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Arte-Cultura

Voi scrittori - Weekend bestiale

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WEEK-END BESTIALE

di  Eva Alyeni

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Venerdì
 
“Per tutti i sorci dell’universo!
Che vita piatta in questo buco di mondo!”
Stiracchiandosi pigramente, Felix inarcò la schiena, sbadigliando. Prese a leccarsi il lucido manto corvino, passandosi con zelo la zampetta oltre le orecchie.
Impiegò parecchi minuti per questa sua toeletta mattutina. Tanto per quello che aveva da fare, se lo poteva permettere! Dritto come un soldatino di piombo davanti al portone di casa, tamburellava la coda nervosamente, guardandosi intorno, nella speranza di un evento eccitante che gli movimentasse la giornata. C’era poca probabilità che ciò potesse accadere, in quel paese di due anime, lassù fra le colline della Lunigiana.
Fosdinovo era arroccato a 500 metri sul livello del mare.
Con le sue case, le strade, i vicoli, dal carattere di borgo medievale e l’imponente castello, a cornice di un paesaggio mozzafiato, offriva ai turisti  pace e serenità, come rifugio al frenetico trantran delle grandi metropoli.
Per i residenti il discorso era però diverso.
E Felix era uno di quelli.
Iscritto regolarmente all’anagrafe del comune, dal giorno in cui Mamma Gatta lo aveva partorito insieme ai suoi cinque  fratelli, non avrebbe disdegnato una vita un pò più spericolata. In quel venerdì di tardo agosto, il sole regalava ancora la sua forza, troneggiando impavido in un cielo terso, riscaldando l’aria come fosse piena stagione.
E Felix non poteva sopportare quel caldo afoso con indolenza. Doveva escogitare qualcosa.
“Potrei recarmi dal mio amico Devil, a Giucano”.
Ma nello stesso istante in cui lo pensò, rimosse l’idea. Sarebbe stata troppa fatica.

 

Devil era un cane, della miglior razza bastarda, fiero della sua stirpe. Di media taglia, nero come il demonio, da cui prendeva il nome, godeva di una reale doppia personalità.
Nella sua “vita precedente” aveva fatto un patto col diavolo. Sarebbe potuto campare per l’eternità, in cambio di un grosso favore al Re degli Inferi. Ogni qualvolta quest’Ultimo lo avesse ritenuto necessario, Devil si sarebbe dovuto sostituire a Lui, assumendone l’indole, pur mantenendo le sembianze canine. Passare inosservato e procedere ingannevolmente nei Suoi maligni progetti, era il compito a cui non avrebbe potuto sottrarsi mai.

 

Felix arrivò fino al castello, fermandosi di tanto in tanto su per la salita, quasi a perder tempo.
Quello spettacolo naturale lo affascinava da sempre.
Il maniero coi suoi merli ghibellini era il  luogo di nascita, dove, fino all’età di un anno, Mamma Gatta lo aveva tenuto, proteggendolo dai pericoli quotidiani. Poi la famiglia si era disunita ed ognuno si era fatto le ossa a modo suo, in giro fra  Liguria e Toscana. Felix amava ritornare in quei luoghi d’infanzia, bighellonare distrattamente per le stanze e salire fino alle quattro torri. Quella mattina di mezza estate i ricordi lo colpirono con malinconia.
Si rivide cucciolo giocherellone alla scoperta di un mondo nuovo, fatto di latte materno, coccole, bisticci ed affettuose lotte con  i fratelli.

 

 Come in tutti i castelli che si rispettino, anche sulla fortezza dei Malaspina, girava voce di una leggenda inquietante.
Una giovane donna, la marchesina Bianca Maria Aloisia, vittima di ignoranti pregiudizi, era stata sepolta per castigo, murata viva insieme al suo cane.
E a tutt’oggi il suo spirito vagava senza pace per i saloni.
Mamma Gatta aveva rassicurato i figlioli fin da subito.
“Dovesse accadere che la incontriate, non abbiatene timore. Siate educati e fatevela amica. In fondo poverina, sono centinaia di anni che non parla con qualcuno e si sente sola!”
Non tardò l’occasione.
Una volta Felix si era isolato dal gruppo, preso da un impeto di spavalderia. Nella stanza circolare del trabocchetto curiosava, fiutando nell’aria, l’imminenza di un temporale.
Ad un tratto, udì un cigolio sinistro pervenire dalla botola.
Il pelo gli si drizzò per lo spavento.
Rimase paralizzato dove si trovava, incapace di reagire. Avrebbe voluto darsela a gambe, quando una figura emerse dal pavimento. Una fanciulla esile, aristocratica, dall’incarnato etereo, vestita di un abito immacolato dalla trama finissima, lo fissava garbatamente.
Portava lunghi capelli biondi intrecciati di nastro e fiori.
Nelle mani una candela tremolante.
Nel suo istinto felino, Felix soffiò contro, facendo la gobba ed arricciando il naso roseo.
La fiammella si spense e calò l’oscurità.
“Mamma dove sei? Aiuto fratellini!”
“Ciao! Non avere paura! Mi chiamo Bianca ed ho 15 anni. Qual è il tuo nome?”
“Fe...Fe....Felix” balbettò tremando come una foglia.
“Vivo in questo castello con la mia famiglia.
E che sei bianca lo vedo da me. Ma sei un fantasma?”
“Indovinato! E lui è il mio fedele cane, morto insieme a me trecento anni or sono.
E se non ti dispiace, l’ospite in casa mia sei tu!”

