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Giuseppe, amore puro

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di Beatrice Rocca

Giotto - e così molti artisti dopo di lui, da Mantegna a Guido Reni - ha raffigurato San Giuseppe come un uomo in là con l’età, capelli e folta barba grigi, l’espressione grave di chi ha dovuto prendere su di sé un fardello inatteso: un animo nobile e malinconico, sigillato nella incomunicabile consapevolezza di essere protagonista di un mistero. Altri pittori, però, hanno preferito immaginarlo col vigore di un uomo maturo, sì, ma non vecchio, e con la serenità di un marito, un padre e un lavoratore appagati. Un papà ancor giovane, premuroso e sorridente, che scherza col piccolo Gesù, è il Giuseppe dipinto da Bartolomé Murillo nella «Sacra famiglia con uccellino»: un padre moderno come quello che si celebra il 19 marzo, festa di San Giuseppe da anni divenuta anche Festa dei papà. Questo Santo che cela la sua grandezza dietro un abito di riservatezza e modestia ha ispirato un libro - «Giuseppe. Il falegname di Nazareth» (edizioni Àncora, 141 pagine, 10,50 euro, con diverse belle illustrazioni) - alla scrittrice e giornalista Giovanna Ferrante. E’ un Giuseppe giunto al termine della sua vita terrena, che in attesa della morte, accudito con tenerezza da Maria e Gesù, ripercorre le tappe salienti della propria esistenza, dall’infanzia nella natia Nazareth all’incontro con la dolce Maria, agli eventi prodigiosi che hanno fatto di lui, «piccolissima persona, anonimo nome sperduto fra migliaia di uomini», «il padre putativo di Dio che si è fatto uomo». E poi la fuga e il soggiorno in Egitto, il ritorno in patria, la gioia di sentirsi amato e rispettato, di più, stimato, da quel Figlio che Dio gli ha affidato. Chiedo all’autrice di questa delicata e appassionata ricostruzione della giovinezza, dei pensieri, delle aspirazioni e angosce di Giuseppe - per la quale ha attinto dai Vangeli canonici, da quelli apocrifi e da testi vari sulla vita nella Palestina di quel tempo - che cosa l’abbia attirata in particolare di questa figura sempre un po' in ombra, sempre un passo indietro.   «Proprio il suo silenzio -  risponde -, la forza interiore del non-protagonista, di un uomo che sceglie di compiere il proprio dovere nella vita senza ricercare le luci della ribalta. La sua grandezza nell’accogliere un progetto divino tanto lontano dalla capacità di comprensione umana, la generosità nell’accettare un compito tanto più grande di lui nel nome del bisogno dell’altro, in questo caso di Maria con la sua vulnerabilità di fronte all’accusa di adulterio. E l’amore, infinito, che rende lieve il fardello: ciò che si fa per amore non pesa».
 

Il silenzio è la caratteristica principale di Giuseppe, da lei definito infatti «uomo del silenzio». Perché, secondo lei, nei Vangeli non c'è una sola parola proferita da Giuseppe?  
Penso che in questo modo egli esprima la sua accettazione del disegno di Dio, di un destino così eccezionale. Giuseppe non ha bisogno di parole: sono i fatti che certificano il mantenimento dell’impegno da lui assunto.
 

Lei scrive che è soprattutto «un uomo che accoglie il dono e l’impegno di essere papà». Quali insegnamenti può trarre dalla sua paternità un padre di oggi?  
Credo che Giuseppe trasmetta, come padre, un messaggio forte, l’invito a seguire da vicino il proprio figlio nel cammino della vita, considerandolo però sempre «altro da sé», una persona con un suo progetto da realizzare. Amore e libertà. Saper offrire vicinanza e sostegno, un affetto che accoglie, mantenendo tuttavia la capacità di osservare da spettatore, consapevoli entrambi di essere uniti da un saldo amore reciproco. E trasmettere con l’esempio i valori fondamentali. Ho scritto questo libro anche pensando a mio padre: è stato così il nostro rapporto.
 

Anche come sposo innamorato e in ammirazione di Maria, Giuseppe può insegnare molto ai mariti e alle coppie odierni?  
Certo, Giuseppe insegna alle coppie ad essere compagni, uniti anche e soprattutto nelle difficoltà. Insegna ad andare oltre la passione e il sentimento romantico, a cementare il rapporto nella quotidianità affrontata con unità d’intenti, con spirito di solidarietà.
 

Giuseppe è un falegname che svolge con passione il suo mestiere, contento di poter soddisfare i desideri dei suoi clienti. «Anche un tavolo può essere un sogno», lei gli fa dire. Anche come lavoratore può insegnarci molto?  
Mio padre non era un falegname, ma era anche lui un artigiano. Si diceva benedetto perché la mattina si alzava felice del lavoro che lo aspettava. Ecco, Giuseppe ci insegna ad apprezzare il lavoro non solo come fonte di guadagno, ma anche come possibilità di esprimere il proprio talento, qualunque esso sia, e di instaurare un’autentica relazione con se stessi e con gli altri.
 

Giuseppe conduce due esistenze in una: una vita di uomo comune, tra famiglia, bottega, sinagoga e villaggio, e un’altra vita, «impastata di mistero». Come riesce a convivere col mistero immenso rappresentato dalla Vergine Maria e da Gesù quest’uomo concreto e laborioso, poco incline alle speculazioni filosofiche?  
Come, forse, cerchiamo di riuscirci ciascuno di noi. Con la nostra vita quotidiana, fatta di doveri, lavoro, rapporti sociali, fretta. E in parallelo il mistero dell’esistenza umana, i grandi interrogativi, il dialogo interiore, il tentativo di parlare con Dio. Umani e mortali, anche noi come Giuseppe dobbiamo conciliare il finito con l’infinito.
 

Giuseppe. Il falegname di Nazareth
Àncora, pag. 141, euro 10,50
 

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