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L'anima di Leonora, la voce di Maria Callas

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di Gian Paolo Minardi

Per quanto si sia arricchita in tempi recenti la discografia della «Forza del destino» appare senza dubbio meno estesa rispetto a quella di altri titoli popolari, quali «Traviata» e «Aida», constatazione questa che, al di là dell’alone misterioso, un po' jettatorio che la circonda per gli addetti ai lavori i quali aggirano l’ostacolo titolandola, ammiccando, «Il Potere del Fato», si può riportare alle «difficoltà» che quest’opera ha incontrato in sede critica, rimanendo peraltro sempre viva la rispondenza con il grande pubblico. Indubbiamente disorientante, rispetto alle precedenti opere, risultava quello che rappresenta la vera novità, vale a dire l'apparente articolazione dello svolgimento, non più lineare ma scandito attraverso una varietà di digressioni, che lo stesso Verdi andò accrescendo rispetto al già movimentato dramma di Angel de Saavedra, duca di Rivas «Don Alvaro o La fuerza del sino»; lavoro questo di grande complessità, dalla trama assai intricata, che a quel tempo godeva di un particolare favore da parte del pubblico. Verdi lo giudicava «potente, singolare e vastissimo» e «fuori del comune».
Pur avendo fornito al librettista, il fedele Piave, indicazioni per uno sfrondamento che rendesse il percorso drammaturgicamente funzionale, andò arricchendolo di altre situazioni, come quella tratta dal «Wallensteins Lager» di Schiller. 
Un segnale di come andasse modificandosi la concezione verdiana del dramma musicale, secondo una prospettiva più ampia, in senso circolare, cosa appunto che non trovò subito la comprensione di certa critica, se si pensa solo al drastico giudizio di un prestigioso studioso che parlava del «ciarpame della ''Forza del destino''»; se si aggiunge poi come dopo l’esordio, nel novembre del 1862, al Teatro imperiale di San Pietroburgo, che aveva commissionato il lavoro, Verdi sottopose la partitura ad una profonda revisione che oltre al mutamento del finale - non più il suicidio di Don Alvaro ma uno «scioglimento» catartico - comporta varie modifiche nell’organizzazione interna dell’opera nonché la sostituzione del Preludio con l’ampia Sinfonia, una delle pagine sinfoniche più avvincenti che si è poi radicata anche nei programmi concertistici. Solo col tempo l’attenzione della critica andrà individuando la profonda coerenza che guida la narrazione dietro l’apparenza più disorganica. 
Riflesso di tale complessità è la difficoltà di una realizzazione che illumini sapientemente le diverse angolature che compongono il tutto, nell’intersecarsi di piani diversi, difficoltà affrontate con consapevolezza dalla EMI nel 1954 quando si apprestò a realizzare in studio l’opera - l'edizione «storica» che la Gazzetta di Parma offre ora ai lettori in occasione dell’inaugurazione della stagione lirica del Regio - affidandone la guida ad una bacchetta di indiscussa autorevolezza quale quella di Tullio Serafin, un direttore la cui esperienza era nutrita da una acutissima sensibilità nel rivivere le ragioni intrinseche del nostro melodramma; e che nel caso diventa fondamentale nell’imprimere un passo scorrevole, senza troppi indugi riflessivi, ad un arco narrativo così complesso, per l’intreccio delle situazioni che vedono in gioco sei interpreti vocali in ruoli oltremodo incrociati. 
Anche questo un dato imprescindibile posto da quest’opera, che trova nella rinnovata proposta una conferma sicura. La presenza della Callas innanzitutto, testimonianza di indiscutibile fascino e originalità per il modo di appropriarsi del personaggio. 
Una Callas che aveva già affrontato il ruolo nel 1948 a Trieste e che ora, verso la piena maturità, si muoveva con straordinaria duttilità, sorretta da una tecnica tanto ardimentosa quanto straordinaria, tra repertori assai differenziati, pensando solo alla sua presenza alla Scala tra il '54 e il '55 con «La vestale», «Andrea Chénier», «La Sonnambula», «Il turco in Italia» e « La Traviata». 
Duttilità che ritroviamo in questa sua Leonora, con tutta la forza di penetrazione e di immedesimazione che la cantante le imprime al personaggio rivivendone l’intima drammaticità attraverso l’incisività e la mobilità degli accenti, a rischio persino di qualche crudezza timbrica. 
Un ritratto a tutto tondo nel gioco di contrasti attivato da un temperamento drammatico che imprime una continuità rivelatrice tra l’ampiezza sinuosa del canto e la pregnanza dei recitativi. 
Al suo fianco abbiamo un Tucker in gran spolvero per la naturalezza del fraseggio e lo squillo degli acuti mentre ancora sopravvive nonostante il segno dell’età che avanza l’impronta di nobiltà impressa da Carlo Tagliabue al personaggio di Carlo. 
Autorevole il Padre Guardiano di Nicola Rossi Lemeni, brillante la Preziosilla di Elena Nicolai, estroso il Melitone di Renato Capecchi, senza dimenticare l’ottimo Calatrava di Plinio Clabassi.

 

 

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