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Raffinatezza femminile lungo il '900

Raffinatezza femminile lungo il '900
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Serena Faganello

 «Non contestiamo che la disinvoltura sia un dono innato; ma questa grazia naturale, quest’oblio di se stessi, questo sentirsi a proprio agio in qualsiasi circostanza può essere ostacolato, come invece può essere ravvivato, aiutato e magari suggerito da un modo disinvolto di vestire. E nessun abito sarà mai tanto disinvolto quanto quello a maglia».
Delibera così la sagace maglierista fiorentina Albertina nel 1964 sulla rivista «La fiera letteraria» durante un’intervista con Vanessa, pseudonimo giornalistico della scrittrice Gianna Manzini, mirifica e immaginifica penna capace di sciabordare meditazioni stilistiche in cronache di moda intessute di sfumate ombreggiature tra ciuffi di piume e corolle di perle. E avvolte in incantevoli filati, modelli d’imperituro stile, sono alcune figure femminili dell’iconografia cinematografica musicale mondana del jet set internazionale, novellate in leggiadre sinossi da Antonio Mancinelli - caporedattore del mensile Marie Claire e titolare della cattedra di Analisi del Sistema Moda presso la Domus Academy di Milano - nel selezionato florilegio fotografico «Fashion: Box.  I classici della moda, le icone che li hanno resi immortali» (Contrasto, pp. 479, euro 28,00): la scabrosa Jeanne Moreau («Jules et Jim», 1962) infagottata in un informe maglione maschile a orli slabbrati; l’altera Grace Kelly («La finestra sul cortile», 1954) adornata del golfino del twin set adagiato sulle spalle con ponderata nonchalance; la felina Juliette Gréco, archetipo dell’esistenzialismo francese negli anni Quaranta e Cinquanta, assediata dall’icastico dolcevita nero, ieratico come una turrita gorgiera a guardia della sua voce tigrata. Invero il baldo fruitore di questo ferace excursus può, quindi, trastullarsi con un’ingorda scorribanda nella storia del costume occidentale novecentesco, peregrinando come un placido flâneur tra le rappresentazioni di 16 capi d’abbigliamento deificati dall’avvenente allure delle diuturne muse dello star system, titillate in quasi 500 tra illustri scatti d’autore e noti frame da cineteca.
Così il sofisticato tubino nero - celeberrimo quello ideato da Hubert de Givenchy per Audrey Hepburn («Colazione da Tiffany», 1961) - decanta l’esprit chic della versatilità con quel suo eclettico rigore di avveduta eleganza e pratico comfort: inventato da Coco Chanel nel 1926 e smaliziato da Vogue America in «Ford», come l’automobile passapartout del pragmatismo statunitense, è divenuto poi, nell’industre sintassi anglosassone, il little black dress, ossia l’essenziale cardine di ogni muliebre guardaroba. Oppure avvampa il formale e insieme disinvolto charme della camicia bianca: prima emblema sia dell’anticonformista Katharine Hepburn («Il lungo viaggio verso la notte», 1962) sia dell’androgina Diane Keaton («Io e Annie», 1977), magneticamente carismatica l’una e autorevolmente disinvolta l’altra, seppure entrambe ammantate di un inappuntabile look «à la garçonne»; poi magnificata, negli anni Ottanta e Novanta, dalla somma maestria sartoriale dell’architetto Gianfranco Ferrè, perito nel sussumerla nell’assoluto simbolo di un iconico femminino in limine tra aristocratico e democratico candore. Inoltre barbagliano altre indelebili espressioni estetiche in questa sapida antologia dell’estroso ingegno dei designer e della sfavillante nomea delle celebrities: gli operosi hot pants dell’impetuosa Silvana Mangano («Riso amaro», 1949 ), gli allusivi jeans della vulnerabile Marilyn Monroe («Gli spostati», 1960), lo sfrontato bikini della deflagrante Ursula Andress («Agente 007 - Licenza d’uccidere», 1962), la lasciva T-shirt dell’ansimante Jane Birkin («Je t'aime moi non plus», 1976), la lubrica guêpière rosa del ludico Jean- Paul Gaultier e della discinta Madonna («Blond Ambition Tour», 1990), la sediziosa minigonna di Mary Quant e la filiforme silhouette di Twiggy nella Swinging London del 1963. E ancora: i volitivi capri pants della biondiforme Sandra Dee («Scandalo al sole», 1959), il pugnace trench dell’enigmatica Marlene Dietrich («Testimone d’accusa», 1957), il conturbante castigato erotismo della longuette di Tippi Hedren («Gli uccelli», 1963) e Catherine Deneuve («Belle de jour», 1967), il sobrio american style dei garbati tailleur firmati da Oleg Cassini per il lezioso bon ton minimalistico di Jacqueline Lee Bouvier in Kennedy negli anni Sessanta.
Infine i sontuosi abiti da «grande soirée»: languido modello a sirena con lusingante spaccatura scoscesa sulle gambe e increspato pannello ondeggiante sull'addome quello escogitato dallo stilista Jean-Louis Berthault per una Rita Hayworth («Gilda», 1946) maliarda femme fatale di radiosa opulenza; raffinato corpetto a bustier, lunga gonna a colonna e surplus a guisa di pomposa corolla con caduta a strascico, per converso, quello creato dal couturier Hubert de Givenchy per una voluttuosa Audrey Hepburn («Sabrina», 1954), perpetuata così in un impalpabile nugolo di fatata delicatezza retrò.
Fashion: Box - Contrasto, pag. 479,  28,00

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