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Quando l'etica irrompe nella vita

Quando l'etica irrompe nella vita
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Laura Ugolotti
Che cosa sarebbe successo se alle 19.35 del 9 febbraio 2009 Eluana Englaro si fosse svegliata? Ve lo siete mai chiesti? Se lo è chiesto Stefano Sgambati, giovane scrittore romano, che di mestiere «fa» il giornalista e dalla risposta che si è dato è nato un racconto, «Il Paese bello», che è diventato anche il titolo del suo primo libro (Intermezzi editore, 156 pag, 11 euro).
Non è una risposta scientifica la sua, e d’altra parte Sgambati non è uno scienziato. Anzi probabilmente nulla è più lontano della scienza dal suo modo di leggere la vita. E' una risposta che è narrazione; surreale - ma neanche tanto - e catastrofica ipotesi di come avrebbe potuto reagire l’Italia davanti ad un simile evento. Ricorda un po' le novelle di Rodari, la capacità di Sgambati di dare vita a personaggi strani, a dialoghi fuori dalle righe; eppure, leggendo «Il Paese bello», si ha l’impressione che la realtà non sia poi così lontana. E nel «Paese bello», che è l’Italia in cui oggi viviamo, in cui - come negarlo? - i valori si sono completamente capovolti, si affacciano al davanzale della riflessione morale  sette temi: frustrazioni legate alla ripetitività della vita quotidiana, omosessualità, dipendenza, violenza, corruzione, disoccupazione, religione intesa come lente di ingrandimento sui problemi etici. Sette aspetti del nostro tempo che Sgambati snocciola così, come fossero grani di un rosario, in altrettanti racconti. Bazzecole, cosucce da niente; solo i temi cruciali dell’esistenza. Amore, morte, sesso, religione. Temi universali che Sgambati tratta in punta di piedi - ma mai in modo superficiale - e tuttavia lasciando impronte ben definite. Con i suoi sette racconti ci intrappola in un labirinto in cui si mescolano «non senso» e quotidianità; ci conduce per mano, senza mai essere invadente, e ci racconta il suo - uno dei tanti, uno dei possibili - punto di vista sull'Italia e sugli italiani.
Lo fa con un’ironia sottile e mai banale; con un cinismo tanto utile e pratico quanto macchiato di una sensibilità fuori dall’ordinario, con uno stile che trasuda un talento forse non ancora arrivato al suo apice, ma sicuramente promettente.
Lo fa in modo sapiente, utilizzando la parola giusta al momento giusto; gioca con la grammatica e il dizionario come un esperto prestigiatore con i trucchi di scena. «Mi sollevai pure io e ci ritrovammo seduti sui due bordi del letto, dandoci le spalle nella penombra del giorno fatto da poco». Lo fa con un’amarezza che di politicamente corretto ha davvero poco, ma non rinuncia a strapparci un sorriso, e ci lascia intendere che, forse, anche dal peggiore dei finali è possibile imparare qualcosa. Tra le pagine de «Il Paese bello» si può trovare di tutto. C'è lo spazio per arrabbiarsi, per scuotere la testa in segno di resa, per innamorarsi, per commuoversi, per ridere e per interrogarsi.
Tra le pagine de «Il Paese bello» si può trovare lo stesso paradosso che c'è tra la vita e morte, tra la razionalità e la passione, tra la rassegnazione e l’ottimismo (ma non dite a Stefano Sgambati che è un ottimista: vi risponderebbe che non è vero, e forse ha ragione). Tra le pagine de «Il Paese bello» c'è anche tanto del cuore dello scrittore; un cuore che a tratti, tra un respiro e l’altro, si mette a nudo e spostando l’inquadratura ci racconta un po' di sé. Tra un racconto e l’altro, infatti, Sgambati ha inserito degli «intermezzi»: scritture personali ripescate dal suo vecchio blog «Noartri.net» (ormai chiuso) che, da una parte, ci permettono di prendere fiato prima di iniziare una nuova storia e, dall’altra, ci conducono in un mondo parallelo, altrettanto ricco di spunti. Il tormento dell’irrisolvibile - per molti - cubo di Rubik, il sorriso di Meg Ryan in «Harry ti presento Sally», il suicidio di David Foster Fallace, «celebrato», con la lettura dei suoi racconti, da tre amici barricati dietro ai vetri appannati di una macchina, in una sera di fine estate. Pezzi di vita che, come acuti, arricchiscono la sinfonia.
«Il Paese bello» è stato pubblicato già da diversi mesi e di recente Sgambati ha trovato il modo di pubblicare il suo secondo libro, «I bar di Roma», edito da Castelvecchi. Di strada ne ha fatta, in questo periodo,  e probabilmente ancora ne farà. Ma «Il Paese bello» è una tappa importante che  meritava di essere segnalata.
Il Paese bello - Intermezzi, pag. 156,11,0
 

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