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Polifonia di voci e sentimenti

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di Giuseppe Marchetti

Scriveva Rilke nella «Decima elegia» (1922): «Oh che un giorno come io varchi la soglia/ onde si evade dalla conoscenza/ della terra feroce/ mi sia dato d'elevare alto un canto/ di giubilo e di osanna al coro unanime/ consenziente degli angeli». E così, sia pure in forme diverse, anche Alberto Bevilacqua, giunto a confessarsi ancora una volta in poesia - la sua inconfondibile poesia - trasforma la soglia della propria conoscenza in un dato di sperimentazione senza limiti, e affida all'emozionante «La camera segreta», ora edito da Einaudi, l'impegno e il compito della sua più compiuta espressione, una poesia che fluisce senza titoli da più orizzonti e verso molti orizzonti, come tante volte abbiamo cercato di scrivere. 
«La camera segreta» è il grande archivio dei sensi dal quale lo scrittore ha tratto, in più di mezzo secolo di attività, «e terza e nona» direbbe Dante, cioé la grazia, l'impeto, la suggestione e i timori della vita. L'archivio si apre e si rinchiude senza sosta; è, via via, polifonia di voci, volti, luoghi e sentimenti che si ordinano, e si scompigliano in un «megatempo» e in un microtempo che contengono le medesime fibre meditative. Tali fibre, i versi, le immagini, le visioni, definiscono un carattere poetico che non va confrontato con gli «ismi» degli anni nostri, bensì invece inserito in un magma di condizione umana che nasce dall'istinto e talvolta vi risprofonda immediatamente. L'istinto della nascita, in primis. E poi quello della definitiva cancellazione. E poi quello della conoscenza - termine tremendo d'avveramento, come lo era per Rilke - che non può subire smentite: «... a fiato estremo/ a caro prezzo e sangue/ non resta/ che il ricordare a strappi come ci si leva/ una benda/ da una ferita fresca». Dunque, strappata la benda con dolore, la ferita risanguina nel dettato della poesia. Riappaiono certi fantasmi: i contrappunti, toccate e fughe, piccole note di misoginia, gli amori ambigui, i dialoghi degli amanti, gli specchi dei confronti istituiti con gli altri «Maestri» di un momento o di sempre (scrittori, pittori, musicisti) e anche le meraviglie degli esempi estremi che completano e complicano le «cantiche» più familiari: « -addio, Parma/ in quella dolcezza da viale a viale/ folta d'inaudite ragazze/ ...qui le suore ci prendono/ a ore e in nome/ di Dio ci baciano sulla bocca/ così furiose da farci/ sanguinare le labbra». Eppure, non dobbiamo lasciarci incantare perché Bevilacqua stesso ci diffida con un sorriso: «- disegnata nel fango che la spora intana/ l'immortalità, mia cara,/ è solo una questione di carattere». Del resto, sempre il poeta aggiunge: «- se la nostra ora vale un millennio/ per la vita di un minerale/ che reagisce agli stimoli circostanti/ come gli animali al cibo/ traccio i segni/ di una mia possibile resurrezione/ nella polvere che ricopre questa pietra/ dura/ il tempo di un brivido il mio scagliarla lontano».
Non v'è dubbio, tuttavia, che dentro questo lungo battere di tempi e di modi una volta di più la poesia del nostro autore perfezioni quel viaggio di conoscenza che, innescato dalle raccolte degli anni Settanta, «L'indignazione»  e «La crudeltà», si è più tardi manifestato, all'inizio del nuovo secolo, con «Piccole questioni di eternità», «Tu che mi ascolti», «Poesie alla madre» e «Duetto per voce sola», spostando spesso la realtà fisica, materiale, e palpitante dei simboli e delle occasioni dagli umori della fantasia alla fantasia pura e ai legami di sangue che la governano intimamente.Non ci tragga comunque in inganno il desiderio del poeta di «fare ordine» nel caos di oggetti e sentimenti «alla rinfusa, dipinti, fotografie, disegni/ riproduzioni, immagini di ogni sorta»: il tempo forse ci sarebbe, ma Bevilacqua preferisce che tutto resti così perché sia per lui  più facile sbirciare e frugare, ma soprattutto disseppellire quell'«andare a fiuto» che sempre usa  per rendersi conto della realtà che gli sfugge e dalla quale parimenti ha bisogno. 
Se ne salva in poesia «cane cieco/ che più non vede e non sente/ né amico né nemico/ che solo muove in festa un po' di coda/ a ciò che non esiste... lascia che mi conduca/ per molecole d'emozione che dicono universali/ affinità/ col mio vedere che ormai/ è come un sottovoce della vista». In realtà, dalla «Camera segreta» tornano molti temi e stilemi che furono cari a «Vita mia» dell'85 e ai segni che in quegli anni maturarono proprio come «mia vita che da sempre mi possiedi» dentro il circo di una composta follia che sa di quiete e di disperazione allo stesso tempo. Tra i due estremi, e paradossalmente, questa poesia si è conosciuta e riconosciuta, ha predicato se stessa e le proprie fedeltà: così resiste e ci sorprende sempre nuova e provocante. 
La camera segreta 
Einaudi ed., pag. 221,  15,50

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