 

“E’ stata la mamma a portarci qui, quando eravamo ancora nella sua pancia. Aveva giurato che ci avrebbero lasciati tranquilli! E che il fantasma del castello sarebbe stato simpatico e disponibile!”
Bianca sfregò velocemente con pollice e indice lo stoppino del cero e la fiamma si riaccese.
“Ganzo! Ma come ci sei riuscita?”.
La ragazza rise divertita dello stupore sul musetto esterrefatto di Felix.
“Sono un fantasma no? Lo hai già dimenticato per caso?”.
In quell’istante, il cucciolo di cane accoccolato  al suo fianco, si rizzò sulle zampe. Trotterellò come un peluche di quelli caricati a molla e si avvicinò al gatto. Lo fiutò con interesse e senza preavviso, passò un colpo di lingua ruvida, da capo a piedi, facendo rotolare Felix qualche metro in là.
Raggomitolato e bagnato di saliva come fosse caduto dentro un pozzo, il micetto prese a piagnucolare:
“Oddio, oddio, ecco lo sapevo! Sono trecento anni che questo coso non mangia, chiuso là, dentro quel muro. E adesso se la prende con me! In un solo boccone mi fa secco!”
Una mano gentile lo sollevò per la collottola, lo scrollò con delicatezza. Felix avvertì un alito caldo e in un baleno si sorprese asciutto, faccia a faccia con Bianca.
“Wow! Sei meglio della mamma quando ci fa belli!
Però ti prego di una cortesia. Visto che siamo amici, dì a quel mostro che ti porti appresso che non sono un osso!”.
Bianca chiamò a sè il cucciolo di cane.
“Vieni Devil, ti presento il nostro vicino.
Da oggi avrai un compagno di giochi”.

 

Da quell’incontro singolare, Felix e Devil divennero amici inseparabili. Gli anni correvano ed insieme si fecero adulti.
Fra loro si era creata una complicità, un' intesa, come non mai fra cane e gatto.
Un pomeriggio Devil gli confidò di quel patto col diavolo.
“Sai?, quando gli uomini uccisero Bianca e me, fu un castigo tanto efferato e vigliacco, che Lucifero ci mise lo zampino. Non poteva accettare che due innocenti patissero quell’assurda fine, senza vendicarsi dei cattivi.
In fondo anche Lui ha un’anima buona.
Così ci regalò la vita eterna. La mia padrona divenne uno spirito ed io l’ALTER EGO a Sua disposizione, per rimettere giustizia nel mondo. Felix era perplesso.
“Ma allora significa che io e te un giorno ci separeremo!
Io morirò, anche se ho sette vite e tu rimarrai solo.
Che disdetta!”.
“Già, non avevo valutato questa ipotesi. Ascolta!?
E se io parlassi al Diavolo per convincerlo a renderti immortale? In fondo cosa avresti da perderci?
Mal che vada ti tieni le tue sette vite e buonanotte”.

Non si rivelò tanto semplice.
Lucifero avrà anche un cuore ma non esageriamo!
Diede però una chance a Felix.
Inesauribili e magici poteri per tutta la sua lunga esistenza.

“Bèh, siamo proprio una bella coppia, vecchio mio!
Uniti ne combineremo di tutti i colori.”


Fosdinovo e Giucano,  paeselli noiosi dunque ma due dei loro abitanti erano quanto di più fantastico ed incredibile ci si potesse aspettare.

 

Sabato

Quel sabato sera di fine estate, Felix e Devil riposavano nelle rispettive dimore. Ignari che di lì a poco tre umani avrebbero rallegrato la loro svogliatezza.

Jinny, Betti e Max avevano prenotato un tavolo in una tipica trattoria in collina, per godersi il fresco e fare due chiacchiere, dedicandosi alla loro attività preferita: mangiare e bere. Sprovvisti di un senso di sazietà nella norma, si alzarono a tarda ora, dopo un’abbuffata senza precedenti.
Li si poteva catalogare anch’essi nella sfera animale, quali porci all’ingrasso!
“Ragazze? Che ne dite di fare quattro passi? E domani digiuno e bicicletta per riequilibrare questo scempio culinario!”.
“Ha ragione Max. Forza, datti una mossa, pigrona!” esortò Jinny. Betti era in uno stato comatoso. Un sonno da crollare. Tuttavia, dopo una sigaretta, si schiaffeggiò la natica, come un fantino sprona e scudiscia il cavallo e si rimise in moto.
Mancava poco alla mezzanotte.
La luna nel cielo sembrava un grosso chewing-gum spiaccicato col pollice, sopra un foglio di carta carbone.
Milioni di astri luccicanti, come schizzi di vernice perlacea, spruzzati da una bomboletta spray.
I tre amici si inerpicarono lenti e goffi per le stradine deserte, senza incrociare anima viva. Come fuori dal mondo.
Un paesaggio fatato, surreale. Un silenzio spettrale.
Per scacciare la leggera inquietudine, scherzavano di spiriti e vicende esoteriche, ostentando una sicurezza illusoria, senza però crederci troppo. Giunti ad un crocicchio, si fermarono davanti ad un portone di legno, serrato da un chiavistello in ferro arrugginito.
“Guardate gente! Si intravedono impronte di mani! Brrrr!
Magari sono di una strega che prima di morire si è trascinata negli ultimi stenti!” esclamò rabbrividendo Betti.

