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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Il sogno di Stanislao Cosmi

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di Gianni Croci

Stanislao Cosmi, letterato e narratore dopo la sua abituale - si fa per dire, in quanto il lavoro di un artista è come il lesso di prima scelta: si trova soltanto nelle macellerie che trattano carne di qualità e Stanislao Cosmi era scrittore che apparteneva ai primi - fatica con carta e penna, sentiva sintomi di stanchezza alla testa, ai muscoli della dita e delle mani e le braccia in quell'unico movimento erano dure e fissate come l'apertura di un compasso, i piedi e le gambe come ingessati. Il sangue gli fluiva dalle vene incostante, una sorgente pesante da guidare per il corpo e far giungere in tutte le arterie che le servivano per dare forza e calore alle parole che doveva immortalare sul foglio bianco. Il lavoro di Stanislao Cosmi non era né facile né poco faticoso. Per tirare fuori un raccontino da quotidiano c'era da sudare mille camicie e alla fine non era tanto sicuro che piacesse non tanto a sé stesso ma anche a chi doveva esaminarlo, leggerlo e pubblicarlo. Sapeva per la lunga esperienza nella scrittura che si poteva scrivere di tutto e su tutto, ma ci voleva orecchio, forma e stile, linguaggio pulito e non da birreria, bisognava trovare frasi vere, pulite, della pulizia che sa trasmettere l'arte.
In quanto a Stanislao Cosmi non era stato mai anemico né tantomeno stitico e quando prendeva in mano la penna le parole parevano sciogliersi, anche se a ogni riga la fatica si faceva pesante e la testa iniziava a sentire tutto il peso di una nuova storia che stava per nascere con i dubbi e le paure che la creazione si portava dietro come viatico di un dono che stava racchiuso nella magia della parola e ogni altra definizione per Stanislao Cosmi erano semplicemente balle. Puttanate di qualche intellettuale di periferia.
Stanislao Cosmi aveva lavorato tutta la mattina, il racconto era andato avanti, ma a metà pomeriggio aveva accusato la stanchezza della fine del giorno, il rilassamento delle idee e un assopimento del cervello che perdeva il filo della narrazione per trovarsi con la sfarinatura di un soggetto a cui mancavano una bracciata di righe per essere portato a termine. Sì, il finale non era mai così semplice come si crede, qualcosa deve accadere o in mancanza di un colpo di scena bisogna lavorare sulla semplicità di una riga che lasci il lettore in pace con se stesso e il mondo. Insomma, scrivere è come fare il pane in casa, un pizzico di sale in più o in meno rovina il sapore e il gusto, la gioia di pulirsi la bocca e di essere soddisfatti.
Stanislao Cosmi aveva messo giù la penna e alzatosi dalla sedia era andato a sedersi sulla poltrona nera in finta pelle - regalo di sua moglie Santina e della figlia Carlotta - per riposarsi dalla fatica e rivedere in una schermata del cervello ciò che, fino a quel momento, aveva scritto.
Dalla finestra aperta filtrava un'asola di luce mentre il sole si nascondeva dietro la prima ombra della sera e il catalogo dei fermenti del giorno andava esaurendosi nella tiepida passione di Stanislao Cosmi, nella scrittura che giorno dopo giorno gli portava in premio una nuova storia, una pagina o anche una sola riga. Gli bastava non perdere il vizio. Non farsi trovare con le mani in tasca. Stanislao Cosmi si era assopito. Aveva chiuso gli occhi e mentre dormiva con la testa appoggiata allo schienale della poltrona, sognava, era preda di un terribile terremoto che gli faceva franare la libreria, sotto la quale stava la poltrona, sulla sua povera e innocente testa senza alcuna pietà. Si sentiva stordito. Non riusciva a svegliarsi e il caos lo teneva sotto il giogo di quella terribile e inattesa calamità, vittima della sua creatività ...Si ritrovò col cervello intontito e la paura che ancora lo teneva per il bavero come una povera preda predestinata: oggi o domani.  

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