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Il racconto della domenica - Una bellissima creatura

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Marta Silvi Bergamaschi
-A quindici anni scrivevo: ti amo, sul tronco di un albero, custode e giudice immobile di casa. Sussurravo: non voglio farti male. Ti amo è un impeto del cuore, astrazione pura. Amo anche te, generoso paralume verde che emani vita.-
- Ora, mia cara, non è più tempo di scrivere: ora te ne vai in montagna. Te lo ordino come medico e come marito.- -Mi spieghi perché dovrei ubbidire ai tuoi ordini?- -Sei pallida, stanca, dimagrita: da brava, fai le valigie: io ti conduco e poi torno. A fine settimana ti raggiungo e ci fermiamo a Canazei dieci giorni. Questa volta sono io che decido. E’ iniziato un nuovo anno.- Intanto la guardava con occhi acuti, dolci e risoluti: gli occhi mobili e sempre diversi che l’avevano fatta innamorare. I “lettori dell’anima” li aveva definiti. Poi gli disse: non credi potrebbe essere pericoloso leggere l’anima? Lui rise, ma non rispose. O disse, bisbigliando: le solite evasioni fantasiose. Fu così che si trovò in montagna. Era, il giorno, una matassa di luce che l’avvolgeva, un sole lustro s’adagiava sui monti, sulle case, sulla neve che brillava come bianca lava. Bellissimo, anche se a lei i monti così fermi, immensi incutevano soggezione. Il mare era vita, la vita nasce nell’acqua: i monti le suggerivano l’aspetto severissimo della vita. Implacabile e immoto. E che cos’è la vita se non l’attesa dell’ultima chiave che aprirà la porta misteriosa? E’ proprio soltanto questo Elisa? Non ti sbagli? L’Hotel Bernard non era affatto cambiato: ogni cosa al proprio posto come due anni prima quando con Vincenzo ci aveva trascorso venti giorni. In sala da pranzo i posti occupati erano pochi. Dalle ampie finestre si scorgevano rari sciatori, piste intatte o macchiate di puntolini neri che sparivano e ricomparivano. La crisi, pensò Elisa. E quasi si sentì in colpa. Non le piaceva sciare. Le piaceva nuotare. Provò un paio di sci, anni addietro, e subito cadde. Il cielo le fu addosso azzurro e leggero come un velo: si mise ferma, sorridendo a quel tetto infinito camminato da soffici nuvole fino a quando Vincenzo arrivò a rimetterla in piedi.
–Ci rinuncio- affermò. Non imparò mai a sciare. Un signore l’osservava dal tavolo vicino: era ora di pranzo. Era solo. Un signore elegante, capelli brizzolati, viso abbronzato, occhi sottili e curiosi: due fessure intriganti. Elisa sapeva che tra poco le avrebbe rivolto la parola. Infatti:- La signora è sola?- Prevale sempre la banalità, pensò Elisa. –Per ora- rispose. –Ah, fece il signore. Lo immaginavo. E’ pericoloso lasciare sola una bella signora.- -Sono coraggiosa- rispose Elisa. – E lui?- -Lui è a casa con una bellissima creatura. Fulva, occhi enormi, dolcissimi, è docile e affettuosa. Sono tranquilla. E’ in buone mani.- -Voi giovani sapete instaurare rapporti interessanti, appunto perché trasgressivi. Avete, secondo me, innocuo professore di filosofia, assorbito dalla cultura orientale…- -No…no, signore. La cultura orientale la possiamo escludere, nel caso nostro: anche se l’accettiamo con tutto rispetto.- -E allora?- -Allora io non ho nulla da confessare. Il pranzo sta arrivando. Vorrei gustare le buone cose che ci stanno portando. Mi scusi.- Trascorsero due giorni strani. Elisa inevitabilmente incontrava il professore: durante le passeggiate, in paese, nei negozi. La seguiva, austero e deciso. La fissava: dagli occhi sottili uscivano sguardi taglienti come bisturi. Un mattino la invitò:- Lo accetta un caffè?- Non osò dire di no. La prese un tremore strano: e se fosse pazzo? Suvvia Elisa, non essere ridicola. Ognuno di noi porta in sé un pizzico di follia. Lo sai perfettamente. E stasera arriva Vincenzo. Sorbirono il caffè in un iniziale imbarazzante silenzio. Il professore sbottò:- E se le chiedessi di raccontarmi la sua storia?- -E’ una storia normale. Sta per caso scrivendo un libro? La vedo scrivere nel sole con una penna nera (non usa il computer, bravo). Scrive nel giardino dell’albergo. La normalità non serve. I libri corrono su altre rotaie.- Lui tacque. Misteriosamente assorto. In una sosta lunga e noiosa. Si alzarono e raggiunsero l’hotel. Giunse sera. Arrivò Vincenzo. Al guinzaglio era con lui Billie, la loro cara, splendida boxer. Fulva, superba, uno sguardo disarmante. Il professore li guardava. Elisa gli disse: -Permette? Le presento Billie, la creatura bellissima e fedele di cui le ho parlato. Le presento Vincenzo, mio marito. Era o non era in ottima compagnia?- Il professore sorrise amaro. Vincenzo fissò sua moglie con uno dei suoi sguardi imprevedibili.

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