 

 

“O forse, dato che sono bianche, del fantasma che aleggia tuttora e che la notte se ne va in giro col suo tormento!”  controbattè Jinny.
A far da paciere ci si mise Max.
“Smettetela! A parte che gli spiriti non hanno le mani, sapete come la penso io? L’imbianchino che ha ristrutturato l’edificio si è appoggiato per riposarsi. Tutto qui”.
“Ok, Capitan Coraggio, vorremmo vedere se a lasciarti qui solo, fino a domattina, non te la faresti sotto, preso dal panico! Proseguiamo che è già mezzanotte!”
Uno dietro l’altro, legati da un filo invisibile come perle in una collana, i tre inseparabili, si diressero verso il parcheggio. Ad un tratto, sul balcone a piano terra di un’abitazione, un grosso cane nero sonnecchiava guardingo. Alzò il muso ed i suoi occhi scrutarono sospettosi quelle figure nel buio. I ragazzi erano impietriti per quell’inaspettata creatura immobile e taciturna.
“Amiche? Disinvoltura e indifferenza. Avanti marsch! Speriamo unicamente che questa bestia non si alteri e che la fortuna ci assista!” farfugliò Max.
Passo celere, testa bassa e sorriso tirato, sollevati per lo scampato pericolo di aggressione, dopo pochi metri, i tre scoppiarono in una fragorosa risata, respirando a pieni polmoni.
“Jinny com’eri buffa su quei tacchi! Perfetti per correre traballante sull’acciottolato del borgo medievale”
“Maledizione, Betti! Ho avuto una fifa che per poco non mi prende un colpo! La prossima uscita mi metto le Nike, giuro. Ma dov’è l’auto?”
“Quel cane ci ha distratti. Abbiamo sbagliato direzione. Dobbiamo tornare indietro” stabilì addolorato Max.
“Manco morta che ripasso sotto quel balcone.
Ho schivato il diavolo una volta e non sfido più il destino!”

 

“Jinny ha ragione. Da questa parte è più lunga ma ci conviene. Speriamo almeno” li tranquillizzò Betti.
“Certo che per perdersi in un ombelico di paese, ci vogliono proprio dei coglioni come noi!”.

 Nel frattempo Devil, interrotto il sonno, si era messo in contatto con Felix, a proposito di quell’episodio inconsueto.
“ Ci sono tre allampanati che gironzolano in piena notte per l’abitato. Li ho sentiti dire che arriveranno anche lì a Fosdinovo. Sono innocui. Si divertono a fare gli esploratori. Non fosse che so per certo che sono semplici umani, avrei il dubbio di pensarli fantasmi!”.
“Ok, fidati di me. All’erta ed efficiente come d’accordo.”

 

Sui tornanti che conducevano al paese, le ragazze cantavano di buonumore e chiacchieravano, mentre Max era intento alla guida. Lasciata l’auto nella piazzetta antistante il castello, lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu indimenticabile.
La luce diffusa dai fari color arancio, si proiettava lungo il sasso della fortezza Malaspina, confondendosi nel chiarore di quella palla opalescente che si stagliava, padrona assoluta del cielo. Sospesa in un mare di inchiostro, la luna pareva aver una faccia.  Occhi, naso e bocca a delineare uno sguardo malinconico, simile ad un Pierrot.
“Non ho parole! Sembra di essere in un quadro! Aver avuto la macchina fotografica! E chi ci pensava?!”
Betti non si perdonava quella sbadataggine.
Jinny cominciò a frugare nella borsetta ed esultando mostrò al gruppo il telefonino.
“Posso immortalare questa nottata col cellulare.
Il mio fa le foto, non come i vostri che sono anteguerra!”.
“Ehi gente, avete notato questo scorcio di cielo?”
Col naso all’insù, Max rimaneva di stucco, come un fanciullo rimane incantato davanti all’albero scintillante di balocchi, maestoso protagonista del mercatino di Natale.
Le folte ciglia sbattevano incredule, dietro le lenti dei grossi occhiali rotondi. Ogni astro brillava nella culla che il Creatore gli aveva assegnato, tranne un mucchietto di polvere di stelle, gettato disordinatamente in quell’angolo.
Cenere di corpi celesti pulsanti.
“Stranissimo, non trovate? Mai vista una cosa simile!”
Jinny era sbalordita.
“Io ho sempre pensato una cosa. Non prendetemi per matta se ve la racconto.” E Betti, con l’intonazione di chi narra una favola, assorbì l’attenzione degli amici.
“Vi siete mai chiesti cosa sono le stelle cadenti?
E dove vanno a finire quando spariscono nel buio?

 

Il ciclo di vita degli astri ha un inizio ed una fine, come per ognuno di noi.   Una stella nasce e ad un certo punto del suo cammino viene scelta da Dio per una mansione speciale.
Ogni volta che abbiamo la fortuna di rincorrere una stella cadente, si esprime un desiderio. Se questo si avvera, il corpo celeste sarà custode del nostro pensiero segreto e compagno di buona sorte. Se invece il sogno non viene esaudito, la stella muore, ritorna cenere e di essa rimangono frammenti di luce sparsi nell’infinito.
Morale: se all’orizzonte conti una stella in meno nel cielo è perché te la porti dentro, splende nel tuo cuore.
Le briciole fulgide che vediamo invece sparse qua e là, sono la tomba di una speranza che non ci siamo conquistati o forse, non è ancora giunto il tempo per meritarsela .”
Jinny e Max erano ammutoliti.
“Hai una fantasia sconcertante, Betti!”.
“Questa storia è bellissima! Vogliamo crederci”.

Nel frattempo la luna aveva mutato espressione.
Ora sorrideva e Betti guardandola, la immaginò, sua complice, strizzarle l’occhiolino.
Spiccava proprio al centro del castello, in mezzo alle quattro torri,  rossa come una ciliegia matura.
Ci si poteva attendere, da un momento all’altro, l’animarsi di scene feudali, con guardie armate di lance, emergere dai merli ghibellini. Tutto era così magico ed irreale che nessuno stupore avrebbe scosso i nervi dei ragazzi, se fosse sbucato all’improvviso il fantasma della giovane donna uccisa.
“Torniamo coi piedi per terra! Saliamo fino al ponte levatoio, scattiamo un paio di foto ricordo e se non siete stanche ci sta una visita alla borgata.”
“Ok Max, è una notte speciale e mi va di tirar tardi. Domani dormirò come un ghiro in spiaggia”, acconsentì Betti.

