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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - La lucertola striata d'argento

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di Marta Silvi Bergamaschi

La luce entrava dalle fenditure della tapparella come un’innocua spada. Il balcone era a nord. Ma quel mattino la luce era stranamente più intensa: si muoveva a tratti in virgole somiglianti a un alfabeto illeggibile. Adriana alzò la tapparella. Giorni e giorni di pioggia avevano fatto, del torrente che attraversava la città, una visione scintillante, un lungo nastro che inquieto scrosciava contro i piloni del ponte, lambiva le sponde: era in piena. Adriana osservò il cielo limpido, vuoto di ali, alto e silenzioso nel mattino che appena iniziava. Quindi la vide in un angolo del balcone, immobile, la piccola testa la osservava, la chiamava: insomma, non mi riconosci, sono qui. Sei tornata, disse Adriana, sei finalmente uscita dal tuo lungo letargo: tu potessi spiegarmi che cos’è veramente il letargo! Un sonno lungo e profondo o uno strato di vita latente? Si chinò per vederla meglio. 
Certo, sei sempre tu, con la tua veste striata d’argento, diversa da quella delle tue compagne, con gli occhietti curiosi e penetranti: sei bellissima. Era la sua amica lucertola, con la quale ragionava di mille cose, risolveva inopinatamente piccoli problemi. E’ già primavera, mia cara, un’altra primavera a suonarci la sua sinfonia di trionfo,  a spargere fiori, a risvegliare piccoli animali che non sanno del tempo che scorre veloce e lascia sulle spalle stanchezza e rimpianti. Nel suo trasparente velo di sole, la nuova stagione, con ambigue carezze, entra furtiva nell’anima e lì, dove tutto pare tacere, sussurra atroci parole: e fa sì che i conti non tornino, la bianca, incontaminata bellezza delle piante in fiore ecco che si trasforma in malinconia. Sì, mia cara, la primavera ha due volti: generosa te li porge e tu, tra lacrime improvvise, quasi non la riconosci. Adriana si era accovacciata sulle mattonelle rosse del balcone: allungò una mano, la lucertola salì veloce sul palmo pronto a riceverla e guardò Adriana con occhi che trasmettevano un pensiero: un pensiero colorato di allegria, acuto e dolce: certo, aveva capito, voleva consolarla. Sì, esclamò Adriana, è esattamente come gli anni passati. Te lo dissi quando ti conobbi: lui non tornerà, ha raggiunto una meta e non so quale. Non tornerà da me. O non è mai partito? Vivo nell’isola sommersa delle memorie: mi pare di sentirlo coricato sul mio cuore.
 Un peso dolce che mi aiuta lungo la strada che mi rimane da percorrere. Sai a primavera dove spesso andavamo? Nei vivai, a cercare piante per la nostra casa in campagna. Quella soltanto era veramente “la casa”. Ricordo l’anno del glicine bianco e del fagustricolor. Due piante preziose: tornammo da Canneto sull’Oglio, la terra dei vivai, felici. Lui, in un tramonto rosso, un tramonto di fragola, prese a scavare due buche. Lavorò fino a quando il sole scomparve all’orizzonte e le lucciole, mille mobili lumi, spruzzi d’argento, danzavano nella sera. Le piante erano già al loro posto, nella terra buona, dove avrebbero trovato pace e alimento. Lo chiamavo per la cena, ma lui diceva: vieni a vedere. Uscivo e lodavo il suo lavoro. Si viveva così, di piccole grandi cose.
 Le piante, asseriva, ci donano la vita, un dono inestimabile: chi non le ama, non ama la vita. Ama l’immobile consistenza del cemento, prepara, distruggendo prati e piante, tragedie immani. La lucertola, sul palmo della mano, si muoveva appena, quasi volesse dirle: ho capito: sono le piccole grandi cose che danno alla vita gioia e sostanza. E’ vero, gioia e sostanza, affermava Adriana. Si viveva in una splendida natura, tra alberi da frutto e alberi ornamentali. Come è cambiata la vita! Allora non esistevano cellulari, computer. La scienza lavorava a passi ragionevoli. E lui diceva: la scienza è una cosa grande, è vero, ma bussa alla porta del mistero: e il mistero non sai se sempre ti è amico. Occorre saggezza. Adriana continuò: era una creatura speciale il mio uomo. Vedeva il futuro, come un profeta. La lucertola le si era appoggiata al polso, la testina alzata, gli occhi attenti. Tu capisci davvero, le ripeteva Adriana. 
Lui era convinto che gli animali capissero tutto: la nostra casa era un’arca di Noè. Abitavamo in periferia e la casa galleggiava su un verde mare mosso dal vento ed era un alveare di parole o una riposante scatola di silenzio. Quale intimità nelle nostre parole! Le sue scivolavano spesso sulla mia anima come miele sul pane. 
La brezza che saliva dal torrente le accarezzava i capelli, le arrossava le guance. Adriana reclinò il capo e s’addormentò. La lucertola salì lievemente lungo il braccio e anch’essa dormì sulla spalla dell’amica.

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