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Arte-Cultura

Risorgimento, la poesia come anima

Risorgimento, la poesia come anima
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Il motivo della morte consolatrice percorre la poesia di quelli che Luigi Russo definisce i «poeti numi del Risorgimento». Essa lenisce l’angosciosa solitudine di Napoleone, che nel tumulto delle memorie contempla «le mobili / tende, e i percossi valli, e il lampo dè manipoli, / e l’onda dei cavalli» e che la fede avvia «pei floridi / sentier della speranza, / ai campi eterni ... dov'è silenzio e tenebre / la gloria che passò». Conforta le pene di Ermengarda «nelle insonni tenebre, / pei claustri solitari, / tra il canto delle vergini, / ai supplicati altari, / sempre al pensier tornavano / gl'irrevocati dì». La sposa ripudiata di re Carlo è però assai lontana dai languori delle eroine del romanticismo crepuscolare; è invece ricca di pathos etico-storico: espia con le sue colpe ed è prescelta dalla «provvida sventura» a far causa comune con le «altre infelici» che dormono sotto il suolo italico. Se nel dolore comune poteva realizzarsi il riscatto della Nazione, la paura della morte era vinta. E i patrioti - conoscessero o no il coro di Ermengarda - affrontarono con intemerata coerenza morale le torture e i patiboli. Gli eroici caduti in difesa della Repubblica Romana nel 1849, di Milano, di Venezia e di Brescia, coltivarono unicamente la speranza che nasceva dalla nobiltà e dalla purezza degli intendimenti. Allo stesso modo l’«odorosa ginestra» del canto leopardiano sfida i furori del Vesuvio; così come l’anima dell’uomo, nella sua infinita fragilità, può, con l’amore, sfidare l’immensità del dolore, legge dell’universo. «Leopardi - ha scritto De Sanctis - produce l’effetto contrario a quello che propone; non crede nel progresso e te lo fa desiderare, non crede nella libertà e te la fa amare; chiama illusioni l’amore, la gloria e la virtù e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo che non ti senta migliore». Leopardi ha cantato le illusioni, le speranze, la giovinezza, le rimembranze, i volti della natura («il brutto poter che, ascoso, / a comun danno impera») quasi fossero realtà vere e attraverso le sue figurazioni liriche apprendiamo che l’amore di ciò che esiste solo come miraggio è il più puro e il più pronto a donarsi al sacrificio. Questa l’essenza del Leopardi patriottico. Di tale lascito è erede una generazione di martiri, di eroi; e di artisti che dalla patria celeste della poesia versano sul fumo delle barricate il canto della libertà. Non appartengono certo alla pleiade dei «poeti numi» Mameli, Berchet, Poerio, Nievo, Mercantini, ma sarebbe ingiusto guardare ad essi con sufficienza: c'è nei loro versi come il tepore di un vento di primavera. Sono poeti popolari perchè il loro canto «dà una voce alle speranze e ai lutti»: il poeta «piange e ama per tutti». Nella lirica come nei romanzi e nei libri di memorie del XIX secolo c'è invece una forma del tutto nuova: trionfa la coralità. Dopo secoli di servitù la volontà di agire muove finalmente la parte più consapevole e generosa degli italiani. E si canta insieme, si scrive e si parla in consonanza di voci e nelle espressioni più diverse dell’arte. Chi pensi all’enorme fascino e alle storiche conseguenze che l’opera lirica produsse nella società dell’'800, realizza ch’era sorta un’epica nuova, un modo nuovo di infiammare i cuori. Di qui il successo del «Nabucco» (9 marzo 1842) alla Scala, il tripudio che in quello stesso teatro accolse la «Norma» di Bellini la sera del 29 gennaio 1859 e l’irrefrenabile entusiasmo che salutò, il 27 gennaio 1849, l’esecuzione della «Battaglia di Legnano» al Teatro Argentina, presente Verdi, accorso per la proclamazione della Repubblica Romana. Erano ormai troppo angusti i teatri di corte per racchiudere ardenti passioni collettive, quando uscivano le odi del Manzoni, nelle cui severe cadenze è l’«ouverture» alla vasta coralità del teatro verdiano, espressione delle emozioni di un popolo che sente la patria del dolore, prima ancora che la patria dei trionfi: la patria degli Ebrei incatenati, del popolo oppresso delle Fiandre del Don Carlos, dello sventurato Rigoletto, ma anche della fragile Violetta e di Aida, anima straziata. «Ovunque - ha scritto Emilio Taverna - cori di speranza, di gioia, di scherno, di orrore, di esecrazione; cori dell’anima di tutto un popolo; questo epos entrerà in tutte le case, dalle piazze fumanti per la rivoluzione ai tavoli delle osterie». Nascono gli inni: «Si scopron le tombe, si levano i morti / i martiri nostri son tutti risorti». E le lacrime di Fusinato: «Ma il vento sibila, / ma l’onda è scura, / ma tutta in tenebre è la natura. / Le corde stridono / la voce manca... / sul ponte sventola / bandiera bianca!». Questo empito corale lo troviamo in Pellico, D’Azeglio, Giusti, Brofferio, Ruffini, Guerrazzi, Grossi, Settembrini, Nievo, Giuseppe Cesare Abba e molti altri. Verdi aveva scoperto la sorgente della poesia meglio dei critici . «Copiare il vero - scriveva - può essere una cosa buona, ma inventare il vero è molto meglio», e additava l’esempio di Shakespeare. In una lettera del 24 maggio 1867 diceva del Manzoni: «Secondo me ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno dei più gran libri che siano usciti da cervello umano. E non solo un gran libro ma una consolazione per l’umanità. Egli è che quello è un libro vero, vero quanto la verità». Il travolgente cataclisma della «Messa da requiem» composta da Verdi nel 1873, in onore di Manzoni, segna l’apoteosi di un dialogo durato due generazioni tra la coscienza civile e letteraria degli italiani in un secolo di generosità oggi inimmaginabili.


 

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