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La guerra di un uomo di pace

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 Il vescovo anglicano Desmond Mpilo Tutu, Nobel per la pace del 1984, ha detto di se stesso: «Io non sono un pacifista, io sono uomo di pace». Se fosse ancora in vita, altrettanto potrebbe giustamente affermare di sé il marchese Giacomo Carrega-Bertolini, nato a Sala Baganza il 5 agosto 1884 e deceduto a Londra il 3 gennaio 1929, figlio del secondo principe di Lucedio Francesco Carrega-Bertolini. Egli infatti, come membro di un casato, quello dei Carrega, che godeva di ottima considerazione presso la monarchia, avrebbe facilmente ottenuto, se non proprio l’esonero dal servizio militare, almeno l’assegnazione ad un servizio in zona lontana dal fronte caldo della guerra. Invece, per un forte senso d’onore risorgimentale e per quel genuino amor di patria che è scomparso quasi del tutto nel «gran bordello» dei giorni nostri, quando gli è giunta la chiamata alle armi ha affrontato il lungo periodo d’addestramento in artiglieria ed il 26 ottobre 1916 ha lasciato a Roma la giovane moglie incinta Giulia Maria Moncada Paternò ed ha raggiunto la batteria 168 del secondo Corpo d’Armata sui monti del Medio Isonzo.

