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Rondani, poeta garibaldino

Rondani, poeta garibaldino
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 In questo periodo di celebrazioni per i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, merita un ricordo anche il nostro concittadino Alberto Rondani, poeta e 

patriota, di cui, tra l’altro, ricorre il centenario della morte, avvenuta l’11 gennaio del 1911. Le sue rime patriottiche godettero, infatti, di grande notorietà a suo tempo, per poi cadere nell’oblio, ma furono in seguito rivalutate, assieme alla figura del poeta, dai critici, fra cui i parmigiani Emilia Rizzi e Jacopo Bocchialini.
Alberto Rondani nacque nel 1846 da Emilio e Maddalena Kollenz in una casa di Piazza Grande (l'odierna Piazza Garibaldi); la sua famiglia vantava antiche origini aristocratiche; suoi parenti erano il famoso entomologo Camillo e Gian Battista, arciprete di Mezzano de' Rondani. I suoi parenti erano ferventi patrioti, tanto che ebbero diversi guai con la giustizia ducale per il loro atteggiamento liberale: ad esempio l’arciprete, dalla sua parrocchia sul Po al confine con la Lombardia, aiutava a far arrivare e distribuire manifesti mazziniani. Anche la cultura era diffusa in casa Rondani; l’entomologo Camillo si dilettava di comporre poesie in dialetto, il sacerdote scriveva inni religiosi, mentre il padre verseggiava in italiano e latino.
Cresciuto in questo clima culturale, Alberto dimostrò un talento precoce; a dieci anni venne ammesso all’Istituto di Belle Arti e contemporaneamente frequentò le scuole classiche, dove fu elogiato dal professore per la composizione di un sonetto, mentre a sedici anni arrivò secondo al premio di pittura con un disegno. Dopo avere ottenuto ottimi voti all’esame finale del Liceo, si iscrisse all’Università di Parma, uscendone però dopo pochi mesi per iscriversi all’Accademia Militare di Torino, che prometteva rapidi avanzamenti di carriera, ma ne uscì sdegnato in quanto dopo la guerra aveva prolungato i corsi per tre anni.
Nel 1869 si abilitò all’insegnamento presso l’Università di Pavia e iniziò un periodo di collaborazione come critico letterario e artistico presso la "Gazzetta d’Italia". Nel 1870 scrisse sulla Esposizione Nazionale di Belle Arti di Parma e in seguito recensì altre mostre tenutesi a Parma, Milano, Parigi, Vienna, Monaco, illustrando inoltre la pittura di artisti del tempo, come Induno, De Wittis, Michetti, Morelli. Fu nominato dapprima professore all’Istituto Tecnico di Vigevano, ottenendo poi il trasferimento all’Istituto Tecnico di Parma, mentre continuava la sua attività giornalistica con riviste quali "Nuova Antologia", "Rivista Europea", "L'Art", "L'Illustrazione Italiana" e altre. Nel 1878 venne nominato professore di letteratura e storia dell’arte al Regio Istituto d’Arte, che cercò strenuamente di difendere dalla soppressione.
 Contemporaneamente all’insegnamento si dedicava intensamente alla poesia e pubblicava varie raccolte di poesia: Versi (1871), di ispirazione zanelliana, Affetti e meditazioni (1875) di influenza carducciana, Voci dell’anima (1876 e 1883) e la fortunata serie di sonetti civili, che culminarono in Savoia e Caprera (1883-1884), e canti sparsi (1889-1906). Ebbe un successo che fece inserire sue poesie nelle antologie e molti suoi sonetti vennero tradotti in tedesco, greco, inglese e spagnolo. Tra i suoi numerosissimi scritti ricordiamo anche le raccolte Saggi di critiche letterarie (1880) e Scritti d’arte (1874). Letterariamente i suoi numi tutelari furono lo Zanella e il Tommaseo; per il Bocchialini la sua poesia discende dalla scuola del Monti, del Foscolo, mediata dal Carducci e dal Revere, da cui mutuò la forma impeccabile del sonetto. Il suo messaggio è di fede e di consapevolezza civile, unite a un romanticismo patriottico risorgimentale; fervente garibaldino, cantò l’Italia unita e fu devoto ai Savoia. 
Non riuscì però a inserirsi nelle vette della poesia nazionale, anche per il suo carattere asciutto e la manifesta insofferenza per i critici letterari; a quarantacinque anni si sposò con Giuseppina Ricci, di nobile origine come lui (il titolo di "nobile" fu sempre ambito dal Rondani), ed ebbero quattro figli, due maschi e due femmine. Da quel momento visse per la famiglia, quasi isolato, avendo come ideali la religione, la famiglia e la patria; coltivò tuttavia alcune amicizie, come quella di Onorato Occioni, che ricopri la cattedra di eloquenza all’Università di Parma da lui rifiutata in quanto non amava parlare in pubblico. Amò la solitudine: "solitudin non è stato d’amore, ma d’odio o sdegno o di malinconia, perciò col mio pensier col mio dolore vo pellegrin...".
Ebbe il culto del Manzoni, che andò a trovare poco prima che morisse: davanti al grande scrittore cadde in ginocchio, baciandogli le mani; anche la sua salute cominciò a declinare, a seguito di una nefrite. Subì un intervento chirurgico che gli salvò la vita nel 1904, ma da allora soffrì molti disturbi fisici; morì l’11 gennaio del 1911 e la municipalità espose sul palazzo del Comune la bandiera abbrunata, tributandogli inoltre solenni funerali. Fu a lui intitolato subito il piazzale dei Cappuccini, in Oltretorrente, sul quale si affacciava la casa in cui abitò dal 1861 al 1911 (una lapide lo testimonia sulla facciata).
La sua poesia purtroppo cadde nella dimenticanza, ma in seguito è stata rivalutata per il piglio risoluto e il rigore formale dei suoi sonetti, nonché per la sua severa e nobile concezione del messaggio poetico.
ANNA CERUTI BURGIO
 

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