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Scrittori del Rinascimento

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Anna Ceruti Burgio

In questi ultimi tempi, con le importanti mostre del Correggio e del Parmigianino, si è valorizzata la cultura parmense del Rinascimento: i loro capolavori sono nati in un contesto raffinato, in cui umanesimo, poesia e pittura si fondevano in un crogiuolo creativo unico. Quest’anno ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte di due scrittori molto importanti e conosciuti in quel periodo, anche se oggi passati un po' nell’oblio: Andrea Baiardi e Jacopo Caviceo, autori di due opere che potrebbero definirsi «best seller» del Cinquecento, rispettivamente il «Filogine», romanzo in versi e il «Peregrino», una sorta di feuilleton in prosa. Entrambi contribuirono a creare quel clima culturale che influenzò i grandi pittori (basti citare il substrato umanistico presente nella Camera di San Paolo). Il «Filogine» è opera del diplomatico, poeta e uomo d’armi Andrea Baiardi (nato prima del 1459 e morto nel 1511), discendente da una famiglia che aveva annoverato figure di spicco; Andrea, che partecipò attivamente alla vita politica cittadina in un periodo movimentato, fu uomo di fiducia prima di Ludovico il Moro (che lo aveva creato «cavaliere aurato») e poi dei Francesi; ospitò nella sua casa nei pressi di San Vitale personaggi molto importanti e partecipò a missioni diplomatiche e al ritorno di una di esse morì improvvisamente. Autore anche di Rime per la maggior parte inedite, il Baiardi deve la sua fama al citato «Filogine», sottotitolato «Trattato amoroso» o «Libro d’arme e d’amore». Un’opera in ottave che, in un contesto storico contemporaneo all’autore, fa rivivere lo spirito dei grandi poemi cavallereschi, il sogno di un mondo ormai scomparso ma presente nell’idealizzazione e nella fantasia. Il protagonista è un riflesso autobiografico del Baiardi: il parmigiano Adriano, abile giostratore e diplomatico, si innamora di Narcisa, a cui resta fedele nonostante sia ammirato da tutte le più belle dame, e, dopo varie peripezie e missioni in Francia, la sposa. Gli amori di Adriano e Narcisa fanno da cornice a un insieme di cronache mondane tardo quattrocentesche, dove compaiono usi e costumi reali e personaggi storici del tempo, e alle quali fa da sfondo anche la nostra città, esaltata per il bel vivere e i monumenti (sul «Filogine» e sui suoi rapporti con la «parmigianità» rimando ai saggi ad esso dedicati nel mio volume «Studi sul Quattrocento parmense», Pisa, Giardini, 1988, nonché al più recente «Parma rinascimentale e ducale», Parma, Tecnografica, 1996). Il Baiardi recentemente è stato rivalutato come probabile ispiratore di un leit motiv del Parmigianino, il «collo lungo» della famosa Vergine e di altre sue figure, presente nelle rime baiardesche. L'amore è il tema fondamentale pure del «Peregrino» di Jacopo Caviceo , romanzo in prosa che divenne la lettura prediletta della gioventù dorata rinascimentale; una love story, insomma, che narra la patetica vicenda di un giovane, dal simbolico nome di Peregrino (anche in questo caso un riflesso autobiografico). Il Caviceo (nato a Parma nel 1443 e morto a Montecchio nel 1511) fu frate, umanista e avventuriero; dopo aver studiato a Bologna e aver preso gli ordini sacri, si recò a Roma facendo il predicatore. Venne però imprigionato per le sue abitudini licenziose e fuggì viaggiando fino a Costantinopoli; tornato a Roma, uccise un sicario mandato contro di lui, ma fu assolto dal Papa. Venne poi a Parma, dove divenne uomo di fiducia di Pier Maria Rossi che lo inviò come Legato a Venezia, in seguito fu vicario generale a Ferrara e Firenze, per morire infine a Montecchio in Emilia. Il protagonista del suo romanzo, innamorato della bella Genevera che gli viene negata perché appartenente a una famiglia rivale, affronta vari pellegrinaggi e avventure (tra cui addirittura una discesa agli Inferi) in Italia e in terre d’oltremare, per poi poter finalmente sposare la sua amata, la quale però muore poco dopo le nozze. La trama, ricca di colpi di scena, diventa un pretesto per continue digressioni letterarie, dialoghi di tipo filosofico, orazioni giuridiche, brani epistolari, inserimenti di fatti e figure contemporanee. La fortuna del «Peregrino», la cui lettura oggi non è certo agevole, deriva probabilmente dall’aver assunto, agli occhi dei suoi contemporanei, la valenza di una summa dello scibile del tempo, conciliando la tradizione umanistica con la cultura volgare, in un stile composito, linguisticamente sperimentale ,un misto di latinismi, toscanismi e settentrionalismi, con spiccata tendenza ai diminutivi. Il Caviceo vi raccolse tutti i motivi erotici e culturali dell’ambiente cortigiano, tanto che qualcuno ha voluto riconoscere nel «Peregrino» un omaggio (evidente nel titolo), a quella Bianca Pellegrini che fu amata dal protettore dell’autore, Pier Maria Rossi e che fu destinataria delle decorazioni pittoriche della celebre camera aurea del castello di Torrechiara, in cui è effigiata appunto in veste di pellegrina. 

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