Le finestre delle abitazioni lasciavano intravedere i vetri spalancati, per via del caldo estivo.
Fosdinovo dormiva profondamente. Non si sentiva volare una mosca. D’un tratto, una persiana sbattè rumorosamente, proprio mentre Jinny si trovava in quel punto esatto.
Un anziano signore, mezzo assonnato, tirò a sè l’anta di legno per richiuderla e strabuzzò gli occhi per la sorpresa.
Chi erano quei tre a zonzo nel borgo, a quell’ora improbabile della notte?
“Che buffo sarebbe stato fingersi le creature inquiete della leggenda e inorridire quel poveretto! Magari sgranchirsi, bofonchiando: < Aaaahhh! Finalmente! Dopo tanti secoli chiusa in quel muro.....>  scherzò Jinny, per riprendersi lei stessa dallo spavento di un attimo prima.
Le risa echeggiavano cristalline, rimbalzando da una casa all’altra, fino ad arrivare a Felix.

“Devil, ci siamo. Stanno per passare di qui.
Come devo comportarmi?”
“Ignorali. Fatti vedere ma non allarmarli con effetti speciali!
Se saranno loro ad infastidirti, allora procedi con i tuoi poteri.” ordinò sommessamente il cane.

“Quante calorie abbiamo consumato con tutto questo camminare? Sei tu l’esperto, Max”.
“Non illudetevi mie care.
Si e no l’antipasto, per essere ottimisti”.
“Figurati Jinny! Con la tachicardia e la tremarella per tutti gli accidenti schivati, abbiamo bruciato energie e rassodato i muscoli!” rassicurò bonariamente Betti.
 

Passarono davanti ad una fetta di casa particolarmente curata, con vasi di gerani lungo la scaletta che conduceva al balcone ed un grazioso zerbino, sul quale oziava vigile un gatto nero.  Seduto accovacciato, si abbracciava le zampine anteriori con la coda.
“Pciù, pciù, micino? Cosa fai ancora sveglio?  Bello che sei!
Visto ragazzi? Completamente scuro con la punta della coda bianca, come un pennello intinto di pittura”.
“Accidenti al demonio! Ma da queste parti cani e gatti sono tutti neri come il peccato!” replicò Jinny.
“Attenta a quello che dici” riprese Betti, “io li adoro! Portano fortuna.  E se fossi in te non andrei a scomodare il diavolo!”. 
“Non ricominciare con questo terrorismo, ti prego” .

 “Non sei coerente, amica mia. Ti fingi fantasma con un poveruomo tuo compaesano e per poco non crepi di paura, solo per un cane che fa la guardia!”
Max tentò invano di sedare il battibecco delle ragazze.
“Basta con queste fantasticherie. Non riuscirete a convincermi con le vostre entità sovrannaturali!”
A quelle parole, un guizzo di risentimento per tanto scetticismo, fluì nelle vene di Devil.
“Farò in modo di farti ricredere, giovanotto!”

 Il gruppo era alla fine del sopralluogo esplorativo.
Si trovavano dalla parte opposta al parcheggio.
Erano le tre di notte e decisero di ritornare.
Ma per la seconda volta, confusi dal dedalo di viuzze tutte uguali, i ragazzi si erano persi.
“Non è possibile. Ancora!
A questo punto, quale sarà il senso da prendere?”
“Cosa pretendi, Max, una segnaletica per turisti fai da te, per due vicoli con due case ? Proporremo al sindaco di indicare il percorso con delle frecce, come in un sentiero di montagna… Lo ripeto.  Siamo solo degli sprovveduti,!”
In quel momento il micio sullo zerbino miagolò alla luna, come per attirare l’attenzione.
La sua coda, in un movimento fulmineo, quasi uno schiocco di frusta, passò da destra a sinistra.
“Ehi! Guardate il gatto! Ci vuole suggerire la giusta direzione! All’andata puntava verso sinistra e noi, proseguendo siamo giunti al castello ed ora ci mostra come giungere alla macchina!” sbalordita, Betti era in fibrillazione per la sintonia con l’animale.

 “Ecco, ci ci...mmancava solo la prima bestia al mmondo, con con... coda ddirezionale, che... che il mmiracolo è completo!” tartagliò nervoso il ragazzo.
“Tanto vale la pena di tentare, Max.
Se troveremo il piazzale camminando come indicato dal gatto, allora Betti aveva ragione”.
In pochi minuti scorsero la Ypsilon grigia e Betti non si risparmiò di gongolare.
“In una vita precedente ero un felino, lo so. Spesso mi sento tale. Pigra, agile, sorniona, opportunista ed un pochino magica, forse. Riesco a  comunicare con loro, capite?”
“Mal che vada ti definirei una strega, dato che colui che parlava agli animali è morto!”
“Alludi a San Francesco, tesoro mio? Non bestemmiare!  Tutto meno che santa. Strega mi piace, piuttosto!
Anzi d'ora in poi sarò la tua Stregatta. Mezza strega e mezza gatta!” e beffeggiandolo, Betti prese a strusciarsi contro Max, facendo le fusa.
“Per il compleanno ti regalerò una scopa di saggina e un collarino con campanello, così sarai perfetta!” concluse il ragazzo, stringendola con affetto tra le braccia ossute.
“Scusate, non vorrei esser elemento di disturbo alle vostre effusioni ma ho una rivelazione agghiacciante”.
Jinny, in esasperato imbarazzo, confidò che, probabilmente durante la passeggiata, aveva perso un orecchino.
“Non posso rinunciare a cercarlo. E' un ricordo di mia nonna. Vi supplico, dobbiamo rifare il tragitto!”
“Cristo santo! Potrebbe essere ovunque, ti rendi conto?
Faremo l'alba per colpa tua”
“Avete ragione ma non mi lascerete andare sola, mi auguro”.
Si rimisero in cammino, misurando con cura ogni metro, nella tensione di veder luccicare il gioiello, quanto prima possibile. Nel primo tratto però ogni ricerca risultò vana.

