Arte-Cultura

Bargnòcla e il suo papà

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 di Egidio Bandini

 

Caro pubblico, io vi devo salutare, perché mi hanno ingaggiato per un grande spettacolo meraviglioso, dove mi pagano bene. Io vi lascio tutti, e questi qui con me vanno avanti per loro conto, ormai sono già bravi e vanno loro. Mi vogliono da solo, è quello il bello. Sarò un protagonista e un signor protagonista, perciò io adesso vi devo lasciare. Là sarà un grande spettacolo, e io penso, chissà, che molta gente verrà pure ad assistere». 
Questo diceva Italo Ferrari il 19 gennaio 1961 ai suoi bambini, che lo seguivano sempre in quel teatrino a due passi dalla chiesa dell’Annunciata, nel cuore di Parma vecchia, in occasione del suo ultimo spettacolo: «I due anelli magici». Morirà il 9 marzo e, fra poco, saranno cinquant’anni. Burattinaio e poeta, Italo Ferrari era uomo di grande cultura, che superò una vita dura e seppe imporsi al pubblico attraverso un lungo lavoro di affinamento, sia dei personaggi che dei testi, spesso tratti anche da famose opere teatrali. Figlio di contadini, Italo nacque a Fossa di Roccabianca, anche se in una sua lettera si legge: «Il 27 aprile del 1877 feci il mio ingresso nel mondo. La  mia famiglia di contadini abitava nel villaggio di Casalfoschino, in quel di Sissa, nella provincia di Parma». 
Costretto dal padre a fare il ciabattino, ben presto il giovane Ferrari scoprì l’amore per il teatro di figura, seguendo gli apettacoli di Arturo Campogalliani, ma le prime esibizioni, con un teatrino di fortuna e le maschere fatte di carta incollate in qualche modo sui paletti che serivano a sostenere le viti, non furono certo entusiasmanti, così Italo decise di dover imparare il mestiere e si mise a seguire Francesco Rimini Campogalliani, il grande burattinaio che spopolava con Sandrone e Fasolino nelle piazze e nei teatri dell’Emilia. Da Campogalliani Ferrari imparò talmente bene, da diventare il suo erede e continuarne le fortune, decidendo di camminare con le proprie gambe o, meglio di volare «con le mie ali», come amava ripetere. Nel 1914 creò la sua maschera più famosa: Bargnòcla, ispirandosi al suo primo datore di lavoro, Vladimiro Favalesi, il ciabattino o, meglio, il «cibàc» dell’Oltretorrente che era soprannominato Bargnoclòn. 
Erano infatti le maschere, i personaggi il vero capolavoro di Italo e di suo figlio, le «teste di legno» che nascevano dalle loro stesse mani, come ripeteva Giordano Ferrari: «Prima le creo in creta, poi le scolpisco con i caratteri somatici caricaturali, come attraverso una lente deformante. Si passa poi a preparare il costume studiando i toni di colore in modo che non stonino con quelli degli altri pupazzi, cercando così di creare un mosaico il più perfetto possibile. A ciò va aggiunta la cosa più importante: la voce». Voce che per Italo Ferrari era anche poesia: questi sono i versi conclusivi di una delle sue ultime composizioni in dialetto parmigiano: «Mo c’la vaga la rasa in’do la vol – serchémma ‘d fär dal ben e d’jopri bon’ni – godemës col mond chi in fin ch’as pol – e quand gnirà la fén dil nostri lon’ni – con l’amor ch’jaremma pianté ded sà – a faremma ‘l vias pù ben pr’ander ded’là – ecco, la rasa dal temp la va, la va. Se ne vada, la lancetta dove vuole – cerchiamo di far del bene e opere buone – godiamoci questo mondo finché possiamo – e quando arriverà la fine delle nostre lune – con l’amore che avremo coltivato di qua – faremo meglio il viaggio per passare di là – ecco, la lancetta del tempo va e va». Rimane da sottolineare che il Museo Giordano Ferrari – Castello dei burattini, sorto a Parma negli anni 2000, che ospita la collezione di burattini, marionette, copioni, manifesti e diari, raccolti da Giordano e Gimmi Ferrari nel corso di tanti anni, è la struttura museale più visitata della città. Quindi, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Italo Ferrari, occorrerà dare il giusto valore a questa tradizione culturale del teatro di figura e della parmigianità, magari con un altro grande Festival dei burattini, come quello che si è visto per le strade di Parma l’estate scorsa e accantonando definitivamente l’idea, di cui si è sentito parlare in questi mesi, di trasferire in periferia il Castello dei burattini. Lasciamo Bargnòcla e compagnia in città: è lì che devono stare, come stavano nel teatrino accanto all’Annunziata, per continuare a divertire ed incantare i bambini di tutte le età, compresi quelli con i capelli bianchi. Perché, amava ripetere Italo Ferrari: «Finché ci saranno bambini, ci saranno i burattini!». 

 

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