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Mondo, pagina splendida

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Preceduto da un’epigrafe lirica: tre intensi ed eloquenti versi di Fabio Pusterla («Ne ha viste troppe per spaventarsi o perdere coraggio. / E’ stato lungo il cammino, arduo il viaggio. / Ora procede, un passo dopo l’altro. Quasi allegro»); scandito in cinque sezioni intitolate «Sogni e guerre», «Il Dio lavoro», «Nuove seduzioni spirituali», «Cara, vecchia Italia», «Memoria e memorie»; il libro di Dacia Maraini «La seduzione dell’altrove» non è, se non in minima parte, una riflessione sul viaggio e sul viaggiare, sulle motivazioni che spingono a partire verso paesi sconosciuti, luoghi insoliti e inusuali, lontani e distanti nei costumi e nello spazio, ma è, principalmente, la documentazione di viaggi reali compiuti dall’autrice e la loro narrazione. Così queste esperienze concrete e personali si trasformano in memoria condivisa: «chi ama viaggiare mette un piede avanti all’altro, senza pensarci tanto, senza calcolare i rischi, senza farsi troppe domande, perché il corpo ha voglia di andare. E va. Io vado. Perché ho sempre voglia di raccontare di una nuova seduzione».  In un certo senso Dacia Maraini è una predestinata: inquietudine, curiosità e apertura verso il mondo appartengono al suo DNA, la passione per il viaggio rappresenta per lei «un male di famiglia», una smania che ha ereditato: la nonna paterna Yoi, a inizi Novecento, si reca in Persia da sola; il padre Fosco lascia «patria e famiglia per imbarcarsi su una nave diretta a Kobe con in braccio una bambina nata da poco»; la mamma Topazia è «figlia di un duca siciliano e di una selvaggia cantante cilena». Confida l’autrice, mettendo così in risalto questa sorta di predestinazione: «Io sono nata viaggiando. I miei primi ricordi sono memorie di viaggio: un mare in tempesta, un orizzonte illuminato… Non mi chiedevo perché la mia piccola famiglia composta di un padre giovane e biondo, bellissimo e brusco, silenzioso e segreto, di una madre giovanissima, dal sorriso candido e solare, dai capelli color miele, dagli occhi grandi cerulei, fossero stati morsi dalla tarantola del moto perpetuo».  Scritti nell’arco di circa un ventennio (dal 1993 al 2010), i quasi trenta capitoli che compongono il libro spaziano attraverso il pianeta, riferiscono di regioni e territori in maggioranza esotici e remoti adottando un atteggiamento attento e rispettoso, adoperando un tono sobrio, ragionevole e limpido, anche quando la testimonianza si muta in denuncia e le situazioni diventano incandescenti. Una tolleranza, quella della Maraini, che cresce attraverso dialogo, confronto (anche di reciproci pregiudizi), partecipazione e comprensione  senza scadere mai in un compiacente, rinunciatario relativismo.  Il suo sguardo sa cogliere con acutezza, la sua penna sa trasmettere con precisione e con dovizia percettiva e sensoriale, una realtà che spesso si presenta contraddittoria e ambigua. Così raffigura, in un articolo del 1997, Santiago del Cile: «Santiago, ottobre. Un inizio di primavera carico di piogge acide e nuvole nere. Odori delicati di magnolie che si schiudono e odori nauseabondi di scappamenti di vecchie automobili. Dicono che sia la città più inquinata del mondo. Per la sua posizione incassata fra le montagne, per la scarsa circolazione dell’aria. Eppure su queste strade gli automobilisti corrono allegramente sbuffando nuvole di fumo nero. Qui gli architetti sembrano particolarmente interessati a sperimentare arzigogolate imprese ingegneristiche: palazzi lucidi di vetro e ferro, di vetro e marmo svettano contro cieli barocchi suggerendo l’idea di un mondo futuristico e tecnologico. Ma lo sguardo che prosegue lungo le linee ardite dei grattacieli cala di colpo su una casupola dal tetto di tegole rotte e subito dopo su costruzioni sgangherate da luna park. All’armonia si sostituisce un disordine tetro e rocambolesco». E ancora (giugno 2009): «Lo Yemen, questo Paese dalle grandi alture e le strepitose discese verso il mare, questo Paese in cui le montagne azzurre sembrano scivolare costantemente verso le pianure di un verde pietroso, questo Paese dai cieli alti e le nuvole che corrono festose come frotte di cammelli, questo Paese dalle città fantasmagoriche come Sana’a, dai grattacieli di fango dipinti di bianco e di rosso, questo Paese povero, un tempo accogliente e pacifico, è diventato un luogo di paura e sospetto».  Si sgomenta e indigna di fronte alle ingiustizie, al degrado e alla miseria («i bambini “africani”  giocano e ridono come tutti i bambini del mondo. Ma spesso hanno il ventre gonfio di parassiti, hanno gli occhi resi opachi dal tracoma»); si riempie di entusiasmo e stupore davanti a scene straordinarie («una ventina di elefanti che scende lentamente verso la riva del fiume per fare il bagno in un tripudio di spruzzi, di barriti, spezzando rami e foglie, affondando le gigantesche zampe nel fango… la sensazione è di essere capitati in un paradiso arcaico»).  Con pochi, efficacissimi tratti ritrae nell’ottobre del 2000 processi complessi e irreversibili: «Se dovessi dire qual è il simbolo del profondo cambiamento che sta vivendo la Cina, direi: la bicicletta. Ce ne sono ancora tante e corrono cieche, disperate, orgogliose eppure già consapevoli di avere perso la guerra contro le automobili, lungo le larghe strade di Pechino».  Addita e accusa prepotenze, sopraffazioni, abusi, fanatismi, violenze, ogni forma di iniquità e discriminazione nei confronti dei più deboli a cominciare dalle donne. La denuncia modula le proprie intonazioni, in qualche caso si affida a  un’ironia divertita che mette alla berlina abitudini e comportamenti diffusi; impossessandosi delle parole di una scrittrice argentina la Maraini ribadisce: «Le muse, quando vanno a trovare uno scrittore, si vestono bene, si profumano i capelli, si mettono i guanti neri. Mentre, quando si presentano a una donna, portano i guanti di gomma, hanno i bigodini in testa, puzzano di varechina e hanno fretta, tanta fretta».

La seduzione dell’altrove
Rizzoli, pag. 175 17,50
 

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