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Marchi, il pensiero e l'impresa

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di Giulio Sapelli

Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo un estratto della prefazione del volume di Armando Marchi «Il dragomanno e il dilemma del senso» scritta da Giulio Sapelli 

Armando Marchi, raffinato intellettuale che difficilmente si può ritrovare nell’oggi quotidiano, è stato per anni testimone dell’essere e testimone vivente del tentativo di trasformarlo, quell’essere, a partire dall’impresa nella modernità. 

Ho sempre pensato che l’impresa può essere la libertà dei moderni e Armando Marchi ha rappresentato la figura più alta, con Claudio Corduas (sul quale occorrerà ritornare in una forma simile a quella che ora si offre per la memoria eternata d’Armando), d’intellettuale nell’impresa per la libertà di tutta la società. E d’intellettuale nell’impresa nell’Italia del secondo dopoguerra e in primo luogo nell’Italia in cui la modernizzazione senza sviluppo ha dilagato prepotentemente, dagli anni Settanta a oggi, dopo il Sessantotto e la fine delle lucciole. Armando critica la distruzione del concetto di responsabilità dell’alta direzione per mezzo del managerialismo dilagante. E lo fa ristrutturando un’immagine del capitalismo come forma possibile dell’elevazione umana e non solo della sua alienazione, se esso scaturisce dalle volontà personali dell’innovazione, della cultura umanistica che si affianca a quelle delle tecniche e delle scienze, in saperi taciti e non taciti. La coscienza infelice di questa grande figura d’intellettuale si staglia grazie ai saggi che pubblica immaginificamente su riviste immaginarie con il nome di Baiardi e in saggi, invece, di riviste d’impresa realmente esistenti (come Itinerari d’impresa). Ma che durarono un attimo, che passarono come una cometa creando, però, una comunità di destino non transeunte tra intellettuali, dirigenti e quadri e operai e impiegati d’impresa come mai si era saputo e potuto realizzare in Italia. Armando muore, o meglio cade ammalato, un attimo prima di poter pubblicare la brochure che doveva, in 50 esemplari, stampare per distribuire a 50 amici nell’impresa e fuori dall’impresa e di cui io conservavo la bozza e di cui ora se ne fa il disvelamento unitamente ai saggi evocati. Quando la ricevetti mi oscurai: ebbi un presentimento, quasi come se l’amico del cuore volesse uscire  nel silenzio dal silenzio per lasciarci un messaggio: preveggente serena visione della morte imminente? È «L’opera nascosta» di Armando che qui si è raccolta unitamente ad altri scritti. Una sorta, quella brochure non realizzata, di atteggiamento pascaliano dell’essere piuttosto che di Dio, ché Dio all’orizzonte Suo sempre mancò, senza impedirgli di essere cristiano crocianamente come solo Lui poteva e sapeva essere. È la Sua sapienza psicoanalitica, con il costante confronto con Pier Francesco Galli in primis e poi con Pino Varchetta, a fargli scaturire la passione per la sofferenza nell’impresa e l’agone per curarla, quella sofferenza, in primo luogo riconoscendola, dilavandola con la Sua sapienza, disvelandola con il Suo sguardo critico di intellettuale vero e profondo, che parlava con il Suo silenzio e i Suoi brevi, enigmatici ma straordinari, appunti tracciati con la sottile matita e tramite la tastiera di un vecchio computer da ufficio nell’area a Lui dedicata in impresa. Ecco i messaggi che ci consegna nella parte di questa raccolta di testi e che ho voluto intitolare: Armando legge, pensa, scrive, perché ivi si troveranno note di lettura vere e proprie secondo la vecchia tecnica dell’erudizione:  la trascrizione del brano che occorre memorizzare e aver sempre dinanzi a sé per trarne tutte le linfe vitali possibili. E poi l’elzeviro, la notazione alla Kraus, alla Flaiano, in cui Armando eccelleva con la maestria dell’erudito nascosto (il nascondimento come arte del pensiero…), che si riconosce e riconosce se stesso quando il pensiero scaturisce per venire fissato con la scrittura nella riflessione solitaria e preparatrice dell’incontro con l’altro nell’affabulazione, nella dialogicità che non ha bisogno di PowerPoint, di slide, di strumenti di distruzione di massa dell’intelletto, ma, invece, ha bisogno del confronto attento e rispettoso come solo Lui era capace. E il sogno che doveva inverare tale utopia dialogica e creatrice di una nuova libertà dell’essere nell’impresa per la vittoria di un’impresa beneficamente trasformatrice era il «Suo» Lab, di cui qui si raccolgono le carte preparatorie. Esse rivelano la serietà di un progetto, uno stile di lavoro fondato su una visione di lungo periodo, uno scrupolo profondo nella ricerca dell’interpenetrazione nell’impresa e per l’impresa tramite le competenze, il merito, l’eccellenza, senza che mai si intacchi il cuore dell’autonomia  di un progetto intellettuale originale e unico. Ma Armando era molto di più, come documentano i Suoi articoli, i Suoi interventi sulla storia dell’Italia e del mondo, nel Suo dialogare attento e dotato di quelle tre penultime virtù che fanno grande l’intellettuale e libera l’impresa: l’umiltà, l’attenzione, il rispetto. Grazie Armando. 

  ll dragomanno e il dilemma del senso

 Guerini e Associati, pag. 203,  20,00

 

 

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