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Donne di Parma 60 anni fa

Donne di Parma 60 anni fa
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 E'ingannevole conoscere le donne di qualsiasi plaga da un’anticipazione letteraria o da una suggestione musicale». Si apriva così, giusto 60 anni fa, nel ’51, «Donne di Parma» edito dall’Officina tipografica Fresching e uscito nella collana del Cinquantenario Verdiano. La firma non poteva che essere quella di Bruna Piatti, l’autrice della «Parmigiana», avvicendata in questa muliebre enciclopedia a quella di Angela Maria Aimi, in una scorribanda attraverso i secoli a cercare concittadine celebri, con gli uomini che volentieri «stanno a guardare». 

Carlo Favella, per primo, punta dritto all’unicum di casa nostra: «C’è tra noi il sangue forte e bruciato di donne che furono le creature d’un espressivo teatro d’opera: un residuo di melodramma e un inizio di tragedia: un valzer velato da un nero ventaglio e una canzone a tamburo su fuochi di barricate». 
Ma ancor prima, una fascetta rossa legata alla copertina la dice tutta: «le donne di Parma danno agli uomini un’eterna giovinezza». E allora le terribili ragazze le battezzano con un titolo. 
Le leggendarie: la povera Mariola a cui muore il bimbo sulle rive del Taro, Maddalena Rossi che piange lo strazio della città oppressa da Ottobono Terzi affrontandolo innalzando il figlio sulle braccia. La santa: Orsolina De Veneri. Le fastose: l’amatrice Bianca Pellegrino e la mascula figlia amazzone Donella, Giovanna, badessa del San Paolo che, per noi, ha ancora il volto di perla che Correggio ha dato a Diana e Barbara Sanseverina uccisa in «gran giustizia» da Ranuccio. Che ancora si aggira, azzurrato fantasma, nella reggia di Colorno con la bionda testa mozzata. 
Le vittime: Eleonora Pallavicino, Margherita Farnese e Maria Caterina figlia cadetta del secondo Ranuccio. Tutte discese nel chiostro di Sant’Alessandro, sepolte vive, fiori appassiti a contemplare un immobile scenario. Le gaie del tempo di Arcadia: la Barbisina, l’amante tabaccaia di Ferdinando di Borbone, Anna Malaspina dalla Bastia amante di Du Tillot, «rotondetta e piccante come un confettura d’Oriente».  
Le romantiche di quell’Ottocento al chiaro di luna e agli ideali di «Patria si bella e perduta». Albertina di Montenuovo benefica nella sua Fontanellato, Ottavia Manara dei Principi Melilupi angelo dei condannati, e la poetessa Ada Corbellini.
Le intellettuali: la poetessa dialettale Ermelinda (sorella di Alberto Rondani), ma anche le studiose di storia Caterina Pigorini Beri e Clelia Fano e Antonietta moglie di Giacomo Tommasini. 
E non possono mancare le educatrici: Madre Anna Maria Adorni fondatrice del Buon Pastore e Virginia Raschi animatrice del Convitto di San Paolo. Un esperimento di tipizzazione che riesce all’inventrice dell’esemplare di femmina, che soprattutto con il film di Pietrangeli, incastrò le donne di casa nostra nei sogni proibiti degli italiani, in un vestito di femmina bella, indipendente e sanguigna. 
Molti i commenti di maschi illustri inseriti a cammeo in un flash o in una poesia incorniciata che confermano il prototipo nostrano rispondendo a «come sono le donne di Parma?». Aldo Busi dice «infuso di profumi, di bellezza agreste, di civetteria e di eleganza». L’avvocato Bagatti risponde «Una romanza di Verdi, i palpiti di Paganini, le madonne del Correggio, il piccante del formaggio, il dolce del prosciutto, il profumo della romantica violetta, qualcosa di molto casalingo e di molto raffinato». Inscindibili dall’habitat come dice Cattellani con il verso: «Donne della mia città, nei borghi color cenere cercano l’azzurro di colline limpide». 
Ovviamente ci sono anche le star ducali: Maria Luigia e le eroine verdiane sciorinate intorno ad un triste ritratto di Margherita Barezzi. «Le più cattive - Amneris, Azucena, la principessa di Eboli» il Maestro le ha amate in modo particolare. 
Le più cattive sono musicalmente le più perfette, lasciatemelo dire «le più parmigiane». E avanti fino alle sorelle Fontana «per loro il lavoro è la cosa più bella del mondo. Donne di buon senso, che senza darsi arie sanno dirigere casa, figli e aziende importanti». Ma anche le conquiste del tempo «le urne rimasero chiuse. Alle donne non rimaneva che l’inoppugnabile incarico di fabbricare deputati futuri. Perché vale che le donne belle son create per l’uomo e le brutte si son date allo studio di problemi inerenti il loro sesso, perché l’altro sesso non si interessa a loro». 
E prima che si arrivi all’enciclopedia delle «contemporanee» - Lydia Alfonsi, la direttrice d’orchestra Claudia Chierici e la scrittrice Maria Montanari - squarci tutti femminili. 
«Quando arriva l’estate, ansiose e felici di mostrar le tre famose curve che hanno dato da fare agli uomini assai più di tutta la scienza di Euclide comincia quella deliziosa fatica di correre in qua ed il là, lanciate alla ricerca del modello, del tessuto, delle scarpette che si intonino alla borsa. Gli uomini che ci commiserano non sanno che ogni nuovo elemento compone un po’ della nostra vita interiore, ogni particolare, ogni colore si carica di sensi multipli. Malinconico sarà per la donna il giorno in cui la moda non l’alletterà più, allora sarà dolorosamente, irrimediabilmente invecchiata». 
Si ritorna poi  sul concreto con un elogio di Oreste Macrì: «Attive, instancabili, quasi tutte hanno sulle spalle il peso non indifferente della casa e della famiglia. 
Pur rotte dalle fatiche del carretto o del negozio o della fabbrica trovan tempo a tutto: una camicia al marito, un dolce complicato per le ricorrenze, lunghe consultazioni con il maestro. Sacrifici ignorati e compiuti con quella naturale schiettezza parmigiana che forse non ha riscontro».
Non tanto, dunque, è cambiato. Per fortuna, neppure lo charme speciale delle parmigiane.
CHIARA CABASSI
 

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