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Arte-Cultura

Parma dal fascismo alla Liberazione

Parma dal fascismo alla Liberazione
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Fiorenzo Sicuri
Si è aperta in febbraio e si concluderà il 27 marzo a Palazzo Pigorini la mostra dedicata a Parma durante il regime fascista, la guerra civile e la resistenza. I manifesti comunali esposti illustrano numerosi e salienti passaggi rilevanti delle vicende cittadine durante il fascismo; a essi si aggiungono i volantini clandestini dell’antifascismo parmense e i giornali ciclostilati delle brigate partigiane. Le bacheche col ricco repertorio di periodici, libri e opuscoli testimoniano anch’esse un'epoca, i suoi miti, i suoi gusti e i suo ricordi. E inframmezzati a ciò si mostrano alcuni pezzi del Museo del Risorgimento parmense, allestito fra il 1929-1931 presso la Scuola di Applicazione di Fanteria in giardino ducale ed oggi non visibile. Le foto o i ritratti dei protagonisti delle istituzioni locali, del fascismo e dell’antifascismo, arricchiscono il quadro dell’epoca: fra queste, alcune foto inedite e un ritratto di Guido Picelli, provenienti dagli archivi moscoviti dell’ex Urss.
La sezione riservata   alle arti figurative illustra l’arte a Parma durante il regime, con un percorso in tre parti, dedicate al ritratto, alle arti plastiche e decorative, e alla produzione più strettamente legata all’ufficialità e alla propaganda di regime. Documentano la prima parte esempi riferibili ad artisti di grande talento e di largo successo amatoriale, quali Latino Barilli, Amedeo Bocchi, e Donino Pozzi, che preferirono circoscriversi in una dimensione del tutto personale che, se non fu competitiva con le grandi ricerche del Novecento, non avvertì nemmeno le suggestioni della retorica imperante. Per la scultura e le arti decorative sono esposti alcuni pezzi di artisti accomunati dal senso di un eletto e speciale artigianato e da un déco accattivante, come attestano nella scultura la bellissima testa di Bichi di Luigi Froni o la Venere con Amore di Alberto Bazzoni, l’inedita serie di otto animali a «cera perduta» di Renato Brozzi, o la straordinaria coppia di Leonesse di Pietro Carnerini.
 L’ultima parte propone un’arte ormai avviata verso destini monumentali, legata alla glorificazione della nuova romanità imperiale o alla richiesta di consenso mediante tematiche propagandate dal regime: la Maschera di Mussolini, di Froni; i modellini in gesso della culla offerta al neonato Romano Mussolini dalla Federazione degli Artigiani e della Campana per la torre del Municipio di Addis Abeba, realizzati da Brozzi; i dipinti di Martino Jasoni, ispirati ai temi dell’elargizione di farina alle famiglie più povere (Il pacco delle opere assistenziali, 1934) e dei discorsi del duce alla radio (Ascoltando il discorso di Verona, 1938). Infine, le inedite e monumentali formelle della Via Crucis realizzate da Carnerini per la cattedrale di Bengasi.
La sezione dedicata  alle trasformazioni urbane offre l’opportunità di conoscere, attraverso foto, progetti e documenti poco noti un periodo particolarmente intenso dal punto di vista costruttivo e la storia di alcune delle strutture più significative della città sorte fra il 1927 ed il 1941. Dal completamento del Lungoparma Mariotti e Toscanini, tra il 1928 ed il 1934 con l’abbattimento di un’ala della Pilotta, delle Beccherie della Ghiaia e delle case di via Romagnosi, sino alla ricostruzione del Ponte di Mezzo (1932-34) e al complesso progetto di risanamento del quartiere Oltretorrente, dotato, nel giro di otto anni di oltre 2.600 nuove abitazioni con nuove fognature e servizi.
 A questo periodo si deve ascrivere anche l’elaborazione del nuovo piano regolatore cittadino (1933-1938) destinato a divenire operativo solo dopo il conflitto, e di cui è visibile un inedito progetto; la Casa del Balilla, con palestre, piscina e cinema (1934); gli archivi della Banca Commerciale Italiana (1941), la nuova Centrale del Latte (1933-1934) e i padiglioni della Mostra delle Conserve (1939-1941) in Parco Ducale. Da non perdere: i disegni inediti del progetto non realizzato del 1935 dell’architetto Gino Robuschi, e il progetto e le foto del fungo dell’acquedotto di Via Solari (1930), i bozzetti per le decorazioni interne del Palazzo del Governatore (1935) e le solari tavole a colori del complesso sportivo di Piazzale Volta.
La sezione musicale mostra manifesti e fotografie che illustrano i due principali teatri cittadini dell’epoca: il prestigioso Regio Teatro (poi durante la Rsi ribattezzato Teatro Nazionale Giuseppe Verdi, per togliere quel «regio» che ai fascisti, dopo l’otto settembre 1943, sembrava una provocazione) e il più popolare Teatro Reinach che nel 1939, portando un nome ebraico, in conseguenza delle leggi razziali fu ribattezzato Teatro Nicolò Paganini. E i protagonisti musicali dell’epoca, fra cui il massimo esponente parmense della musica del tempo, Ildebrando Pizzetti, accademico d’Italia. La giornata del risparmio, allora iniziata, trova una sua apposita collocazione in una sala attrezzata coi manifesti e gli opuscoli di propaganda, i vecchi salvadanai d’epoca, le foto a illustrazione delle iniziative della Cassa di Risparmio.
Ultima sezione, ma non la minore. Per la prima volta si affaccia nelle mostre dell’Istituzione Biblioteche la proiezione di sequenze cinematografiche, in cui si segnalano:  immagini di cineamatori parmigiani; reperti dell’Istituto Luce, che mostrano il lavoro delle operaie della fabbrica di profumi Ducale o gli esercizi ginnico-militari nel campo del Convitto Nazionale Maria Luigia; l’arrivo delle truppe alleate nella provincia e la sfilata delle brigate partigiane per la liberazione della città nel maggio 1945; immagini del regista Antonio Marchi e del fotografo Luigi Vaghi. Si concludono così le mostre di carattere storico sulla città che l’Istituzione Biblioteche ha iniziato nel 2005 e che hanno ripercorso il cammino compiuto dalla nostra comunità dall’Unità d’Italia al 1945: in sostanza, la storia di Parma durante la monarchia dei Savoia.
 Interi periodi trascurati o dimenticati sono così riemersi e la ricchezza della storia contemporanea della città è apparsa nella sua interezza, come attestano i ricchi e corposi cataloghi. Sia infine consentito di sottolineare l’impegno del consiglio di amministrazione dell’Istituzione Biblioteche e del suo presidente, Luciano Mazzoni, che hanno voluto concludere in tal modo l’intera iniziativa. E, insieme, l’opera del direttore dell’Istituzione, Giovanni Galli, che è stato l’animatore e l’artefice operativo, con l’aiuto dei suoi collaboratori, dell’intera serie di mostre.
 

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