 Imboccarono la salita per il castello e presero il giro a ritroso. Nessuno dei tre osava confessare che stavolta l’avventura non era poi così divertente.
Sapere cosa potevano aspettarsi li metteva in apprensione.
Il tempo non esisteva. Tutto era fermo ad un paio d’ore prima, con gli eventi di cui ancora pagavano lo scotto.
La casa di sasso, la porta con le impronte, il balcone a piano terra, lo zerbino con il gatto nero.
“Per tutti i sorci dell’universo! Il gatto! La sua coda! Ancora! Adesso!”
“Betti, sei ammattita? Parli sincopato, sembri un codice fiscale!” Jinny e Max, in quel momento nutrivano forti dubbi sulle condizioni mentali dell’amica.
“La coda! Ma non capite?
Ha di nuovo cambiato senso e punta proprio di là, dove ci dirigiamo noi! Non è coincidenza, vi dico, questa bestiola ci fa strada affinché non ci si perda!”
“E' vero. Ad ogni nostro passaggio quel micio cambia la posizione del simpatico ciuffetto bianco, pur rimanendo immobile come una statua. Facciamo una prova.
Io mi allontano, mi divido da voi e lo disoriento, ok?”
Con risolutezza il ragazzo sciolse il trio, fece due falcate, girò su se stesso, tornando sui suoi passi, anello mancante della catena dell'amicizia  fra Jinny e Betti.
“Ho le traveggole o la penombra mi gioca brutti scherzi?”
Alitò sugli occhiali e li pulì col fazzoletto.
“F A N T A S T I C O! Roba da fantascienza”!
Jinny era al limite del suo poco coraggio.
“Me ne frego del mio orecchino e scappo a casa!”
Lo strano felino aveva sfidato quell'avversario, pallido e secco come un chiodo, che si ostinava a diffidare.
La sua coda aveva sbattuto di parte in parte, come fosse legata da un filo invisibile direttamente alle scarpe di Max.

 Non c'è bisogno di piangere e separarsi dal regalo di tua nonna, donna di poca fede”.
Betti si stava avvicinando, con passo felpato, a Felix.
“Non fuggire, non voglio farti male, piccolo.”
Gli altri la seguivano allibiti.
La ragazza si accucciò, tese il palmo aperto verso il musetto ed in quel frangente, Felix spalancò gli occhi e la fissò con fiducia. Quella Betti gli piaceva, perché aveva qualcosa fuori della norma. Si distingueva dagli altri umani per la sua acutezza logica e sorprendente. Con una zampetta giocherellò col piccolo monile, gettandolo tra i piedi della
giovane donna. Betti raccolse l'orecchino e lo strinse in pugno. “Grazie Felix! Sapevo di poter contare su di te!”
La bestiola ebbe un sussulto. Come poteva conoscere il suo nome? E per di più, pochi istanti prima aveva esclamato il suo identico modo di dire 'Per tutti i sorci  dell'universo'!
“Adesso esageri. Perché l'hai chiamato Felix? “
Gli amici erano sconvolti.
“Scemi! E' il nome più banale per un micio! O ancora Fufì, o Silvestro. Li vedete mai i cartoni animati e le pubblicità?”
Anche Felix si rilassò. Era stato un caso. Lei aveva indovinato solo per una fortuita combinazione di elementi.
“Con tutti i posti dove poteva finire, proprio nelle grinfie di quell’animale! Il mio pendente!” brontolò Jinny.
“Basta lamentarti! La serata è conclusa nel miglior dei modi.
Pensa se invece del gatto fosse stato il cane nero del balcone.
Te lo raccoglievi da sola, se fosse finito fra i suoi artigli!”.
Max le zittì.
“Pronte per il rientro? E’ quasi mattina e comincio a sragionare. Oooh! Oooh!? Ecco appunto, il tuo diabolico socio ha preso nota, mia cara. E voilà la sua freccia tra le chiappe, funge da navigatore!”

 “Sai tesoro?! Fossi nel gatto ti darei una bella lezione di vita. Che ne so, per esempio, ti farei trovare uno pneumatico a terra, oppure la batteria dell’auto scarica!” lo sfidò Betti.
“Peggio per voi. Trascorrere la notte qui è poco raccomandabile e l’alternativa è  rincasare marciando.
Conto una ventina di chilometri da qui ad Ameglia!”
“Non ho precisato quando Max. Magari domani, per conto tuo e con tutte le officine chiuse! E’ domenica, ricordi!”
Felix era decisamente infastidito dagli sgarbi dell’umano occhialuto e sempre più affascinato dall’inventiva di colei che ormai distingueva come amica e complice.
Per certi versi gli ricordava Bianca, la marchesina.
A proposito di Bianca, perché non coronare in bellezza questa faticosa serata estiva? Gli prudevano i baffi per la smania di un ultimo colpo di scena!
Approfittando della ritirata dell’allegra comitiva, ormai immune ad ogni possibile nuova vicenda, il felino si collegò mentalmente sulle frequenze di Devil.
“Ehi capo?!
Se ci facessimo due risate invitando la tua padroncina ad un’apparizione fugace, tra i merli del castello? La loro automobile è posteggiata proprio nel piazzale sottostante”.
“Sei un genio Felix. E’ tanto tempo che non me la spasso, in questo paese isolato sulla collina.
Mi teletrasporto e vi raggiungo. Passo e chiudo”.

