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Scrittrice alla ricerca della verità

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In occasione dell'arrivo a Parma delle ceneri di Francesca Sanvitale, la Biblioteca Palatina, gli assessorati alla Cultura del Comune e della Provincia, il Comune di Fontanellato, il Museo Glauco Lombardi, l'Accademia parmense di Belle Arti, i famigliari, gli amici e conoscenti ricorderanno la scrittrice con una cerimonia domani alle 11 alla Galleria Petitot della Biblioteca Palatina.
La morte di Francesca Sanvitale ci ha tolto una delle voci più diverse  e stranianti della narrativa nostra contemporanea: la voce di una scrittrice che non pretendeva d'esser letta come testimone soltanto del proprio tempo e del proprio sentire, ma piuttosto come verificatrice della curiosità moderna (dall'Illuminismo in poi, per intenderci) indirizzata verso l'ambiguità delle tante facce e dei tanti occhi della mente con cui osserviamo il reale. Se  n'era accorto Geno Pampaloni sino dal 1972 quando presentando per Vallecchi il primo romanzo di Francesca «Il cuore borghese» aveva scritto:  «E' un romanzo di idee,  un Bildungsroman, il cui vero protagonista è l'intellettuale moderno, laico, che da Leopardi in poi cerca la  verità del proprio interrogarsi». Fedele, sia pure con giusti e differenti distinguo, a questa situazione umana e letteraria, Francesca ha dipanato adagio e con estrema fermezza il proprio interrogarsi, ora ponendosi al centro delle vicende narrate, ora celandosi dietro personaggi e azioni che profilavano l'attualità degli individui sopra contrastanti profili di «presenti» e di «passati» accomunati da pensieri (le «idee» di Pampaloni) di   figure-simboli. La Sanvitale arriva   alla narrativa da un impeto sottile e controllato che nasce da letture prestigiose. Si possono  fare i  nomi di Hoffmansthal, di Mann e di Musil senza troppe esitazioni, e si può  benissimo accennare alla straordinaria capacità della scrittrice, ultima erede di una illustre e nobile famiglia parmense, di immedesimarsi  nel delirio della realtà, sia essa quella del restauratore Hiroshi de «L'inizio è in autunno» ('08), sia  quella del romanzo storico «Il figlio dell'impero» (1993) che è forse uno degli esempi più alti del come si possa fare narrativa affidandosi  alle meraviglie delle tensioni umane, sociali, politiche, religiose e sentimentali. Non è un caso che la Sanvitale avesse scelto di tradurre per Einaudi nell'89 «Diavolo in corpo» di Raymond Radiguet. Più devota a  Gide che a Manzoni, dunque, Francesca Sanvitale ci ha insegnato (ogni romanzo è una «lezione») che la storia e le storie possono (o, addirittura, debbono) contraddirsi senza avanzare giustificazioni. E l'esempio più lucido  l'avemmo nel 1980 quando Einaudi pubblicò «Madre e figlia» vicenda di un amore colpevole  che dà origine ad una lunga sequenza di fatti minori e minimi alla luce di una esasperata solitudine.  Alla condizione della donna la Sanvitale rivolge un'attenzione quasi  ossessiva, non ha bisogno  di proclami e di girotondi, ma  il suo appello  va sino in fondo, sino  al cuore «borghese» di un tempo passato, e da lì risale verso le tensioni dell'oggi che le due donne patiscono dentro i loro misteriosi affetti e inconfessabili coinvolgimenti. Attentissima ai traffici della nostra società - ma senza gli allarmismi  codificati di parrocchie e di cellule - Francesca compie  tra  la fine del secolo  e il primo decennio del Duemila quella vasta osservazione generale della  realtà che fisserà poi in «Camera ottica» ('99)  a supremo riassunto della propria lettura  storica,  mentre concepisce lentamente la trama del romanzo «L'ultima casa prima del  bosco» che vedrà la luce  nel 2003 segnando il passaggio dalla condizione oculatissima dell'ascolto alla implacabile ricerca del già vissuto. Giovanni Raboni, recensendo questo romanzo avanzò  una immagine calzante legata al protagonista  Giacomo Impronta: «la sua condizione è simile a quella di chi emerga da un'amnesia totale e provenga da un altro pianeta... un conglomerato di memorie, ossia il polveroso ma intatto archivio del condominio nel quale vive». L'idea del condominio è nuova. Francesca la sente quale limite e stimolo, la vuole superare, ma ne ha paura, ce la indica ma ne patisce i «sussulti ingenui» come scriveva ancora Raboni, e le violenze dell'immaginazione. Epperò, oltre i contenuti, gli stili della Sanvitale, cioè il suo inconfondibile saper scrivere,  un'altra lezione levigatissima e letterariamente affascinante, che ella trasse dal suo maestro De Robertis, un sentimento di poesia, si potrebbe dire, che non viene mai meno, che affiora dalle pagine molto accurate nelle quali anche il pathos è trattenuto, sorvegliato e poeticamente asciutto, immerso nell'analisi dei comportamenti e delle parole. Tanto, quindi,  la sua memoria  e la sua opera sono rimaste e rimangono in noi, e tanto è il nostro rimpianto per l'amicizia e la sapienza delle sue parole che danno un'ombra alla pacatezza e alla leggerezza della vita ferendole dolcemente per interne e impalpabili corrispondenze.


 

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