Arte-Cultura

Una luce di fratellanza

Una luce di fratellanza
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Ho deciso di piantare un viale di tigli perchè sono anziano. Alla mia età credo sia necessario fare atti di fiducia nel futuro sulla terra». «Ogni cosa alla sua stagione» è il nuovo libro di Enzo Bianchi che, uscito di recente (Einaudi, pag. 127 27), è stato subito un successo editoriale straordinario. E’ un libro autobiografico, in continuità ideale con «Il pane di ieri» (Einaudi 2008), in cui Enzo Bianchi, priore di Bose, ripercorre le fasi più significative della sua vita, nello scorrere del tempo e delle stagioni, e ricorda con nitidezza certe figure che lo hanno accompagnato fino alla stagione presente: «In questo libro ho voluto saldare dei debiti con amici d’infanzia che hanno significato tanto per me, anche se non li ho mai più visti. E con le persone grazie alle quali sono quello che sono».  Prime tra queste, Etta e Cocco, la maestra e la postina del paese dove cresce il piccolo Enzo che, rimasto orfano di madre all’età di otto anni, trova queste due donne che lo adottano spiritualmente:  «Una era la postina, l’altra la maestra del mio paese. Una maestra straordinaria che metteva i meno bravi nei primi banchi per dare loro un’opportunità. Cocco e Etta sono state per me con ogni probabilità le persone più significative e decisive». Per Enzo negli anni della fanciullezza e poi da giovane furono più che una madre. Grazie al loro impegno e ai loro risparmi, riuscì a proseguire gli studi e il loro accompagnamento quotidiano con insegnamenti, consigli e rimproveri plasmò la sua esistenza. Gli consentirono di avere una biblioteca personale con libri di Graham Greene, Bernanos, Mauriac, Cesbron, Tolstoj, Doestoevskij ecc. Gli pagarono gli studi all’Università. Tutte e due,  divenute anziane, sono poi entrate nella sua Comunità:  «Entrambe si sono spente mentre io tenevo loro la mano». «Da mio padre - scrive Bianchi - ho preso quel senso di giustizia che deve regnare nel mondo. E che si manifestava quotidianamente quando girovaghi e mendicanti entravano e mangiavano alla nostra tavola. Sembrava strano, ma era così a casa. E' la cosa più bella che mi porto dietro». Un’altra figura d’infanzia rievocata è Teresina del Muchèt. Era una donna «selvatica», che viveva da sola, con una mucca, alcune capre, un cane, su un pianoro sovrastante il paese. Coltivava piante aromatiche e produceva formaggette che andava a vendere in paese. La solitudine e la miseria non l’avevano indurita. Era mite e buona con tutti e dispensava saggezza quando parlava, con parsimonia, con le sue frasi che coglievano sempre nel segno. «Anche le persone più semplici e più povere, se noi abbiamo la curiosità e il coraggio di ascoltarle e di vederle al di là di come appaiono, sono capaci di essere un fiore per la nostra vita. Io sono convinto che la mia più profonda gratitudine non vada ai grandi uomini della società e della Chiesa che pure ho avuto vicini, ma ad alcuni girovaghi poveri e umilissimi. Non è poesia. Sento che queste persone hanno una capacità di dialogo molto profondo». E poi gli amici d’infanzia, Bertino, Nanni, Roberto, con i loro sogni giovanili, le loro storie di vita, i loro errori: «Ho avuto la grazia di trovare chi credeva in me, mentre crescendo ho constatato che non c'era nessuno che credeva nei miei amici. Ciascuno di noi ha bisogno di qualcuno che crede in lui: all’inizio i genitori e quanti ci sono vicini, poi chi decide di vivere insieme a noi, e dopo ancora i nostri figli. Avere qualcuno che crede in noi è decisivo affinché possiamo credere a nostra volta negli altri, è determinante per riuscire a trovare senso nella vita. Chi fa grandi errori nella vita è quasi sempre qualcuno che non ha trovato nessuno che credesse in lui». Il tema di fondo che tiene insieme i ricordi e le riflessioni è la questione del tempo. Il senso del tempo inteso come un valore, non un possesso. Gli antichi dicevano che il tempo è di Dio, non nostro. Noi lo abitiamo, ma non ne disponiamo perchè ci sfugge ogni volta che proviamo ad afferrarlo. Anche la nozione delle stagioni con i suoi passaggi e ritorni ha perso pienezza di significato. «Le stagioni  - osserva Bianchi -  hanno ritmato la civiltà e la cultura in una continua dinamica tra la pienezza estiva della vita e l’inverno in cui tutto dorme. La perdita di quella nozione ci rende poveri , incapaci di abitare il tempo». Il distacco dal tempo è poi un distacco da se stessi, dalla relazione con gli altri. La vita è per Bianchi relazione. La vita è tale finchè c'è relazione. Quello che fa più paura ai vecchi non è il dolore o la morte, ma la solitudine. Bisogna preparare una vecchiaia in cui la relazione continui. Il libro di Bianchi non è un libro sulla vecchiaia, ma è certo un libro in cui si riflette sull'ultima età. Enzo Bianchi ci ricorda le parole dell’Apostolo Paolo «Se il mio uomo esteriore si va disfaciendo, c'è un mio essere interiore che può rinnovarsi giorno per giorno». Si rinnova con la gioia che viene dagli incontri, dai rapporti con gli amici, dall’affetto dei familiari. Si può scoprire il gusto della vecchiaia: «Ho piantato i tigli per rendere più bella la terra che lascerò. Li ho piantati perché altri si sentano inebriati dal loro profumo come lo sono stato io dagli alberi piantati da chi mi ha preceduto. La vita continua e sono gli uomini e le donne che si susseguono nelle generazioni pur con tutti i loro errori a dar senso alla terra, a dar senso alle nostre vite, a renderle degne di essere vissute fino in fondo. Sì, la vecchiaia è un tramonto che può essere un’ora bella!».
Ogni cosa alla sua stagione
Einaudi, pag. 127, 27,00

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