Della sua esperienza bellica ha lasciato una diario, steso quasi giorno per giorno, riempiendo due quaderni che sono stati fortunosamente rinvenuti ed acquistati dal dottor Antonio Bezza, appassionato di storia patria, su una bancarella di Montecchio Emilia: il testo è redatto in nervosa grafia ed in uno stile scorrevolmente piacevole, ma soprattutto è un portentoso documento storico che testimonia in quest’uomo la solidità dell’attaccamento al dovere, ad un generoso amor di Patria ed alla sacralità della vita. Copia dattiloscritta (con errori ed incompleta) del diario era approdata nel 1991 all’archivio del Centro Studi della Val Baganza ed il Centro Studi, avvalendosi della copia in suo possesso e soprattutto dell’originale cortesemente messo a disposizione dal dottor Bezza, è ora impegnato a curarne la pubblicazione presso l’editore Paolo Gaspari di Udine che ha già un cospicuo catalogo di testi sulla prima guerra mondiale. 
E perché questa iniziativa parte dal Centro Studi della Val Baganza? Perché il marchese Giacomo Carrega, come già si è detto, è nato a Sala Baganza, è stato proprietario del Ferlaro sul confine tra Sala e Collecchio e poi (ma è questo il motivo principale) perché il suo diario è una testimonianza palpitante di come un uomo possa essere in guerra restando sempre uomo di pace. A dimostrarlo bastano pochi stralci delle sue parole. 
Partito per il fronte il 26 ottobre 1916, già agli inizi di novembre registra lo sgomento per quella che diventerà nota come IX battaglia del Carso: Veliki, Peciuti, Podgora, Sabatino, Plava, Kuk, Vodice sono cime e capisaldi conquistati poi persi e riconquistati, lungo «chilometri di Carso dove non cresce un albero, non fiorisce un fiore» e dove avvengono continui spostamenti e riposizionamenti delle batterie, mentre «vengono distribuite a noi [ufficiali] e a tutti i soldati le nuove maschere contro gaz asfissianti, gli occhiali d’acciaio per i gaz lagrimogeni e gli elmetti». 
Nel suo primo Natale di guerra (da lui definita «mostruosità inconcepibile») annota malinconicamente: «Il mio pensiero corre e vola in terra lontana, ai tempi passati. Ai Natali di bambino a Sala, quando ero svegliato dal bacio materno, ai boschi, ai prati coperti di neve, all’albero scintillante di luci, alle giornate di caccia con mio padre il giorno di Natale. Poi più innanzi al Natale in India, a quello di Assuan sul Nilo in Egitto poche settimane dopo il mio matrimonio, giornata radiosa per felicità completa e per sole africano». Esultante è la nota del 2 marzo 1917: «Sono padre di un bel maschio; il mio PierFrancesco à fatto l’ingresso nel mondo! La sua vita possa essere avvolta nella più grande pace», ed invece, purtroppo, sarà travolta da un’altra più tremenda e stolta guerra: arruolato come carrista, rimarrà ucciso in combattimento a Tobruk il 23 novembre 1941.
Il 29 aprile dello stesso 1917 gli giunge la nomina al grado di tenente; il 4 giugno corre il rischio di rimanere vittima di una granata austriaca, quando una delle due batterie da lui comandate viene attaccata e, scrive, «una granata à colpito in pieno la tenda della polvere uccidendo 4 soldati e ferendone tre, altri due sono presi da “choc” nervoso». Il 12 giugno, dopo avere sentito il proprio attendente preoccupato al pensiero di sua madre, commenta, quasi guardandosi impietosamente allo specchio: «se muoio io l’esistenza materiale non cambia per mio figlio, mia moglie, i miei genitori, io e come me tanti altri, non siamo di nessuna utilità pratica per la famiglia, non lavoriamo, non guadagniamo, non rendiamo per essa, mentre quanti poveri individui rappresentano l’unico sostentamento, l’unico aiuto per la famiglia, la loro morte indica miseria e fame pei superstiti, per quanto il Governo possa fare ed aiutare».
 Nell’ottobre 1917, quando sull'Alto Isonzo le posizioni italiane inspiegabilmente non sono in grado di contenere il massiccio assalto nemico, Giacomo si trova in famiglia per una breve licenza. E’ la disfatta di Caporetto di cui prende conoscenza solo al rientro presso Codroipo e rimane sconcertato di fronte ad una ritirata senza il minimo di organizzazione per la mancanza di comandi. Documenta questo immane dramma con la narrazione sintetica di vari episodi, sempre con l’animo tormentato dall’interrogativo sulle cause che hanno condotto a quella disfatta. E’ un fiume di note e di pensieri che gli germinano sotto la penna tra una tappa e l’altra, in mezzo a pericoli improvvisi, sotto i morsi della fame e con la disperazione nel cuore di fronte alle interminabili file di militari sbandati in fuga che «trascinano feriti mezzo nudi con una coperta di lana sulle spalle, macilenti e sparuti, facendo nel fango scie di sangue che scorre dalle mal bendate ferite», diretti a stazioni «dove i treni non li possono accogliere ed i camion non si fermano». 
Nell’affannosa ricerca del proprio comando attraversa il Tagliamento sul «Ponte delle delizie» prima di vederlo saltare in aria. Lungo la riva destra del fiume si formano pattuglie per difenderlo; Giacomo assume il comando di una di esse composta da sei fanti affamati, privi di rancio da sei giorni. A Domanins gli viene ordinato di raggiungere con una quindicina di armati una batteria e, una volta che l’ha piazzata, può aprire il fuoco fino a notte fonda. Però occorre ripiegare di nuovo dopo aver reso inservibili i pezzi che non possono essere trainati, ed avviarsi verso Livenza tra nebbia, pioggia e neve e passando per contrade deserte. E' indispensabile opporre un’estrema resistenza all’incalzante offensiva nemica, al fine di permettere alla terza Armata di attestarsi sulla sponda destra del Piave.
 Il 9 novembre Giacomo raggiunge con un drappello di soldati un casolare nei pressi di Vazzola in una notte di impenetrabile nebbia, ed è qui che avviene uno scontro a fuochi incrociati con una probabile avanguardia austriaca. Per l’oscurità e la nebbia si spara a voci contro voci. E’ questo l’episodio che gli fa guadagnare l’assegnazione, il 1° aprile 1919, della medaglia d’argento. Ma nel frattempo le sue condizioni di salute sono diventate precarie e di conseguenza deve abbandonare, il 17 febbraio 1918, la zona d’operazione. Viene curato a Roma ed a Montecatini, poi passa a diversi depositi militari. «In die resurrectionis Italae gentis», cioè a pace ottenuta dopo Vittorio Veneto, egli non si abbandona a facili e reboanti toni retorici: esterna solo l’orgoglio di avere compiuto il proprio dovere in un conflitto che, nonostante infiniti drammi, lutti e miserie, ha concluso il nostro cammino risorgimentale.
ENZO BOVAJA
 

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