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Ebla, nuova dimensione

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Maria Pia Forte

Formulare a vent'anni un sogno e dedicargli poi cinquant'anni della propria vita, vedendo il sogno farsi realtà persino al di là delle iniziali speranze: una fortuna che pochi conoscono. Ne è consapevole Paolo Matthiae, il grande archeologo scopritore di Ebla, la città protosiriana rinvenuta a Tell Mardikh, a una sessantina di km a sud di Aleppo: uno dei più clamorosi ritrovamenti dell’ultimo mezzo secolo, che dal 1964 - quando la Missione dell’Università La Sapienza di Roma intraprese lo scavo - continua a regalare sorprese, come racconta lo stesso Matthiae nel suo ultimo volume «Ebla - La città del trono» (Einaudi, 552 pagine, 34 euro). Fondata più di 4500 anni fa, Ebla conobbe la massima fioritura in tre lunghe fasi tra il 2500 e il 1600 a.C.: imponenti mura, quattro palazzi reali, templi (uno dei quali, eretto forse nel XX secolo a.C., con la sua struttura tripartita avrebbe ispirato il famoso tempio di Gerusalemme), fortezze, abitazioni, necropoli reali dai ricchi corredi, statue, vasi, monili in oro e pietre preziose ci parlano di una civiltà molto progredita. Distrutta definitivamente verso il 1600 a.C., il suo nome poi cadde nell’oblio. «Esso riemerse - mi dice Paolo Matthiae, che insegna Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico alla Sapienza - solo alla fine dell’Ottocento, grazie ad alcune iscrizioni di re accadici dell’antica Mesopotamia che ricordavano di averla assoggettata.   Fra gli antichi centri urbani riportati alla luce nell’ultimo mezzo secolo Ebla è unica per ampiezza, antichità e varietà dei ritrovamenti e come testimonianza del definitivo affermarsi della città nella storia dell’umanità: si tratta infatti di una grande città fiorita al di fuori delle valli alluvionali come la valle del Nilo e la piana dell’Eufrate e del Tigre».
Cosa significava la città nell’Oriente antico?  
Era sinonimo di civiltà. Ebla è oggi la città meglio conosciuta di quella fondamentale esperienza che fu l’'urbanizzazione secondarià, verificatasi soprattutto verso la metà del III millennio a.C., alcuni secoli dopo l’urbanizzazione primaria che interessò solo le valli alluvionali. Impiantare il modello della città anche in regioni meno ospitali fu una sfida: solo se fosse stata vinta, la città avrebbe potuto acquisire una valenza universale, come in effetti è accaduto. Ebla è la dimostrazione della vittoria contro i condizionamenti della natura e le contese degli uomini.   Grazie ad Ebla, ormai si ammette che, oltre ad Egitto e Mesopotamia, anche la Siria ebbe un ruolo non secondario, riconosciuto dai faraoni dell’Antico Regno e dai maggiori centri della Babilonia. Nella sua fase più antica, tra 2400 e 2300 a.C., Ebla tentò di fondarsi un impero con audaci campagne militari, arrivando a sconfiggere Mari sull'Eufrate, alle porte del mondo sumero-accadico della Mesopotamia meridionale. A quel tempo Ebla riceveva enormi quantità di lapislazzuli dal lontanissimo Afghanistan e oro dall’Egitto: nel Palazzo Reale sono stati trovati 42 chili di lapislazzuli in pietra grezza e vasi di pietra con i nomi dei faraoni Chefren e Pepi I, certo inviati in dono ai signori della potente città della Siria.
Essa viene chiamata «città del trono» in un poema del XVI secolo a.C., in cui lei individua diverse analogie con l’Iliade. Possibile che abbia ispirato Omero, malgrado la distanza di tempo e geografica?  
Nel «Poema della liberazione», originariamente scritto in hurrito e poi tradotto in hittito, si narra la storia della presa di Ebla ad opera di un re di Ninive: un caso unico nella letteratura orientale antica. Le assonanze con l’Iliade sono impressionanti: la causa della guerra è la detenzione ad Ebla di un principe straniero, come Elena regina di Sparta; quando il dio Teshub minaccia il re di Ebla, questi convoca un’assemblea di principi amici per consultarsi e prevale il parere di un eroe «forte di parola», qualcosa di simile a ciò che accade davanti a Troia assediata, quando Ulisse o Nestore impongono le loro sagge o astute argomentazioni; e così via. Non è impossibile che canti come questo siano stati tramandati oralmente in Asia Minore e siano stati conosciuti nell’ambiente di Omero.
Quando cominciò a scavare a Tell Mardikh, era sicuro che lì sotto ci fossero i resti di Ebla?  
La certezza si ebbe solo quando nel 1968 scoprimmo un busto basaltico di statua nella cui iscrizione si leggeva «re di Ebla».
Nel '75 furono rinvenuti gli Archivi del Palazzo Reale della prima Ebla. Quale eco ebbe nel mondo questa scoperta? 
Una risonanza enorme. Il «Times» di Londra, dopo un’accuratissima intervista telefonica, diede l’annuncio con un articolo a nove colonne in prima pagina. Fu una scoperta epocale anche per la quantità straordinaria di testi contenuti negli Archivi Reali: più di 17.050 numeri di inventario di tavolette cuneiformi del 2350-2300 a.C., di cui circa 2.000 intatte, che illuminano ogni aspetto della vita della Siria per un cinquantennio.
Conta di trovare un secondo Archivio, altrettanto importante?  
Abbiamo da poco concluso la 47a campagna di scavo e tutti i nostri sforzi sono concentrati sull'Acropoli per riportare alla luce il Palazzo Reale dell’età di Hammurabi di Babilonia e del Medio Regno dell’Egitto. In questo enorme complesso si devono trovare gli Archivi del XVIII e XVII secolo a.C. Si sta inoltre provvedendo a completare il Parco Archeologico: entro un paio d’anni Ebla sarà uno dei siti dell’Asia Occidentale di più agevole fruibilità.
Ebla - La città del trono - Einaudi, pag. 552, 34,00

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