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Culto e mistero di Ipazia

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di Edda Lavezzini Stagno

Nel quinto secolo dopo Cristo una donna fu assassinata. Non sappiamo molto di lei, se non che era bella e che era una filosofa. Sappiamo che fu spogliata nuda e che fu dilaniata con cocci aguzzi. Che le furono cavati gli occhi. Che i resti del suo corpo furono sparsi per la città e dati alle fiamme. E che a fare tutto furono dei fanatici cristiani». E’ l’introduzione a «Ipazia. La vera storia» (ed. Rizzoli) scritto da Silvia Ronchey, professore di Filologia classica e Civiltà bizantina all’Università di Siena, curatrice e autrice di opere colte e scrupolosamente documentate. Nelle trecento pagine la Ronchey ricostruisce la figura della filosofa alessandrina (nata presumibilmente nel 370) tentando di restituirla alla realtà storica e al suo ambiente. Dal libro traspare la passione dell’autrice per la giovane cattedratica che faceva pubbliche apparizioni nel centro di Alessandria per spiegare Platone, Aristotele e altri filosofi. La nota bizantinista esprime inoltre indignazione dolorosa per l’assassinio atroce eseguito dai parabalani del vescovo Cirillo, gli stessi che vent’anni prima avevano distrutto e saccheggiato il Serapeo per ordine di Teofilo, zio di Cirillo.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
«Su Ipazia ho svolto e pubblicato richerche da decenni. Mi ha sempre affascinato questa figura di donna intellettuale, tanto affascinante e spregiudicata quanto poco incline alla frivolezza, che respinge duramente chi si innamora di lei, che si considera una persona pubblica e si vuole in privato ineccepibile. Il padre Teone, filosofo della scuola di Alessandria, educa la figlia fin dall’infanzia allo studio. Ipazia supera il padre, facendosi una fama universale tra gli intellettuali del suo tempo, che vengono da ogni parte ad ascoltare le sue lezioni. Il suo pensiero è profondo, perfino ieratico, ma lo stile dei suoi discorsi è così franco da farla sembrare, scrivono le fonti antiche, elegantemente insolente».
Com’è Alessandria d’Egitto al tempo di Ipazia?
« Alessandria è la New York, la Parigi, la capitale culturale del mondo mediterraneo, e naturalmente dell’Impero che da romano è appena diventato bizantino. All’epoca è una metropoli multietnica e multireligiosa».
Come convivono cristiani e pagani?
«Nel 313 l’editto di Costantino dichiara cessate le persecuzioni contro il cristianesimo e lo ammette tra i culti dell’Impero. Ma negli anni della prima giovinezza di Ipazia l’editto di tolleranza diventa “intolleranza”, con i decreti teodosiani (391-392), che dichiarano il Cristianesimo religione di stato dell’impero romano e proibiscono i culti pagani. Il gruppo socialmente dominante è costituito dagli elleni, molti dei quali stanno passando al cristianesimo. Ipazia, che appartiene a questo gruppo sociale, non è cristiana. Ma fra i suoi allievi ci sono anche cristiani, come Sinesio, il futuro vescovo di Tolemaide, che su di lei ha lasciato appassionate testimonianze scritte».
Il vescovo Cirillo, che nel libro è ben “fotografato”. Perché dovrebbe essere il mandante dell’assassinio?
«Ipazia è una donna di potere oltre che un’intellettuale: oltre alle conoscenze astronomiche, matematiche e filosofiche ha un’intelligenza politica, una vocazione filosofica alla tolleranza e una capacità dialettica di mediazione che fa sì che i governanti e gli altri maggiorenti della città vadano a casa sua e ascoltino i suoi consigli. È l’invidia del vescovo, insieme all’assurda pretesa d’ingerenza del potere religioso in quello politico, che motivano l’assassinio di Ipazia. Cirillo, fatto santo, e nell’Ottocento dottore della Chiesa cattolica, incarna un’ideologia (quella di sovrapposizione del potere spirituale a quello temporale) che ha poi preso campo nel mondo occidentale, quello dei papi, ma mai a Bisanzio».
Nei testi di filosofia non si parla di Ipazia. Perché?
 Non se ne parla per l’imbarazzo della chiesa cristiana sulla sua fine, ma anche perché non ci sono arrivate opere scritte da lei. E‘ una lacuna enorme, ed è il motivo per cui è stato comunque importante e meritorio il film Agorà che tra interpretazioni storiche e finzioni sceniche ha fatto conoscere molte cose. Alcune erano giuste, altre inverosimili. Suscitando un dibattito accanito, non basato tuttavia su dati esatti. Ho trovato urgente scrivere questo libro anzitutto per fornire al pubblico i termini corretti del problema, su cui ragionare e poi se mai discutere».
Ci sono corpi celesti col nome Ipazia, Lei ne parla nel suo libro
«Gli astronomi l’hanno talmente amata che dall’Ottocento in poi hanno dato il suo nome a vari corpi celesti: un asteroide, un cratere lunare non lontano dal punto di allunaggio dell’Apollo 11 e altro ancora. Una specie di rivincita, come se avessero voluto trasformare il corpo straziato della filosofa in una pluralità di corpi senza tempo, che non periscono, nei quali il corpo di Ipazia rivive».
 

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