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Luce del Rinascimento

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Pier Paolo Mendogni

Eccolo qui il Rinascimento nel supremo ordine razionale-geometrico di Piero della Francesca e nella bellezza luminosamente spirituale del Beato Angelico: i due aspetti della manifestazione divina nel mondo (ordine e bellezza) sintetizzati in modo sublime da Melozzo da Forlì (1438-1494) che ha tradotto i fondamentali principi della Religione nelle forme della bellezza umana, assoluta e nel contempo naturale, che raggiunge l’apice con Raffaello. Questo straordinario percorso, che ha come limiti storici in Vaticano la cappella Nicolina (1450) affrescata dall’Angelico e la stanza della Segnatura di Raffaello (1511), viene posto in evidenza nella eccezionale mostra in corso ai musei San Domenico di Forlì (fino al 12 giugno) intitolata «Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello»; l’hanno curata Daniele Benati, Mauro Natali e Antonio Paolucci ai quali si deve pure il catalogo della Silvana editoriale e della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì. Le opere esposte sono un centinaio e fra esse giganteggia l’affresco staccato di ben 3 metri e 70 per 3,15 che Melozzo ha realizzato a Roma tra il 1476-77 (meritandosi il titolo di «pictor papalis») e che per la prima volta dopo oltre cinque secoli è uscito dal Vaticano. Un’opera importantissima non solo per la storia dell’arte ma anche per quella della Chiesa in quanto documenta l’episodio in cui il papa Sisto IV, seduto con mozzetta e camauro rossi, nel 1475 ha nominato Bartolomeo Sacchi detto il Platina - grande umanista, bibliofilo, inginocchiato davanti a lui - prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana; in piedi vi sono altri quattro personaggi con al centro il cardinale Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II) e vicino il protonotario apostolico Raffaele Riario. L’avere affidato la responsabilità della biblioteca a un laico indica l’apertura della Chiesa verso la cultura umanistica: e questo avviene in una luminosa aula porticata, coi capitelli e i lacunari incrostati di fregi dorati, nella quale campeggiano figure che hanno volumi pierfrancescani ma fisionomie ben distinte tanto da far ritenere l’affresco una «tappa fondamentale della ritrattistica pontificia rinascimentale». La fortissima personalità di Piero è prorompente all’inizio della rassegna che si apre col silenzioso e solenne «San Giuliano» illuminato di classica immensità. Capolavoro di assoluta bellezza è la «Madonna di Senigallia» (tempera ricca di componenti oleose): la Vergine al centro della stanza ha in braccio il Bimbo benedicente e ai lati due angeli; la gravità dei volumi inseriti in una scatola prospettica è mirabilmente addolcita dal fascio di luce che penetra dalla finestra, incendia i capelli di un angelo e diffonde ovunque il suo pulviscolo dorato. Nel «San Girolamo e il devoto» Piero unisce al senso dello spazio un’attenzione ai particolari di tipo fiammingo: uno spazio dilatato che ritroviamo in Paolo Uccello (Miracolo dell’ostia profanata) e che assume aspetti surreali nell’intrigante «Pala Bertoni» di un anonimo maestro romagnolo. La monumentale Sant'Eufemia del Mantegna coniuga il robusto plasticismo con il virtuosismo dello scorcio che Melozzo ha esaltato nella volta della sagrestia di San Marco della casa di Loreto, qui riproposta tridimensionalmente. I fiamminghi, invece, non usano la prospettiva geometrica ma ottengono la profondità con la descrizione minuziosa della realtà e degli ambienti e con un’attenzione particolare alla luce come appare nelle significative opere di Giusto di Gand e Berruegete. Emozionante l’accostamento tra i volti di Cristo dell’Angelico e di Melozzo: il primo scioglie la spiritualità nella luce, il secondo la concentra nell’intensità dell’espressione e degli occhi di una liquida limpidezza. Intensità che ritroviamo nel San Marco papa benedicente, efficacemente recuperato col restauro e che ha diversi punti di contatto col San Marco evangelista, sempre di Melozzo e nella stessa chiesa romana. L’evangelista melozziano è posto a confronto con quello del Ghirlandaio ricchissimo d’oggetti descritti con brillantezza calligrafica. Irresistibilmente affascinante nelle sciolte movenze e nella perfezione ovale del volto acerbo incorniciato d’oro la Giuditta di Botticelli fa ritorno a Betulia con la testa di Oloferne, portata da un’ancella, in un limpido paesaggio di un verde casto come il rametto d’ulivo che sorregge. Colori chiari che si ritrovano nel San Sebastiano di Antoniazzo Romano (negli altri dipinti usa ancora l’oro in abbondanza) e che trionfano nella meravigliosa sala dedicata a Melozzo, dove risplendono le teste degli apostoli e degli angeli musicanti: giovani dagli occhi grandi, dai capelli biondi che l’aria gonfia in boccoli sciolti nell’azzurro cobalto dell’Empireo, specchio di un divino che si è incarnato - come osserva Paolucci - «sub specie pulchritudinis». La lezione di Melozzo in Romagna è stata raccolta da Marco Palmezzano che nella squillante Madonna in trono mostra pure influenze veneziane. A Roma vengono chiamati i migliori artisti come Perugino e Signorelli: l'Annunciazione del cortonese è caratterizzata dalla serrata fuga prospettica degli archi e dal disegno che «ritaglia» le figure. Distantissime sono le due «Annunciazioni» del Perugino «alla maniera moderna» per la scioltezza dei movimenti, il respiro ampio e naturalistico del paesaggio, la tenera luminosità che avvolge le scene. Il giovane Raffaello conclude il percorso quattrocentesco mostrandosi a 17 anni (Padre Eterno, Vergine Maria) già in grado di sviluppare un linguaggio autonomo che incanta per la fresca, luminosa felicità cromatica nel «Busto d’angelo» e per l’armoniosa raffinatezza cromatica e spirituale nel San Sebastiano, che regge la freccia del proprio martirio, inserito in un morbido paesaggio lentamente degradante.

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