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Arbasino, Usa e non getta

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di Giuseppe Marchetti

Il massiccio volume in bianco e nero che Alberto Arbasino ha dedicato alla sua America della fine degli anni Cinquanta «America amore» (Adelphi editore) ci ha richiamato alla memoria altri celebri libri di questo genere, a cominciare da «America primo amore» di Mario Soldati (1935), per proseguire con «America con gli stivali» (1954) e «Tutta l'America» (1958) di Giuseppe Prezzolini e poi l'indimenticabile «De America» di Guido Piovene del '62. Il quale Piovene, giunto a Chicago via Filadelfia anch'egli in quel torno di tempo, viene informato che in America «c'è un detto popolare che suona così: a New York ti chiedono quanto possiedi, a Chicago che cosa fai, a Boston che cosa sei, a Filadelfia chi è tuo padre, a Baltimora chi era tuo nonno». Beata America, vien da dire! E non è molto cambiata: facile agli entusiasmi, curiosa come i bambini che distruggono il giocattolo per capire come è congegnato; innocente come chi crede ai miracoli, crudele come chi non ci crede, sempre alla ricerca di fantocci da adorare e di invenzioni pubblicitarie da celebrare come capolavori d'arte, l'America è intimamente divisa - come scriveva Prezzolini - tra il credersi «il futuro seggio della civiltà mondiale» e la sua democrazia - scriveva ancora Prezzolini - che è «una creazione originale, che naturalmente non può ripetersi o copiarsi». Quando Arbasino arriva in America ha suppergiù trent'anni, un buon bagaglio culturale, una gran voglia di scrivere, di farsi vedere, di partecipare come si dice, e di costruirsi non i soliti giudizi e pregiudizi su quel Paese, ma di andare a cercarne i protagonisti  e  i personaggi.  Ha voglia, una voglia matta insomma, di entrare a far parte della società dello spettacolo, e di superare semmai i malintesi per concedersi al divertimento di scommettere sulla realtà che gli pullula intorno: una realtà quanto mai complessa e dilagante, commedia, farsa e poesia, una testimonianza vivacissima, che ben s'adatta al detto popolare riferito da Piovene, alla letteratura e al cinema americani di quegli anni, forse i più intensi, ricchi di sensazioni e di scoperte, di romanzi e di saggi del pieno Novecento. Arbasino passa una stagione a Harvard, mentre frequenta i teatri di Broadway, incontra i mostri sacri della letteratura, del cinema e dello spettacolo, tra cui Paul Newman, s'infila nei ritagli dei luoghi, dei tempi, degli spazi pubblici e privati di giornalisti, attori e scrittori, ascolta, interroga, si fa ora parte diligente, ora invece parte più esigente, e calcola così quel suo «off-off» che nel '68 diventerà un libro non di circostanza ma di precisa misura. «America amore» è, in fondo, un gran circo di aristocratica e surreale, a tratti, esistenza che per scoppiare con riti improvvisi dopo la fine della seconda grande guerra, riti magici, di contemplazione, di sfida, di tormento e finanche d'interminabile vacanza, ma con una buona dose di ironia e un sorriso a mezza bocca che non annulla gli stupori quotidiani del giovanotto vogherese andato ben oltre il confine di Chiasso. Non è un caso, dunque, che «America amore» trovi oggi a più di quarant'anni di distanza il proprio posto accanto a «Certi romanzi» ('64), «Super-Eliogabolo» ('69), «Settanta posizioni» ('71) e l'immancabile «Fratelli d'Italia» ('63) più e più volte scritto e riscritto per via di una incontentabile voglia di dire tutto, di dirlo bene ed efficacemente: cosa che in verità non è mai riuscita del tutto ad Arbasino che - diceva Angelo Guglielmi - «dovunque fuggi o ti nascondi lui è sempre lì». Il taccuino è immenso e la conversazione infinita. Dentro c'è anche quella «America amara» di Emilio Cecchi curioso viaggiatore e scrittore che insegnò Letteratura italiana all'università di Berkeley  fra il 1930  e il '31, ma Arbasino dilaga se può (e può!) sui giornali e non si arrende al tumulto dell'attualità che in America lo trascina e lo sconvolge. Anzi, ci gode. Quanta sana invidia genera in noi, oggi, questo Arbasino col suo contrabbando culturale e le sue «belle pagine» da inviato speciale! Ma il senso, cioè la rivelazione, delle «novità» e delle «costanti antropologiche» che finirono poi tra i «Fantasmi italiani» del '77; qui sono soltanto una citazione erudita che resta al di qua delle letture appassionate di Edmund Wilson, Jack Kerouac, Truman Capote, Susan Sontag, Saul Bellow e Saul Steinberg, mentre il paesaggio urbano di St. Mark's Place e dell'East Village «dove attualmente succede di tutto ogni sera, fra negozietti di divise e giornalini e bottoni-con-slogan e vertiginosi edifici gremiti di registi ventenni, di commediografi adolescenti... sembra la Parma visionaria di Bruno Barilli».

America amore
Adelphi, pag. 867, euro 19,00
 

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