 

“Grazie al cielo, siamo alla macchina! Prenoto il sedile posteriore. Voglio dormire fino al cortile di casa.
E guai se rompete!” Minacciò bonariamente Betti, stropicciandosi le palpebre pesanti.
I fanali lampeggiarono ritmicamente al comando dell’apertura  centralizzata a distanza, mentre Max si intrufolava in una siepe per un bisogno impellente a lungo sopportato.
“Tommaso?! Se ci tieni alla pelle, o meglio alle palle, datti una mossa e scatta in macchina, svelto!”
“Il vino ti picchia in testa Betti!?
Da quando in qua mi chiami Tommaso?”
Infrattato negli arbusti, l’amico si godeva, senza scomporsi, la sua pipì.
“Cristo! C’è il cane! Scappa  Max,!
Il cane nero è là, da quella panchina!”
Jinny si levò lesta i sandali e scalza, si infilò come un razzo, nell’abitacolo. Distante pochi metri da loro, anche Devil abbaiò alla luna, per segnalare la sua presenza, come poc'anzi aveva fatto Felix.
“Tommaso? Insisti a non voler credere ai fantasmi?
Lassù, alle torri, cos’è quella pallida figura?”
Betti sotto shock, puntava il dito contro  la fortezza.
Ostinatamente Max, proruppe in una risata, che tramutò in una specie di rantolo, alla vista di Bianca.
Danzante come una foglia d’autunno, la dama si librava senza peso, a mezz'aria nel cielo. Accanto a lei, per contrasto, un gatto nero, giocherellava con un lembo della sottana. Il motore dell’auto ruggì prepotente, in uno stridìo di gomme sul selciato. Senza che se ne fosse accorta, Betti realizzò che i suoi compagni sedevano già al sicuro a bordo della Ypsilon. C’era tuttavia qualcosa in lei che la tratteneva nel parcheggio. Una forza attraente, come una calamita, non le permetteva di muovere un passo. In una vertigine, restava a fissare, a turno, la fanciulla, il gatto, il cane.
Jinny, da dietro il finestrino, picchiava i pugni sul vetro, gridando a squarciagola ma il suono del clacson spegneva la sua voce, tanto da farla sembrare un pesce agonizzante, dentro un acquario abbandonato.
D’un tratto ogni cosa svanì per incanto.
Niente più animali, niente più spiriti ballerini.
Solo silenzio, rotto dal quotidiano animarsi della comunità, alle prime luci dell’alba. Un leggero scirocco portava l’odore fragrante di pane e focaccia, proveniente dalla bottega del fornaio di Fosdinovo.
Jinny e Max uscirono dalla vettura, smorti come cenci.
“ Il tuo cervello non funziona, carissima. Hai idea di cosa hai rischiato? Stavi pietrificata con espressione beota, incurante del pericolo, come in trance. Ti vuoi svegliare adesso?”
Il ragazzo aveva preso per le spalle Betti e la scuoteva energicamente.
“Era lei!  La nobildonna assassinata secoli or sono!
Jinny la difese: “Inutile negare, abbiamo visto tutti.
Non era un miraggio!”
Fermo sulla sua convinzione, Max non cedeva.
“La stanchezza gioca a sfavore e la suggestione mi farebbe vedere elefanti rosa,volare leggeri come bolle di sapone!”
“E il cane allora? Da Giucano a Fosdinovo come ci è arrivato? Con l’elicottero della base militare? Nooo!!, queste fatalità, come le chiamate voi, nient’altro sono che solide realtà. Ma cosa deve succedere ancora perché tu te ne faccia una ragione?”, lo rimbeccò Betti spazientita.

 Domenica


Ospite della nonna a pranzo, Jinny raccontava le peripezie di poche ore prima, nello stupore generale dei commensali.
L'anziana donna, quasi centenaria, aveva un'espressione vagamente assente, data l'età. Sembrava in un pianeta tutto suo. Le mani raggrinzite stentavano a tagliare le pietanze e la testa di capelli candidi, raccolti in una crocchia vaporosa,  tremolava. Pareva uno di quei buffi fiori rotondi lanuginosi, che da bambini si soffiano nei campi e si rimane a guardarli, perdersi nell'aria. Dopo un bicchiere di vino rosso, scrutò la nipote ed inaspettatamente prese la parola.
“Mi raccomando mia cara, conserva con zelo gli orecchini che ti regalai. Sono preziosi e nascondono un segreto. Non staccarti mai da loro!”.
Jinny quasi soffocò col boccone di arrosto, che gli era andato per traverso. Da tempo la nonna non faceva più discorsi sensati e quella raccomandazione, proprio il giorno dopo l'incidente, fu come un campanello d'allarme.

