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Amati impressionisti

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di Pier Paolo Mendogni
Gli impressionisti costituiscono sempre un allettante richiamo soprattutto in un’occasione come questa in quanto a Milano nel Palazzo Reale sono esposti (fino al 19 giugno) i «Capolavori della collezione Clark», una delle più importanti degli Stati Uniti, fiore all’occhiello dello «Sterling and Francine Clark Art Insitute» del Massachusetts. Robert Sterling Clark, uno degli eredi del patrimonio delle macchine da cucire Singer, e la moglie Francine Clary Clark l’hanno creata con passione tra il 1910 e il 1950 acquistando numerosi dipinti francesi nonché capolavori europei e americani che vanno dal Rinascimento alla fine dell’Ottocento. Per la prima volta ben 70 delle celebri opere imperniate sul periodo impressionista hanno lasciato l’Istituto per un tour europeo di cui Milano costituisce una delle tappe fondamentali, dove grandi maestri quali Pierre Auguste Renoir, Claude Monet, Edgar Degas, Eduard Manet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Alfred Sisley si confrontano con gli esponenti della Scuola di Barbizon (Camille Corot, Jean François Millet, Théodore Rousseau), con i contemporanei accademici (William Adolphe Bouguereau, Jean Léon Gérôme) e con i post impressionisti (Henri de Toulouse Lautrec, Paul Gauguin, Pierre Bonnard). Il criterio che ha guidato i coniugi Clark nelle loro scelte - come avviene per ogni collezionista appassionato - è quello della bellezza, del piacere che dà un dipinto a chi lo guarda e così la mostra milanese (curata da Richard Rand, catalogo Skira) è un susseguirsi di quadri piacevoli con alcune punte di eccezionale qualità. Il percorso non si snoda in ordine cronologico ma è come un insieme di appunti su vari temi che hanno particolarmente interessato gli impressionisti e sui quali si coaugulano alcune opere: l’impressione, la luce, la società, il corpo, i volti, il piacere. E l’inizio è subito una immersione nella luce: quella luce mobile, mutevole che impregna e sostanzia l’essenza stessa delle cose dipinte: persone, fiori, alberi, edifici, rocce, mare, spiagge, animali. E’ una luce tremula quella che avvolge come una carezza il paesaggio innevato sul fiume «Loing» di Sisley mentre i campi di tulipani di Claude Monet ravvivano gioiosamente di rosso, di giallo la verdeggiante terra di Sassenheim. Il succo distillato della freschezza del colore permea le rose che Eduard Manet ha posto sbrigativamente in un trasparente vaso di vetro in cui i verdi gambi provocano nell’acqua virtuosistiche rifrazioni: il confronto è con le sciolte, festose peonie di Renoir e con le timide dalie della Morisot. Che splendido spettacolo offrono quegli alberi dorati d’autunno che avvolgono l’ombroso ruscello leggermente increspato da un gruppo di oche che avanzano quietamente! Qui Monet raggiunge effetti atmosferici di eccezionale intensità come Renoir in quel «Tramonto» in cui l’ultimo sole infuoca la superficie del mare mentre il cielo si sta incupendo tra sfiniti bagliori. A Venezia Renoir riesce a cogliere la limpida luce caratteristica della città così come Napoli è spolverata di un tenero rosa. Numerosi sono i suoi ritratti che immerge abilmente in ambienti che esaltano la sensibilità dei personaggi raffigurati: l’affascinante Madame Camille Monet, morta di cancro a 32 anni, avvolta in stoffe giapponesizzanti, la bionda e provocante «Ragazza che lavora all’uncinetto», «Thérèse Berard» coi sogni e le malinconie dei suoi giovani anni, le due dame nel palco splendidamente descritte con pennellate di una calda sensibilità acuita dal contrasto fra le morbide, bianche carni e i rossi variegati delle rose e del velluto di sfondo. La «bagnante nuda» di Renoir vibra di una palpabile sensualità che si estende all’ambiente naturale mentre la nudità della ragazza dell’accademico Bouguereau resta raggelata nella perfezione intatta della forma. Anche le scene orientali di Gérôme si cristallizzano nella loro piacevolezza formale di fronte alla disinvolta spigliatezza delle ballerine e dei cavalieri di Degas, pur saldamente strutturati, e alla felicità, all’immediatezza espressiva della graziosa «Fanciulla con uccello» in costume algerino di Renoir. La «galleria» dei ritratti consente illuminanti confronti il cui perno è sempre Renoir, autoritrattosi a 34 e 55 anni con la luce radente in superficie che mette in risalto le fattezze esteriori come specchio di quelle interiori. Degas scava nella solida scorza borghese racchiusa nel proprio privato; Toulouse Lautrec esalta la sfrontatezza di Carmen; Gauguin rompe con gli schemi precedenti con la «Fanciulla cristiana» che sta pregando e indossa uno sgargiante abito giallo che occupa quasi tutta la scena dipanata su larghe campiture cromaticamente compatte. Ricordiamo infine lo spigliato racconto di Giovanni Boldini con la ragazza che attraversa la strada e il bosco ovattato di rugiadosi piccoli tocchi divisionisti di Pissarro. Ma si potrebbe continuare.  

 

 

 

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