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Arte-Cultura

Martini, il maestro di Toschi

Martini, il maestro di Toschi
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Giuseppe Martini

Sono per maledire come faccio spesso d’aver avuta dalla natura tanta inclinazione a sì bell'Arte, Arte divina, la quale mi ha causato tanti dispiaceri da ridurmi fino all’orlo del sepolcro, come è noto a tutti, e che sempre continua a lacerarmi il cuore per non poter ottenere mai il più tenue compenso». A quale compenso si riferisse Biagio Martini si può immaginarlo, la direzione dell’Accademia di Belle Arti di Parma che sarà poi assegnata - con suo scorno - all’allievo Paolo Toschi, ma quanto di quella infelicità fosse dipesa anche dal suo carattere basterebbero a dirlo le risentite questioni nelle quali si aggrovigliava e i ritardi nella consegna dei dipinti e la ambizioni frustrate per un posto al sole nel ristretto scenario della città. Eppure le gratificazioni non gli erano mancate: pittore di corte nel 1801, limpide vittorie ai concorsi dell’Accademia parmense nel 1781, 1787 e 1791, accademico a Firenze nel 1795, professore nell’Accademia di Parma a trentaquattro anni, una fama di disegnatore delicato e armonioso, una reputazione di pittore che a un certo punto rasentò i massimi livelli in Italia, ciò che formò intorno a lui un vero e proprio cenacolo di devozione. Tutto questo evidentemente non bastava a Biagio, uomo compiaciuto e dal temperamento inappagato, vera causa di quella fama di pigrizia a cui contribuì l’infinita vicenda della pala per i Cappuccini, commissionatagli nel 1799 per sostituire quella di Carracci trafugata dai francesi, e ancora incompiuta dopo quarant'anni. Ma è ovvio che in vicende come queste giocava soprattutto l’orgoglio, che non significa solo autostima ma anche ansia di prestazione. Era nato a Parma due secoli e mezzo fa, il 3 febbraio del 1761 (ma a lungo credette di essere del 1763), figlio di Carlo, caffettiere in Pescheria Vecchia, e aveva seguito in Accademia i corsi di due pezzi da novanta come Gaetano Callani e Pietro Melchiorre Ferrari, dai quali aveva imparato insieme al fratello Giuseppe - sia chiaro, nessuna parentela dei due con chi scrive - tutto quello che si sarebbe potuto imparare in un centro periferico come Parma. Il resto lo fece il viaggio romano fra 1795 e '98, radicando in lui, specie dopo la folgorazione per la pittura di Batoni, una sorta di neoclassicismo enciclopedico, citazionistico del passato. Comincia da allora a proliferare nelle figure di Biagio una ridda di dejà-vu: il Raffaello dell’Incendio nelle "Ninfe", l’Aiace ellenistico nel disegno di "Bruto che mostra la testa di Pompeo", Carracci nello schizzo dell’"Assunta" ora in Palatina, dove il vescovo in preghiera è praticamente il sacerdote che comunica il San Girolamo di Domenichino; fino all’acme dell’"Incontro di Paolo III con Carlo V" dipinto nel 1827 per Maria Luigia, ora a Busseto, nel quale ti appaiono fugaci Masaccio, Masolino, Parmigianino, Bedoli. "Io però sono d’avviso che i nostri antichi tanto rispettabili, cioè prima che si introducesse la grande facilità e la troppa pratica, in parte altro avevano mecanismo di noi, poiché adesso si suda a copiarli" scriveva all’allievo e confidente Michele Plancher, e sarà anche per questo che finì per caldeggiare i soliti precetti: "Consulta ben bene la natura. Questa è stata il maestro di Tiziano, Giorgione, Correggio, Vandyc, Rubens, Paolo, etc. etc. e poi senza che io ce lo dica, lo dicono tante opere stampate; e lo dice la ragione istessa". Su queste convinzioni si esercitò il suo magistero in Accademia, che, durante l’interruzione didattica negli anni napoleonici, proseguì privatamente a casa propria sostituendosi all’Accademia, e pretendendo poi che quell'atteggiamento monopolistico verso i colleghi gli venisse riconosciuto con le ricostituzioni accademiche del 1816. Comincia qui la sua amarezza, in anni pur gloriosi per lui specialmente dopo la prestigiosa assegnazione dell’incarico di recupero dei dipinti parmigiani deportati da Napoleone. Il parco allievi fu poi di tutto rispetto: oltre al Toschi, anche Giovani Battista Callegari, Giovanni Tebaldi, Antonio Isaac, e soprattutto Francesco Scaramuzza e Giovanni Battista Borghesi, al quale trasmetterà i proprî pregi e difetti, ben riconoscibili nel disegno di Biagio con la "Strage dei Niobidi" (da confrontare con il sipario del Regio di Borghesi).

Del resto, il Biagio Martini più interessante non è il celebrato imitatore di Parmigianino e Correggio, noto da certi disegni o in teste dipinte con formidabile sfumato o nella "Natività" in Galleria, e lui lo sapeva: "veramente bisognerebbe che io fossi colorista per dar consigli, e se fossi colorista non starei a Parma". E infatti il colore morbido non di rado fatica a coniugarsi con la magniloquenza corale - lui pure che aveva rifiutato il neoclassicismo alla David - dispiegata sia nei dipinti di curriculum ("Madonna" del Duomo di Fidenza, "Martirio dei Ss. Gervaso e Protaso" in Annunciata) sia nelle vedute, come la Piazza del Duomo o la Festa in Piazza Grande, ove oltre a tradire l’uso della macchina ottica si perde qualche proporzione di figure. Altro è il Biagio Martini che oggi ci intriga. È quello ombroso e inquietante dei disegni, festini popolari dove serpeggia una sensualità torbida, come nel disegno in Galleria nel quale fra canti e balli irrompono gli sferoidi posteriori di una polposa ragazzotta. O quello hoffmanniano della vecchia che si specchia il deretano e del vecchio che orina, e quell'altro di spirito lunare se non negromantico, la "Morte di Socrate", che fa occhiolino al Canova pittore: figure oblunghe, teste mostruosamente piccole, panneggi avviluppati a un passo dal creare fantasmi, luce che stride sinistra, e l’inquietante compostezza di alcune figure periferiche che hanno un ché di füssliano. Vedovo di Costanza, figlia del grande pittore Baldrighi, Biagio passerà gli ultimi anni a brontolare e curarsi gli acciacchi che lo obbligheranno a diradare i corsi, sostituito dal Tebaldi, e poi al pensionamento nel 1829. Non che la sua ambizione si fosse quetata. Brigò anzi per avere la medaglia dell’Ordine Costantiniano, e allo scopo si era preparato anche uno stemma: troncato, al primo d’oro alle due corone d’alloro al naturale, al secondo d’azzurro alla stella a cinque raggi d’argento. Alla fine il cavalierato di prima classe arrivò, il 10 aprile 1840, ma poté goderselo poco: alle 8 e 30 del 26 agosto gli fu fatale un’indigestione di cocomero.

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