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Volevano demolire il "Portone"

Volevano demolire il "Portone"
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6settembre 1940, mentre la Luftwaffe continua a sganciare bombe sulla periferia di Londra e la RAF contrattacca tirando su Berlino, a pag. 2 del "Corriere Emiliano" viene individuato il nuovo obiettivo da distruggere: l’Arco di San Lazzaro. "Sì, è venuto proprio il momento di farlo fuori", scrive Nespolo in un fondino di margine alla cronaca della città in seconda pagina, e non con le bombe ma con le ruspe: "Ci pensiamo da quando ragazzi arrischiavamo di accopparci ingloriosamente là sotto per l’irruzione improvvisa di qualche camion. Ma allora eravamo ingenui, giovani. "È antico" dicevamo "bisogna lasciarlo stare". E in nome di quell'antichità lo si era sopportato bonariamente per decenni anche se la mole che occupava gran parte della carreggiata della Via Emilia cominciava a diventare un ingombro per il traffico moderno: "E adesso dà molto fastidio e fa ammaccar le ossa ai ragazzini: e val molto più la gamba di un ragazzino di tutto il portone".
Per quanto possa sembrare bizzarro che i ragazzini continuassero a cozzare contro un ostacolo tutt'altro che invisibile, il problema riguardava non tanto chi passava sotto a quello che i parmigiani chiamavano il "Portone di San Lazzaro", allora non c'era l’aiuola intorno, ma a chi doveva aggirarlo: "Ne sarà contento anche il tram elettrico, che è costretto a girargli intorno, e da tanto tempo inascoltato leva una stridente querula. Friggono i freni, escono i rumori di ferraglie, pare che ripetano "è ora di farlo fuori, porca miseria, è ora di farlo fuori"".
Quell'ora invocata da Nespolo e dal tram suonava mentre a Barriera Vittorio Emanuele stava cadendo sotto i colpi delle benne uno degli ultimi residui delle mura, da tempo erano sparite le Beccherie della Ghiaia, e c'era chi sull'onda del modernismo aveva proposto di far fuori il Casino del Petitot, la Cittadella e addirittura nel 1901 - non si capisce perché mai - le Torri dei Paolotti, salvate in extremis da una campagna intellettuale condotta da Paolo Baratta.
Invece l’Arco era ormai visto come un oggetto inutile che dopo essere nato per motivi effimeri "ha sgraffignato al Tempo distratto più di tre secoli". A essere onesti non è vero che l’arco quei tre secoli li avesse proprio sgraffignati. Vero sì che fu alzato per un motivo occasionale, per farci passare sotto Margherita dè Medici e il duca Odoardo Farnese neosposi il 9 dicembre 1628. E vero anche che la sua gestazione fu tormentata: gli Anziani del Comune non avevano voglia di spendere ma sapevano di non poter evitare un gesto della Comunità agli sposi, e alla fine si decise per una porta "a tre archi di quadrelli o d’asse" affidandone esecuzione e controllo delle spese a due "Assessori al Portone" (formidabili quegli anni) e il disegno al leader della progettistica ducale del momento, Giambattista Magnani, che optò per un fornice maggiore a tutto sesto e due più bassi e trabeati, divisi da lesene doriche.
Un modello chiaramente desunto dall’Arco di Costantino, con alcune differenze di dettaglio, e posizionato sulla tagliata a mezzo miglio dalle mura, in località San Lazzaro. Fin qui, l’ossatura. Basi, capitelli e cornicioni furono ricoperti in marmo, sui lati lunghi in alto correva una balaustra pure di marmo, gli ornati furono stuccati da Ippolito Medini e Giovanni Battista Boffa, e gli incassamenti nei lati lunghi sopra i fornici minori erano fatti per ospitare decorazioni, affidate a Giovanni Battista Amidano secondo un programma basato su esempi di fedeltà e gratitudine di Parma verso Roma (Giulio Cesare nomina la coorte miliaria di Parma, Parma invia aiuti a Ottaviano, espulsione degli ambasciatori di Silla che sobillavano la città contro lo Stato e invio di truppe a sostegno di Roma contro Cinna); sull'attico est era invece dipinta la vittoria di Parma contro Federico II e su quello verso la città la deduzione di Parma a colonia romana. Tutte fornite di epigrafi didascaliche.
Quattro colossi scolpiti si ergevano su colonne libere ai lati della luce principale: Macrobio, Cassio Parmense, l’esarca di Ravenna Callinico e un Godescalco che Antonio Bertolini nei suoi appunti pensa fosse l’abate di Nonantola ma si trattava invece del duca longobardo di Parma catturato da Callinico nel 601, casus belli d’una guerricciola dei Longobardi con l’Impero. Anche se ancora era viva la leggenda per cui l’autore dei "Saturnalia" fosse parmigiano (invece il Macrobius di cui a una famosa epigrafe in città era un omonimo) Macrobio e Cassio vanno intesi come endiade letteraria parmigiana e quella Godescalco-Callinico come riaffermazione di autonomia della sovranità locale. Ma queste sono altre storie.
Resta che, a matrimonio finito, le pitture restarono lì fino a rovinarsi fino a quando furono cancellate nel 1714 quando l’arco fu riutilizzato per il matrimonio di Elisabetta Farnese aggiungendoci una cimasa sull'attico, poi per l’entrata di Napoleone a Parma nel 1805 - addobbando una nuova cimasa con una pomposa dedica, sovrastata da una vittoria alata e trofei, più nuove statue sulle colonne e panoplie nei riquadri - e infine nel 1825 per la visita di Francesco I, quando fu decorato in chiaroscuro dal Borghesi. Da allora ricominciò il lento screpolamento di un monumento di cui di nuovo rimase la sola struttura ma che assolveva al non ingrato compito di fungere da porta orientale della città. Ma non bastava questo per commuovere Nespolo: "È venuto il momento di farlo fuori" minacciava "Ne sarà felice la città intera, che ha bisogno d’aria, vi saranno riconoscenti i camionisti, i ciclisti, tutta la gente che è costretta a passarci sotto rischiando inutilmente un’utile vita". Invece arrivò la guerra, la proposta passò in cavalleria e l’arco ha sgraffignato altri settant'anni, ma ora l’aria è cambiata: la nuova illuminazione notturna ne esalta l’eleganza, è diventato un imprescindibile cardine urbanistico, i veicoli gli girano intorno che è un piacere tanto che, in un’epoca fitta di rotatorie, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Giuseppe Martini

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  • Barbone Gaetano

    20 Febbraio @ 19.31

    PARMA PER L*ARTE, del Prof. Giovanni Copertini, anno 1, fascicolo 1, gennaio-aprile 1951, a pag. 42, fornisce ai suoi lettori la proposta di demolizione dell'Arco come una "recente" richiesta dell'Automobil Club di Parma. Almeno così ho capito io. Chi ha ragione?.

    Rispondi

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