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Il racconto della domenica - Il cappotto celeste

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Silvia Marutti

Appeso all’armadio l’abito proiettava un’ombra di felicità sul pavimento tirato a lucido con la cera. Un tripudio di balze di tulle candido come la neve, candido come Silvia. Il velo sorretto da una coroncina di fiori di organza bianca: piccoli fiori d’arancio.
Ai piedi dell’armadio le scarpette: anch’esse bianche. I cinturini si incrociavano sul collo del piede per ritrovarsi chiusi sulla caviglia sottilissima da un bottoncino rivestito di pelle dentro un’asola di elastico. Nonostante il lungo tragitto compiuto a piedi dalla sua abitazione per raggiungere la Cattedrale, Silvia era stata talmente accorta che nulla si era sporcato il giorno precedente, quello della Prima Comunione. Ora aspettava con impazienza di immergersi nuovamente in quella nuvola di pizzi e ricami per recarsi con papà Mario, il più grande sognatore e affabulatore incontrato nella sua vita, alla consueta visita settimanale ai loro morti.
Si sentì molto importante varcando il cancello del cimitero, vestita di tanta sontuosità. Passando davanti alla statua di Padre Lino non mancò l’offerta per i più poveri e un bacio lanciato al volo a quell’uomo dall’aspetto burbero e dal cuore Santo. Questa volta Silvia esibì anche un inchino da principessa, giacché tale si sentiva dentro la meraviglia di quell’abito.
Solitamente infatti il suo abbigliamento era modesto, custodito da un grazioso cappotto celeste che a stento la riparava dal freddo. Le piaceva la lunga passeggiata per mano a suo padre con le ripetute soste davanti agli avelli o sopra le tombe interrate dei nonni, degli zii e degli amici.
Le piacevano i mille colori dei fiori, le tremule luci dei lumini, la pace, il silenzio. Soprattutto le piacevano i volti che dalle lapidi la osservavano benevoli e sorridenti dentro lucide fotografie dalle cornici in bronzo, acciaio o marmo bianco.
Era profondamente persuasa della condizione di serenità in cui giacevano i morti. Per quale motivo altrimenti le avrebbero sorriso così?
I suoi passi, se pur leggeri, rimandavano un’eco profonda ogni volta che passava sopra una sepoltura sul pavimento lungo le arcate del perimetro circondariale. Era l’unico rumore che un poco la inquietava, un suono profondo e cavo. Ma era sufficiente stringere un po’ più forte la mano di papà per sentirsi rassicurata. «Papà credi anche tu che i morti ci sorridano perché sono felici?».
«Ma certo che lo credo. Pensi che porterei la mia bambina al camposanto se sapessi che ci sono morti tristi?». «Papà, alcuni giorni fa, parlando con un’amica le ho svelato il nostro segreto. Cioè che siamo felici perché abbiamo imparato dai morti a sorridere sempre. Ma lei mi ha detto che questa è una cosa impossibile. Solo gli Angeli sorridono sempre, ha detto facendomi tacere».
«La tua amica ha ragione. Tu non sei forse un Angelo? - disse Mario ridendo e sollevandola fra le sue braccia - l’Angelo più prezioso e caro, l’Angelo del tuo papà». Il carillon dell’album di fotografie della Prima Comunione smise di suonare sull’ultima pagina. Silvia si rese conto che il tempo della sua infanzia non l’aveva mai abbandonata. La stava accompagnando e l’avrebbe accompagnata sempre attraverso eventi e stagioni senza mai stancarsi di seguirla, senza mai smettere il sorriso.
Allora, su quell’ultima pagina bianca, con la stilografica delle grandi occasioni, scrisse un pensiero per suo padre: «Col cappotto celeste e le ginocchia nude, per mano a mio padre (soltanto la domenica) andavo al sottopasso della ferrovia per comprare cinquanta lire di castagne al baracchino delle caldarroste. Finivo di mangiarle al cimitero, durante la visita dei morti, nelle correnti fredde delle arcate bianche, dove il Tempo era qualcosa che ancora non sapevo misurare. Se ritorno a quei giorni, vi ritrovo la grazia del Magnificat». Quindi richiuse l’album e lo ripose, adagio.

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