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Terra, Sos apocalisse

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Maria Pia Forte

Una mattina d’inverno il mondo scopre che è finita ogni riserva di petrolio, carbone e gas. Niente più corrente elettrica, e in breve il gelo, la paralisi di uffici, fabbriche e ospedali e l’esaurimento delle scorte alimentari cominciano a seminare la morte. Le ricchezze non servono più; anzi, sono contadini e montanari quelli che riescono a cavarsela meglio. Pochi mesi, e tre quarti dell’umanità sono sterminati.  E’ questa «La fine del mondo storto» immaginata da Mauro Corona (Mondadori, 160 pagine, 18 euro), scultore del legno e autore di una quindicina di libri di successo, scalatore, frequentatore di boschi nei quali, «fasciato» dagli alberi, si sente in armonia con se stesso. La storia non è nuova - «Questo libro, come tutti i miei libri, non ha pretese letterarie, ho voluto solo che la gente si domandasse: se capita una cosa simile, cosa faccio?»,  dice questo montanaro di Erto, paesino che fu colpito dal colpevole disastro del Vajont nel 1963 -, ma originali sono le riflessioni sulle «storture» dello stile di vita occidentale, gravide di tragedie a venire.   Sessant'anni, potenti muscoli, barba e lunghi capelli sale e pepe, schivo (se si è adattato ad andare in Tv è solo perché «altrimenti i libri non si vendono, e io avevo quattro figli da tirar su, ma adesso che i figli sono laureati e io mi sono fatto un mercato, basta col fare il pagliaccio televisivo!»), di una rudezza tuttavia gentile, malgrado il successo non ha mai pensato di lasciare i suoi monti: «Non è che faccio il buon selvaggio - ci tiene a precisare, - ho letto due camion di libri e conosco la letteratura universale. E’ che nella natura mi trovo bene, cammino, scalo le montagne, in questo periodo faccio la legna, e non perché ne abbia bisogno: ne ho per dieci anni di legna, ma mi piace. Sono come l’uccello dei boscaioli canadesi in una leggenda di Borges, che vola
va all’indietro perché non gli interessava sapere dove stesse andando, ma ricordare il luogo da cui era partito».  

Pensa veramente che uno scenario come quello da lei descritto incomba su di noi?
Non accadrà domani, ma se finisse il petrolio, cosa faremmo ? L’uomo è così sciocco che ha puntato tutto sull'industria trascurando la terra. Se ci mettessimo a coltivare tutta la terra del pianeta avremmo tutti da mangiare e da bere, e del tempo libero. Magari dovremmo rinunciare a qualche comodità e a viaggiare, ma condurremmo una vita sana, ed è questo che conta veramente, perché alla fine siamo un pugno di cenere, la vita è brevissima, ed è assurdo sprecarla tra ansie e nevrosi. Siamo dei pazzi furiosi in fuga senza fine, come dice il titolo di un libro di Joseph Roth. Per andare dove ? Basta fermarsi mezzo secondo in più a un semaforo, e subito tutti si attaccano al clacson. Ma che gente è ? Ci vorrebbe proprio una sana ventata di fine del mondo storto. Siamo totalmente dipendenti dalla tecnologia, basta vedere quanti aggeggi elettrici ci sono in ogni casa: sbucciapatate, grattaformaggio, sbattiuova... Perché non usiamo la grattugia, che basta darle un colpetto ed è pulita ? Più un uomo è vuoto e più cerca giocattoli che gli riempiano l’esistenza. Ma quel che è peggio è che c'è un calo di cuore, una crudeltà nuova: se vedono una persona per terra, la scavalcano. Un tempo c'era un po' di pietà, un senso della fede, oggi non più.

Un altro grande problema è che non sappiamo più usare le mani.
Stiamo perdendo la capacità di cavarcela con le mani. Qui da noi due coniugi sono morti di freddo in un bosco, d’inverno, con meno 18, perché non sono riusciti ad accendere un fuoco, benché avessero due accendini. Se capitasse quello che immagino nel libro, gli abitanti delle città sarebbero inermi come uccellini nel nido.

Il suo libro, dopo aver fatto sperare in un rinsavimento dell’umanità sopravvissuta, si conclude con un pessimismo assoluto: non appena torna un certo benessere, ricominciano furbizie, furti, litigi, smania di potere. Non c'è dunque speranza che l’uomo metta mai giudizio?
L'uomo non sarà mai felice perché non sa accontentarsi, vuole sempre qualcosa di più. Paradossalmente, l’uomo sta in pace solo quando ha paura della morte.

La scuola, lei dice, dovrebbe insegnare «le lingue della terra», ossia a seminare, accendere un fuoco, orientarsi nei boschi e così via.
Io non sono contro la tecnologia e che la si insegni a scuola, ma bisognerebbe che si chiamassero a insegnare anche contadini, artigiani e guide alpine, in modo che i bambini imparino a coltivare un orto, come funzionano le stagioni, a riconoscere piante e funghi commestibili e le erbe che guariscono, e cosa potrebbe capitargli nella natura, perché ci si può perdere anche nei dintorni di una città.

Lei conduce una vita in armonia con i principi che professa. E’ riuscito a trasmettere le sue conoscenze ai suoi figli?
I miei figli sanno fare la legna, coltivare l’orto, camminare, scavare, riparare un motore. Ma non mi basta pensare solo ai miei figli, per questo sono stato in più di cento scuole, da Torino a Trieste, addirittura sono andato a contar le fiabe negli asili. E’ ora che i bambini crescano senza pensare che il tonno è buono solo se si taglia col grissino. Il tonno può essere tagliato anche con la manèra, l’ascia.  

Come scrive i suoi libri?  
A mano, su quaderni neri a righe che compro a Verona da una ditta artigianale. Vuol mettere la scrittura a mano! In un manoscritto resta una traccia di noi, una goccia di sudore, una macchia di vino. Passa un’umanità dentro la mano.

La fine del mondo storto
Einaudi, pag. 160, € 18,00

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