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Arte-Cultura

Paesaggi soffusi di poesia

Paesaggi soffusi di poesia
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Pier Paolo Mendogni

Il miracolo della luce, il miracolo del colore, il miracolo di una natura rigogliosa di fiori, alberi, prati e accarezzata dallo sciabordio del mare: gli impressionisti l’hanno conosciuto e ricreato sulla tela quando dal Nord della Francia sono scesi sulla Costa Azzurra e in Provenza trovando un paesaggio - come scrive Claude Monet - dove «tutto è vampa ardente e colore incendiato e cangiante, è meraviglioso e ogni giorno la campagna è più bella». Chi non ha visto questa luce fiabesca - conclude l’artista - griderà all’inverosimiglianza. Un paesaggio, una luce che hanno stregato tanti grandi artisti che possiamo ammirare nella mostra, ricca di un’ottantina di opere, allestita a Genova nel Palazzo Ducale (fino al 1º maggio) «Mediterraneo. Da Courbet a Monet a Matisse», curata da Marco Goldin (catalogo Linea d’Ombra). La scoperta «pittorica» del Mediterraneo francese è giunta tardi nell’Ottocento. Nel secolo precedente, ad esempio, per Joseph Vernet il mare è solo un elemento che fa da pallido sfondo nella «Città e rada di Tolone» (1756) dove tutto il primo piano è dedicato al giardino di una villa, con fontana monumentale, animato da gruppi di persone che parlano, giocano, passeggiano. Hubert Robert («La fonte di Vaucluse» 1783) cerca scorci in cui il vedutismo si intreccia col sublime. Un realismo campestre idealizzato nella serenità dei personaggi e nella luce chiara che avvolge morbidamente i paesaggi caratterizza i dipinti della prima metà dell’Ottocento finché non arriva Gustave Courbet, che recatosi nel piccolo villaggio di pescatori di Palavas (oggi porto turistico di grande richiamo) con il suo amore per la concretezza fisica della natura dipinge il mare nello spessore della sua immensa vastità creando capolavori di notevole fascino quali «Riva del mare a Palavas» (1854) e «Marina» (1865). Anche Emile Loubon e Paul Camille Gouigou della Scuola di Marsiglia cercano di descrivere la realtà come la si vede, senza sentimentalismi, pur continuando ad usare una pacata luminosità come elemento unificante. Lo stacco netto giunge con gli impressionisti e la loro capacità di cogliere tutta la gioiosa brillantezza della luce nel vivificare gli smaglianti colori della natura. La costa mediterranea e l’entroterra diventano la meta dei più grandi paesaggisti attratti dalla magia del colore: «Colore cangiante - come ha scritto Van Gogh - che non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha assunto una tinta rosa o grigia». E la prova l’abbiamo proprio nello spettacolare confronto tra Paul Cézanne e Pierre Auguste Renoir nell’interpretare nel 1882 lo stesso soggetto, le «Rocce a l’Estaque»: Renoir con la sua sensibilità nel cogliere i palpiti più sottili dei verdi che addolciscono gli aridi profili rocciosi ha dipinto un ambiente di un poetico realismo; Cézanne ha scolpito col pennello la luminosa solidità delle rocce dialoganti coi verdi dossi collinari, con le eccitate fioriture arancioni e con la lama cerulea del mare che taglia l’incerto orizzonte. Claude Monet con le sue scintillanti cromie ha ricreato le afose atmosfere delle giornate estive nelle «Palme nel giardino Moreno a Bordighera», gli inebrianti profumi dei prati fioriti in cui si contorcono secolari ulivi tra verdi trascoloranti in ombrose velature. Da Bordighera, Monet si è spostato a Cap d’Antibes e ha scritto a Rodin «Che sole c'è qui! Bisognerebbe dipingere qui con l’oro e con le gemme». E nel «Mediterraneo» (1888) le rocce e il mare brillano d’oro e di gemme preziose così come nel «Fort d’Antibes» il mare è un tappeto di azzurri, verdi, violetti che cambiano col movimento dell’acqua che lambisce il forte immerso in un pulviscolo dorato mentre sul fondo le Alpi biancheggiano nei riflessi azzurrini e rosati di un cielo spolverato d’impalpabile lucore. Van Gogh è abbacinato dalle smaglianti distese dorate dei campi di grano e turbato dai salici potati che protendono rami scheletriti verso il cielo infuocato dal sole che tramonta. Munch a Nizza resta stordito dall’accecante chiarore che avvolge e appiattisce personaggi e paesaggio. I Fauves (Derain, Braque, Marquet, Dufy, Matisse) affrontano il Mediterraneo con uno spirito nuovo cercando una sintesi tra il colore puro e violento, espressionistico, di Van Gogh e la solidità strutturale e l’equilibrio cromatico di Cézanne. Braque traduce «Il porto a l’Estaque» in un eccitato mosaico; Derain intreccia felicemente segni marcati e chiazze cromatiche; Matisse compone tranquille vedute con rapidi ed efficaci appunti: vedute di un fascino sottile che Soutine, invece, interpreta con sensuali accenti drammatici. L’autentica eredità degli impressionisti viene raccolta nel Novecento da Pierre Bonnard che chiude la rassegna con alcuni capolavori di straordinario fascino che ci trasmettono senza intermediari meravigliose «emozioni pittoriche».

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