, le memorie; tutto è entrato nel mio libro». Così, in un’intervista, Ljudmila Saraskina, insigne studiosa di Dostoevskij e autrice di «Solzenicyn» (San Paolo, pagine 1441, euro 84), opera monumentale che si legge come un romanzo e probabilmente destinata a vincere il tempo come «Arcipelago Gulag». Fluidità e leggerezza ne contrassegnano lo stile, nel quale si raccolgono meditazioni senza numero intorno a un itinerario umano e artistico senza pari, che si fa specchio della storia della cultura del XX secolo. Ne parlo con Adriano Dell’Asta, professore di Lingua e letteratura russa all’Università Cattolica di Milano, curatore del volume, oltre che di una densa prefazione.
Professore, una lettera «sovversiva»  a un compagno di scuola consegna Solzenicyn, eroico ufficiale di artiglieria sul fronte tedesco, al Gulag. La terribile esperienza gli detta una concezione della letteratura cui rimarrà fedele sino alla morte. Come caratterizzarla?
Una definizione rapida potrebbe essere data dal «Vivere senza menzogna», restituire all’uomo russo e a tutta l’umanità il senso di una verità e di una realtà che non sono frutto dell’ideologia ma vanno riconosciute, fanno appello alla responsabilità e alla libertà di ciascun uomo. Nella biografia della Saraskina si narra un episodio in apparenza di poco conto, e che è invece estremamente significativo di quale sia stato e di quale sia oggi il valore di Solzenicyn: siamo a metà novembre del 1962 nel giorno dell’uscita della rivista «Novyj Mir» con la prima edizione di «Una giornata di Ivan Denisovic»: ad un chiosco dove si vendono riviste si presenta un uomo un po' strampalato, che non riesce a dire il nome della «Novyj Mir» e chiede alla giornalaia: «Ma sì, ma sì, quella dove c'è scritta tutta la verità!». E lei capisce di che cosa sta parlando. Questo è il miracolo realizzato da Solzenicyn: dopo decenni in cui le parole non dicevano più la verità, le parole tornavano a significare la realtà, tornavano a dire la verità.
Per il giovane Solzenicyn la matematica era «il pezzo di pane sicuro, mentre la letteratura era la sua vocazione», ma il misterioso fascino della personalità e dell’opera sua non scaturiscono proprio dall’osmosi fra quei due mondi?
La matematica ha lasciato un segno nell’opera di Solzenicyn, lo dice lui stesso quando ricorda che proprio la matematica gli suggerì il metodo della scrittura per «nodi», cioè quel particolare accorgimento con il quale ha organizzato la «Ruota rossa», il suo enorme romanzo in più volumi sulla Rivoluzione: siccome non si poteva sognare o pretendere di scrivere un’opera che ricostruisse tutti gli avvenimenti della Rivoluzione (perché quest’impresa andava al di là delle possibilità di un uomo solo, giacché molti documenti e testimonianze erano irraggiungibili, e perché la tentazione della totalità, la pretesa di dominare tutto aveva già mostrato quali tremendi esiti potesse generare), bisognava escogitare qualche altra modalità per cercare di restituire il senso di quello che era avvenuto. Questo strumento, suggerito dalla matematica, sono appunto i «nodi» della «Ruota rossa»: alcuni punti cruciali (Agosto 1914, Ottobre 1916, Marzo 1917, Aprile 1917) attorno ai quali si concentra la narrazione, per tentare di rendere l’insieme; come quando per descrivere una curva, non se ne danno tutti i punti ma solo alcuni. Questo metodo, nutrito dall’intuizione artistica e dall’esperienza spirituale, può portare a risultati del tutto inattesi, specie se si pensa che per due punti passa un solo piano, mentre per un solo punto non passa né un solo piano, né la totalità dei piani (tentazione pericolosa, come si è detto), ma l’infinito dei piani.
«Grazie a Marx eravamo esentati dal dover leggere tutta la filosofia mondiale precedente, venticinque secoli di pensiero; avevamo tutte le verità a portata di mano! Ah, è davvero un veleno terribile, quando ti dicono che la verità è già stata trovata». Così ricorda gli anni universitari Solzenicyn, l’incarnazione monumentale della lotta metafisica dell’individuo contro lo Stato. Quando e come si consumò la sua rottura col marxismo?
Si consuma attraverso un lungo percorso esistenziale: la guerra, il campo di concentramento e il cancro, che pongono lo scrittore di fronte alla realtà, liberandolo dalle costruzioni di ogni ideologia. A fondamento dell’umanesimo di Solzenicyn sta l’educazione cristiana, che lo aveva segnato pur attraverso il tentativo di distruzione messo in atto dall’indottrinamento sovietico.
Lev Danilkin, «columnist» della rivista russa «Afisha», ha accusato la biografia della Saraskina di non mettere in luce gli aspetti negativi dell’uomo Solzenicyn. Cosa risponde?
La stessa Saraskina aveva anticipato queste critiche nella sua introduzione e lo ricorda poi lungo tutto il testo: tutto il negativo che si poteva dire su Solzenicyn era già stato detto. Certe accuse (di essere antisemita, teocratico, zarista, nemico della libertà eccetera) lasciano davvero interdetti, totalmente prive come sono d’ogni fondamento. La Saraskina ricorda che lo stesso Solzenicyn aveva detto su se stesso delle cose terribili, che nella biografia non vengono comunque nascoste.
Solzenicyn - San Paolo, pag. 1441, 84,00

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