Betti “SpiritoLibero”, invece, verso le undici, aveva dato un'occhiata alle lancette della sveglia e bofonchiando parole incomprensibili, si era girata sull'altro fianco per riprendere a sognare. Alle due del pomeriggio, con bicicletta e  zaino da mare, si era faticosamente spostata dal materasso agli scogli, per abbronzarsi dormendo. Avrebbe impiegato una settimana per recuperare il sonno perduto.
Il vociare degli altri bagnanti la cullava ed il calore del sole, mitigato dalla brezza marina, era per lei una ninna nanna. Come un'ondata imprevista si infrange sulla roccia e si rompe in mille spruzzi, così lo squillo del telefonino, fu una doccia fredda.
“Porco schifo! Chi mi chiama di domenica a quest'ora? Pronto? Si? Ah sei tu ?! Ciao Max!!”
“Ciao bella, dove sei?”
“In spiaggia! Sembro anestetizzata, non riesco a tener gli occhi aperti ma era indecente starsene in camera con una giornata così! Stavo pisolando qua sulla scogliera.
Tu che fai di stimolante?”
“Non crederesti mai se ti dicessi la verità ma devo, perché ho bisogno di aiuto. Stavo scendendo a Pisa per incontrare un'amica. Supero il telepass, filo per qualche chilometro e mi prende un colpo di sonno, così decido di sostare in  autogrill. Bevo un caffè e risalgo in macchina.  Maledetto il giorno che ti ho messa nella rubrica delle amicizie! L'auto non vuol sentire ragione di rimettersi in moto. Provo e riprovo. Nulla da fare. Scendo, sbatto la portiera imprecando, quando......??!
Sento un fischio e una delle gomme è completamente a terra! Sgonfia, capisci? Floscia come un calzino steso ad asciugare!
Accidenti alla stregoneria e ai gatti neri! Ma mi ascolti?
Ti sento ridacchiare, guarda che non è un pesce d'aprile!”
“Perdonami, ti prego ma qua di pesci vedo unicamente quelli morti, nelle reti dei pescatori, pronti per la padella! Tommaso?, ops' scusa,.... Max! e perché dovrei esser io il tuo soccorso stradale? Mica ti posso rimorchiare sulla mia scopa, non credi? E poi si sta così bene al sole!
Quasi, quasi mi faccio due bracciate!”
“Alza subito quelle chiappe dal tuo sasso privato e schizza immediatamente da me! Ti do tempo quaranta minuti!”
L'amico era furioso.
“Arriverò da te con cavetti per batteria e  ruota di scorta ad un patto. Stasera mi porti fuori a cena nel miglior ristorante della zona. Voglio champagne, buon pesce e premure ma soprattutto voglio una promessa. Ti umilierai, ti metterai in ginocchio davanti a me e con tono solenne, dovrai pronunciare queste parole davanti a tutti: <Giuro di credere alle streghe, ai fantasmi, alla magia. Credo nei gatti neri, nei cani paranormali e nei poteri trascendentali della mia AMICA “Stregatta-Betti”!>
Dopodiché mi chiederai scusa, pagherai il conto e sarà tutto finito. Chiaro dolcezza?”
Max avrebbe preferito ingoiare un rospo ma la posta in palio era troppo alta per spedirla al diavolo. Questo gioco di parole lo mandò ancor più in bestia. Anzi, la parola bestia fu la goccia che fece traboccare il vaso. A denti stretti sibilò:
“Ok, farò tutto ciò che chiedi ma ora sbrigati, per favore.....vipera che non sei altro”.
“Sai?  Deve esserci una folla concitata lì intorno. Sento voci alterate che offendono qualcuno!”

In breve Betti giunse all’autogrill. Lo scorse accovacciato sul muretto del distributore, che si asciugava la fronte col fazzoletto. L’idea di sostituire una gomma con quell’afa, lo faceva sudare quattro camicie, pur stando fermo.
“Finalmente! Stavo schiattando. Bene, ora tu ti occupi della batteria, io della gomma”.
“Ehi! Non sono un elettrauto, mio caro! Piuttosto, intanto che TU ti immergi nelle dovute fatiche, io mi concedo un caffè ed un pezzo di torta. Sai, devo ancora far colazione”.
“Ma sono le quattro del pomeriggio, Cristo santo!
Che abitudini strampalate hai?”
“Tranquillo, non preoccuparti per me, so badare a me stessa, IO! A dopo tesoro! Buon lavoro!!”
La ragazza entrò nel locale e si diresse alle scaffalature dei generi tipici che si trovano abitualmente in quelle piazzole di sosta. Giornali, CD, dolciumi, souvenir.
Il telefono vibrò nella tasca dei pantaloncini.
“Ciao Jinny! Sapessi dove mi trovo! Questo fine settimana sarà da ricordare per il resto della vita. Ce li hai dieci minuti che ti racconto?” e ridendo si accomodò su di uno sgabello col caffè ed un fiume di pettegolezzi da vomitare, mentre sbirciava dalla vetrina, un insolito  Max, indaffaratissimo e maldestro, nelle vesti di meccanico. Passò mezz'ora e lo raggiunse per controllare a che punto fosse coi lavori.
Si parò davanti all'auto ed esaminò con comica  perizia il cofano spalancato e tutti quei fili collegati, come il chirurgo che affronta un trapianto.
“Abbiamo finito con questa flebo?”
Max si trattenne dallo spintonarla solo perché aveva le mani nere e unte di grasso, ed in caso di omicidio, le impronte digitali sarebbero emerse troppo ovvie!
“Vado in toilette a ripulirmi un poco. Non sono il tipo che ama le unghie orlate di morchia e l’aspetto da barbone”.

“Ok capo. Se non ti servo più, io me ne tornerei alla spiaggia. Voglio godermi quella nuotata interrotta. Sai che appetito avrò stasera!” e in una nuvola di polvere, Betti scomparve, rientrando in autostrada.

Domenica sera


Tirati a festa per l’occasione, Felix e Devil non si sarebbero certo lasciati scappare lo spettacolo della cena, fra la ragazza “magica” e l’antipatico miope cocciuto.
Da perfetti cavalieri, nonché guardie del corpo, scortarono un’elegante Bianca, “volando” dal castello fino al ristorante.

