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Il racconto della domenica - L'ultima corsa dell'autobus

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Francesca Carlucci
La nebbia si era alzata presto, densa e fosca. Il gelo era insidia sottile d’aghi invisibili ma tenaci e duri. Rabbrividì nel cappotto largo e lungo però il freddo non c’entrava. Se ne stava sotto la pensilina della fermata, nell’angolo più riparato, sagoma curva e scura quasi invisibile da fuori. Aspettava. Ogni tanto il respiro le si rompeva in gola con un sommesso e lieve rantolio e dalle labbra smorte usciva appena un alito fumoso che svaniva nell’arruffio della sciarpa. Era vecchia! I fari larghi e tondi bucarono all’improvviso la nebbia. L’autobus aveva opache lampadine che illuminavano i sedili di legno d’un fioco lucore paglierino. Dentro, come quella lontana sera d’inverno, nessuno. Era l’ultima corsa. Le portiere si spalancarono e lei salì i gradini sdrucciolevoli con lo slancio affannato di allora.  Il conducente ripartì. Ne vedeva la nuca bionda sotto il berretto di tela cerata. Indossava quella sua giacca nera di cuoio spesso, con la cintura alla vita. Lei appoggiò la tempia al vetro e ne assorbì con un sospiro la glaciale consistenza. Chiuse gli occhi allo scuotimento delle ruote, credette d’addormentarsi. Si destò che erano fermi. Ancora una volta lui si era dimenticato di lei, laggiù sui sedili. Strinse tra le dita le piccola croce di legno ed iniziò balbettando una preghiera. S’era svegliata con un sussulto. Non la cullava più, rudemente, la corsa delle ruote. Erano fermi. Nel buio opprimente d’un piazzale s’erano infine arrestati ed era sempre più gelo.  La nebbia pareva  più sottile adesso, e vaporosa.  Il ragazzo che guidava l’autobus si era alzato e guardava verso di lei senza vederla. I suoi occhi erano grandi, azzurri, vacui come le luci, fuori, dei lampioni ai confini della notte.  Lei s’era irrigidita dov’era senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Lui si era sfilato la cintura di quella logora giacca traslucida di pelle e l’aveva saggiata con le mani, tendendola alcune volte. Lei aveva cercato in gola invano un grido quando lui aveva annodato un capo della striscia alla sbarra d’acciaio che sormontava il posto di guida. Stava in piedi, sull’orlo dello scalino contro cui finiva il corridoio centrale dell’autobus. Era alto quello scalino, proprio alto. L’aveva vista solo  allora, e le aveva imprevedibilmente sorriso, come per tranquillizzarla, per significarle che non era niente. Lei non c’entrava, lo scusasse un istante, ma lui doveva proprio sbrigarsela quella sua faccenda. Quindi s’era affrettato ad infilarsi il cappio al collo. E ancora sorrideva quando aveva saltato il gradino, quietamente.
Il conducente si levò dal suo posto e venne verso di lei. Il suo bel viso biondo era gonfio e devastato, intorno al collo il cuoio della cintura aveva segnato d’un viola nerastro la carne. Lo accarezzò sulle guance e, nella mano destra, teneva sempre la piccola croce.  Poi, piano piano,  sciolse il nodo duro e viscido sulla nuca, sotto il docile arricciarsi dei capelli e gli sfilò il cappio dalla testa. La trovarono all’alba.
La vecchia beghina era bell’e morta sotto la pensilina dell’autobus. La galaverna l’aveva tutta coperta d’una crosta lucente, ultima vanità pietosa o estremo lusso effimero e irridente. Chi lo sapeva più, del resto, che era stata bellissima e gentile ma innamorata per sempre d’un ricordo? Nelle mani rugose e deformate dall’artrite stringeva una croce piccola, di legno. E una cintura di cuoio nero, indurita e consunta, segnata da un nodo scorsoio.
Forse voleva impiccarsi, c’era chi aveva pensato. Ma il cappio, con un crepitio sommesso, antico, si era disfatto al tocco delle dita. Così un medico legale, moderno preciso e gretto, spezzò ignaro il cerchio ultraterreno del dolore. E loro furono liberi. 

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