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Tricolore senza simboli

Tricolore senza simboli
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Egidio Bandini

Il tanto atteso d-day del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è passato, ma prosegue da parte del Presidente Napolitano il «giro» di quello Stato che mosse i primi passi come Regno d’Italia e che, dal 1946, è la Repubblica italiana. La cronaca che a noi interessa, però, è quella di 50 anni or sono, quando a celebrarsi era il centenario dell’Unità d’Italia, ovvero il 27 marzo del 1961. Per la giornata celebrativa venne scelto, infatti, non il giorno della proclamazione dello Stato Italiano (come accade quest’anno), ma quello della proclamazione di Roma Capitale. La cronaca della giornata la riferisce puntualmente «Candido» n° 15 del 9 aprile: «Le celebrazioni del 27 marzo sono iniziate con un atto di coraggio: il presidente del Consiglio, on. Fanfani, recatosi al Pantheon, ha deposto davanti alla tomba del “Re galantuomo” una corona ornata di nastro azzurro-Savoia sul quale si leggeva: “La Repubblica italiana a Vittorio Emanuele II, padre della Patria”». Seguiva la cerimonia all’Altare della Patria, con il Presidente Gronchi e l’esecuzione degli inni, al pomeriggio cerimonia solenne in Campidoglio con tutti i sindaci d’Italia, 600 gonfaloni, le bandiere tricolori decorate, discorso del sindaco di Roma ed esecuzione degli inni. Nel contempo, a Genova, «il ministro Scelba, con accompagnamento degli inni di rito, sistemava Mazzini, Nino Bixio, i Mille di Quarto, Mameli, Vittorio Emanuele II e i caduti della Resistenza. A Torino, il ministro Pella sistemava Camillo Benso di Cavour, sempre con adeguato commento musicale, mentre, a Caprera, il ministro Taviani sistemava Giuseppe Garibaldi. Considerando che i centenari cadono una volta ogni cento anni, è opportuno celebrarli con un certo distacco. Nel caso del centenario dell’Unità d’Italia, trattandosi del primo, si doveva avere – come ha fatto il governo Fanfani – la mano particolarmente leggera per evitare ogni polemica». La polemica, però, doveva scoppiare pochi mesi dopo. Il 30 luglio «Candido» scrive: «La Bandiera italiana, così com’è adesso, non piace a molta gente. Oggi, finalmente, troviamo il problema della Bandiera affrontato di petto da un foglio altamente qualificato per il suo nobilissimo passato: la torinese “Gazzetta del Popolo”, il giornale del Risorgimento. Rispondendo alle numerose lettere ricevute dai lettori, la “Gazzetta del Popolo” riconosce che “così com’è diventata la bandiera dopo la proclamazione della Repubblica e dopo che il bianco è stato ripulito dello stemma sabaudo” non piace a un sacco di persone… il quotidiano torinese ha aperto “un dibattito fra uomini di scienza, amministratori, personalità italiane e straniere” sulla faccenda della bandiera da completare, invitando i lettori a scrivere offrendo il contributo delle loro proposte. La “Gazzetta del Popolo” è ottimista e spera che “alla fine scaturisca un’idea valida e accettabile, popolare, che riesca a imporsi e a fare sì che gli italiani abbiano una bandiera che piace a tutti.” Comunque, non abbiamo parlato dell’iniziativa della “Gazzetta del Popolo” per criticarla ma, al contrario, per affiancarla con tutte le nostre modeste forze… inviteremo i nostri ventiquattro lettori a suggerirci un simbolo da collocare nella bandiera della rep. Per esempio una forchetta, un cucchiaio e un coltello artisticamente incrociati. Oppure un motto come quello celebre proposto da Longanesi: “Ho famiglia”. Non possiamo lasciare così la bandiera della rep.: mettiamoci dentro qualcosa. Così nuda e cruda, sembra la bandiera di una repubblica provvisoria».  Oggi, a cinquant’anni di distanza, pare che l’invito sia stato colto a Roncole Verdi dove il tricolore che sventola su quasi tutte le case, reca nel bianco ben evidente la scritta Viva Verdi, intendendo omaggiare sia il Cigno di Busseto che l’acronimo risorgimentale Vittorio Emanuele Re D’Italia. C’è voluto mezzo secolo, ma il risultato, ne siamo certi, a Guareschi e al «Candido» sarebbe piaciuto.

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