Betti e Max stavano già seduti al tavolo.
“Quella donna è un portento” bisbigliò il gatto, spiando Betti dalla finestra. “Affascinante con l’abito lungo bianco e rosso. E quel girocollo in oro con iniziale le dà una luce maliziosa. Vorrei esserci io al posto di quello scettico testardo denutrito!”
Bianca e Devil si guardarono stupiti. Non avevano mai visto Felix così sulle nuvole, come fosse innamorato.
“Cerca di tornare nella tua dimensione, amico. Non è trippa per gatti quella creatura. Appartiene ad un altro mondo, incompatibile col nostro. Lascia perdere”.
“Accidenti Devil! Rinuncerei ad una delle mie sette vite per averla. Fosse anche solo per poche stagioni ma quella gatta....eehmm, femmina mi piace troppo!”.
“Non abbatterti amico mio” - lo consolò Bianca, grattandolo fra le orecchie, - “magari qualcosa riusciremo ad escogitare.”

 All’interno della saletta intanto, un capannello di camerieri incuriositi, partecipava divertito, al discorso solenne di Max. Genuflesso a capo chino, ai piedi del tavolo, scandiva leggendo, le parole del giuramento, impresse su di una specie di pergamena, confezionata con maestria da Betti.
“Gli manca solo la tovaglia per mantello e una pentola in testa, che sembra di esser tornati nel Medioevo!”
gongolò fanciullesca la marchesina.


Era circa mezzanotte, quando i ragazzi uscirono dal ristorante. Betti sfarfallava gaia, ostentando inchini e piroette, saltellando tutt’intorno a Max, come un colibrì intorno ad un ghiotto e succoso pistillo.
“Sei irritante nella tua vivacità. Se ripenso alla figuraccia di poc’anzi....Non metterò mai più piede in questo locale, neanche mi offrissero la cena per il resto dei miei anni!”
Più ingobbito del solito per la vergogna, il giovane uomo marciava a passo spedito, noncurante dell’amica al suo fianco. Solo dopo aver percorsi parecchi metri, alzò lo sguardo,  per scroccare una sigaretta a Betti.
Sbigottito, si arrestò di scatto, nell’accorgersi che parlava a se stesso. Betti non era con lui. Pensò che il passo frettoloso sostenuto, l’avesse distanziato troppo dall’amica.
Si girò, cercando di scorgerla nella luce dei lampioni ma non vide nessuno. Dispiaciuto per non averla aspettata, strillò rauco il suo nome, che si perse echeggiante nel buio della notte. Silenzio assoluto.
“Maledizione Betti, salta fuori. Giuro che se è un altro dei tuoi scherzi, stavolta fai una brutta fine!”.
Un miagolio seducente, come di una gatta in calore, gli strappò un’imprecazione di impazienza. Aguzzando la vista, per bucare l’oscurità, gli parve di intravedere qualcosa che si muoveva fra i fiori di un giardino privato. Un altro miagolio e poi un altro ancora.

“Betti? Sei tu con questi versi inopportuni?
Adesso basta, mi stai mettendo ansia sul serio! Bada che ti lascio a piedi e me ne torno a casa solo.”
Un fruscio ed una coppia felina in evidente stato di corteggiamento, scombussolarono la già precaria lucidità mentale di Max. Una svenevole micina pezzata, dal morbido pelo bianco e rosso, faceva le fusa ad un  gatto nero che la annusava bramoso e  ben disponibile.
Max si sentì barcollare in un rigurgito di sensazioni che lo stordirono del tutto. Prendendo coraggio avanzò di qualche passo verso le bestiole e cautamente si protese verso l’aiuola. Abbagliato dal rilucere del collarino intorno al collo della gatta, quasi schiattò nel distinguere l’iniziale incisa sul campanellino dorato: B come Betti!
Corpo di mille balene! Riconobbe sconcertato il maschio, che era lo stesso gatto della famosa notte a Fosdinovo!
Impossibile confondersi. Quello spruzzo di bianco sulla coda non lasciava alcun dubbio. Era un'ossessione!
Sentendosi un perfetto imbecille per ciò che stava per fare, Max si rivolse alla gattina: “Betti? Pciù pciù, Betti? Vieni da Max, tesorino”.
Il grazioso batuffolo di pelo prese a strusciarsi contro le sue gambe e con il musetto ammiccò smorfiosa.
Piagnucolò un lungo MIAAAO che pareva più un MAAX ed invertendo il senso di marcia, abbandonò il ragazzo per dedicarsi alle effusioni con Felix.

Poco distanti, sotto il chiarore della luna, come attori nel cerchio di luce di un sipario, a fine rappresentazione,  Devil e Bianca godevano soddisfatti della scenetta romantica.
“Il Capo ha fatto proprio un bel lavoro” .
“Hai ragione, cucciolo. Devo riconoscere che anche stavolta il Diavolo ci ha messo lo zampino per  una buona causa,  per il futuro dei nostri amici. E Betti sembra davvero felice del suo insolito “abito bestiale” e del nuovo amore!
Forza Devil, incamminiamoci al castello. Stanotte sarai mio ospite e dormiremo abbracciati come ai vecchi tempi!”
E sospirando compiaciuta, la marchesina svanì nel nulla, portando con sé il fedele compagno di vita.

FINE

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Voi scrittori

 

 

 

 

 

   

 

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  • Mario

    03 Aprile @ 12.12

    Bravissima!! Tanta fantasia mista a realtà con sprazzi di vera e superba poesia. Veramente molto brava, nonostante conoscessi le tue indubbie doti di scrittrice mi lasci sempre incantato. Grazie e ciao,

    Rispondi

  • gianpaolo

    02 Aprile @ 15.19

    veramente bello e merita di essere letto. Sono sensazioni che ho gia' provato in quei luoghi. brava

    Rispondi

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