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Arte-Cultura

Il Ducale primo teatro della città

Il Ducale primo teatro della città
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Giuseppe Martini

Da quando la storia locale si è nascosta dietro i libri da scaffale e l’antiquaria aneddotica, il passato è stato devoluto al cliché, e tanto peggio per il presente che vive delle proprie mediocrità: del resto è il segno dei tempi, nei quali politica e opinione pubblica sono indifferenti alle sorti del passato, delle sue testimonianze e della sua capacità di formare identità civile, a meno che non abbia funzioni di propaganda. Perciò non più in libreria si può trovare la storia locale ma al limite sulle bancarelle, dove è possibile ancora imbattersi nei reperti ambiti di un’editoria che non c'è più, un’editoria che privilegiava la ricerca, il documento, il rapporto fra testo e illustrazioni, che mostrava la stessa curiosità e lo stesso entusiasmo dei propri lettori.
Pochi sono rimasti gli eredi di quel mondo, per il resto l’immagine suggestiva che incombe su un testo per lo più decorativo è diventata oggi la regola per confezionare un bel prodotto tutto estetica e niente ricerca, perché si sa che ricercare stanca. Insomma, tutte queste cose vengono in mente sfogliando la fatica più recente di Gaspare Nello Vetro, uno di quegli ultimi accaniti ricercatori ai quali il passato interessa solo se è inesplorato e se ha cose da dire, cioè il contrario dell’editoria locale contemporanea che adora rifriggere la stessa frittata. E diciamo fatica perché - chi scrive è testimone - per una dozzina d’anni Vetro ha setacciato migliaia di documenti in Archivio di Stato e nella Sezione Musicale della Biblioteca Palatina, ha compulsato diari e cronache del Sei e Settecento, ha sfogliato tutti i numeri della «Gazzetta di Parma» dalla fondazione   a Maria Luigia, ha ispezionato fondi bibliotecari appartati, ha vagliato locandine e avvisi teatrali, ha raccolto una mole immensa di materiale per ricostruire una cronologia il più possibile dettagliata e precisa di una realtà che per poco meno di un secolo e mezzo ha rappresentato un cardine della cultura e della fama musicale di Parma, quel Teatro Ducale che, nel Palazzo della Riserva dove ora sorgono le Poste Centrali, fu il primo autentico teatro pubblico della città.
Stiamo parlando di una fetta sostanziosa della storia del ducato, un teatro sorto nel pieno della grandeur di Ranuccio II ma che presto si è candidato a piazza operistica di primo piano nella penisola, è divenuto palestra per gli scenografi più aggiornati e per le compagnie di ballo più di grido (e per le ballerine più occhieggiate), ha potuto ascoltare le voci di Farinelli, della Cuzzoni, di Bernacchi, della Bordoni, di Caffarelli, del Senesino, ha sperimentato un palcoscenico all’avanguardia, ha conosciuto il tentativo contraddittorio e chiacchierato della riforma operistica di Du Tillot, ha ospitato Goldoni messo a stipendio da don Filippo e Gluck sceso apposta per allestire le nozze di don Ferdinando, ha visto opere da Leo Vinci a Rossini, ha sorpreso i balbettii musicali di Paër e Rolla poco prima di cedere il passo, nel 1829, all’attuale Teatro Regio, ha gettato le basi di quella vocazione musicale di cui Parma ama cingersi nei momenti di fiacca.
Eppure dopo i pionieristici, e perciò imprecisi, tentativi di Paolo Emilio Ferrari, nessuno si è più avventurato nell’esplorazione di quel mondo che, prima ancora di essere compreso, aveva bisogno di essere mappato. Ora, c'è modo e modo di mappare. I lettori che lo conoscono sanno che Vetro, uno studioso che non ha paura di stancarsi a ricercare, non avrebbe mai potuto consegnar loro un nudo repertorio di eventi, ma anzi dato fondo per formare un libro pulsante, insieme di informazione e lettura.
Per questo «Il Teatro Ducale e la vita musicale a Parma dai Farnese a Maria Luigia (1687-1829)»,  Aracne editrice, 748 pagine, 42 euro (l'editore è romano, perché ormai nemo propheta, eccetera) è fatto per la consultazione ma anche predisposto all’estasi della lettura arguta, alla ricognizione di nomi e date e al viaggio in un universo di uomini e donne sulle debolezze dei quali lampeggia sornione lo sguardo complice e sorridente di Vetro. Lo si scorre agevolmente per cercare un’opera, un cantante, una stagione, un esito teatrale: tenendo d’occhio l’anno di riferimento riportato nella pagina in alto, o consultando i poderosi indici divisi in quindici categorie tematiche su ottantasette pagine; ne si trae l’intero cast di ogni opera allestita - molte delle quali riscoperte letteralmente da Vetro che ha moltiplicato la conoscenza del repertorio del Ducale colmando una colossale lacuna storica; e poi le recensioni dei giornali, i commenti dei cronisti e dei viaggiatori, il chiacchiericcio di popolo, le baruffe, la ridda dei compensi, le feste, che popolano le dense annotazioni a ogni stagione.
Occhio però al titolo: non avrebbe avuto senso per Vetro astrarre dalla vita musicale della città, il libro è diventato così un cestino di delizie nei quali ci si bea armeggiando fra eventi musicali nei teatri minori, nei palcoscenici di collegio, nelle dimore patrizie, in piazza o a corte, frugando con delicatezza ironica fra le piccolezze della natura umana. Giacché il lettore non farà fatica a sentire che, robusto e denso come ormai non se ne fanno quasi più, destinato a diventare un punto di riferimento nel suo settore per molto tempo, questo libro è attraversato anche da un sentimento di bonario stupore per un passato affascinante ed enfatico, che nelle pieghe della cronaca minuta e nell’opulento rigurgito di suoni e partecipazione di una città lontana insinua la desolazione del confronto, il rimpianto per un mondo perduto e troppo tardi ritrovato, ma anche fragile e distante, meschino e favoloso. Un mondo così non si può che ispezionarlo, descriverlo catastalmente, renderlo abitabile e raccontarlo il più piacevolmente possibile - come accade quando a farlo è Vetro, autore rispettoso prima di tutto del lettore.

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