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Arte-Cultura

Van Gogh, folle ma coltissimo

Van Gogh, folle ma coltissimo
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di Edda Lavezzini Stagno

I girasoli non ci sono. E non ci sono le nature morte. Ma la splendida mostra di Van Gogh che il Complesso del Vittoriano riporta a Roma dopo ventidue anni non delude i numerosi visitatori (340 mila in tre mesi). Accanto a lavori usciti per la prima volta dalle collezioni private non mancano opere celeberrime.
Ecco l’autoritratto del 1884 dell’artista con il cappello, proveniente dal Rijksmuseum di Amsterdam, scelto come immagine pubblicitaria della mostra «Vincent Van Gogh. Campagna senza tempo - Città moderna».  Sono esposte fino al 20  febbraio (la mostra è stata da poco prorogata) settanta capolavori tra dipinti, acquarelli su carta del maestro di Groot-Zundert, e oltre trenta opere degli artisti che lo hanno ispirato - tra i quali Millet, Pissarro, Cézanne, Gauguin e Seurat. Un percorso che aiuta il visitatore a conoscere a fondo il pittore olandese perché non sono esposte solo opere dell’ultimo periodo universalmente note, ma è rappresentato il viaggio di uomo e di artista, dagli anni bui dei dipinti olandesi all’impatto con la modernità dirompente delle opere impressioniste e neo-impressioniste di Parigi, all’incontro con la luce assoluta della Provenza. In genere si pensa a Van Gogh come a un grande pittore, ma bizzarro, si guardano le sue opere come fossero frutto della sua follia. Leggendo i teneri episodi che la sorella riferisce sul giovane Vincent, o leggendo il libro che Giordano Bruno Guerri ha dedicato all’artista, e i testi del catalogo SKIRA, si ha la conferma che Van Gogh è un uomo di grande cultura, un pensatore raffinato che parla perfettamente varie lingue, e che inizialmente studia per diventare mercante d’arte. La sua sorprendente memoria visiva gli permette di ricordare fin nei minimi dettagli dipinti o stampe già visti; dalle numerose lettere, la maggior parte indirizzate al fratello Theo, apprendiamo quanto importante sia stata questa conoscenza storico artistica per lo sviluppo del suo stile personale. La malattia che lo tormenta e che lo porterà alla morte, lo mette davanti a molti dubbi, ma l’ambizione e la percezione del ruolo che avrebbe avuto nella storia dell’arte gli fanno vedere in modo chiaro la propria opera nel suo insieme.  Gli studi artistici di Van Gogh iniziano nella Scuola di Barbizon, e poi nella Scuola dell’Aia. La mostra romana analizza il lavoro del grande pittore approfondendo due aspetti fondamentali della sua identità artistica: l’amore per la campagna, vista come un ambiente fisso e immutabile, e l’attaccamento alla città, centro del movimento frenetico e della vita moderna.  Il percorso del Vittoriano parte dal periodo olandese: le teste dei contadini, i lavori nei campi, i paesaggi con casette dai tetti di paglia. Nelle opere del primo periodo si notano i colori smorti di quella campagna. Ecco l’acquerello che rappresenta il «Bruciatore di stoppie con la moglie». «Il seminatore di patate» è un suggestivo olio su tela del 1884 commissionato da un ricco orefice che vuole decorare la nuova casa proponendo soggetti religiosi, ma Van Gogh lo convince che per una sala da pranzo le scene di contadini in campagna sarebbero più indicate. Van Gogh dedica un periodo, dall’1884 al 1885 ai ritratti, ai «tipi del Brabante»: una serie di teste di contadini alle quali l’artista si dedica come fosse uno studio sulle persone del Brabante. Ecco visi segnati dalla fatica dei campi, nasi pronunciati sotto berretti, fazzoletti o cuffie. Van Gogh ritiene che la campagna conservi immutati, valori e tradizioni, ma la città riveste per lui un’importanza vitale, essendo il luogo dell’esperienza contemporanea dove può conoscere gli ultimi sviluppi artistici, incontrare colleghi e promuovere la sua carriera. «Trasferendosi a Parigi nel 1886 - sottolinea la curatrice della mostra Cornelia Homburg - il pittore entrò in contatto con le opere di impressionisti e neoimpressionisti, di cui sapeva ancora poco. Superato lo shock iniziale di fronte a realizzazioni così radicalmente nuove, si trovò a poter disporre di un’ampia riserva di temi e tecniche d’avanguardia per elaborare nuovi approcci alla pittura».   Come la campagna, anche la città moderna è descritta da un punto di vista ben specifico. E’ il luogo dell’esperienza contemporanea dove il progresso dell’industria sta cambiando per sempre il destino dell’uomo, ed è proprio lì che l’artista impara a esprimere il sentimento della modernità, come in «Strada con sottopassaggio» dal Guggenheim Museum.   Van Gogh si dedica di rado alla rappresentazione delle vie affollate o delle pittoresche piazze di Parigi; preferisce ritrarre le stradine dei sobborghi, come negli «Orti a Montmartre» inondati di luce purissima, o la gente a passeggio nei parchi pubblici, raffigurata, ad esempio, nella tela dalla Collection Noro Foundation. «Voglio che tu capisca bene la mia concezione dell’arte. Bisogna lavorare a lungo e duramente per afferrarne l’essenza. Quello a cui miro è maledettamente difficile, eppure non penso di mirare troppo in alto. Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente», scrive il pittore al fratello Theo.
Il sogno di Vincent è proprio questo: esprimere, attraverso il linguaggio universale dell’arte, la propria anima e arrivare così al cuore di tutti, poveri e ricchi, colti e ignoranti. L’artista dalla personalità complessa, in cui convivono diverse realtà (l'amore per la gente, il bisogno espressivo, il tormento della malattia) trasforma il suo dramma interiore in opere di pura poesia. 

 

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  • pattrizia 71

    12 Gennaio @ 20.24

    caro van grazie delle emozioni che hai saputo trasmettere alle generazioni future....una domanda spesso mi assale.......folle lui o folle la società del tempo che non ha saputo comprendere la vera essenza della tua arte????.......riposa in pace grande artista e speriamo che qualcuno lassù sappia dare la giusta importanza a quello che sai fare..........

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