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Così nacque il "Giornale del Taro"

Così nacque il "Giornale del Taro"
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Giuseppe Martini

Non è esatto dire che la "Gazzetta di Parma" fra il 1811 e il 1814 prese il nome di "Giornale del Taro": il foglio fondato (probabilmente) all’epoca del duca Carlo I era stato soppresso all’arrivo delle truppe napoleoniche a Parma già dal 1796, e il giornale del nuovo dipartimento imperiale ricavato sui confini dell’ex ducato borbonico era di fatto un oggetto di contenuti e forme differenti.
 Ne ereditò comunque le funzioni, questo sì, che erano quelle di foglio di regime con il compito primario di divulgare gli atti ufficiali e di aggiornare sommariamente sulla politica estera - era principalmente eco del "Moniteur Universel".
Ai lettori disavvezzi al rapporto con un periodico locale - quindici anni nei quali era successo di tutto - il nuovo giornale che uscì per la prima volta il 5 marzo 1811 dai torchi della tipografia Carmignani in Piazza Grande, autorizzata a stamparlo con atto prefettizio del 4 febbraio 1811, si presentava con lo stesso panorama di notizie brevi (e accuratamente filtrate) dall’estero e con la consueta cadenza bisettimanale in uscite al martedì e al sabato, ma con un formato più grande, quattro pagine (un eventuale raddoppio di foliazione veniva giustificato come "supplemento") e credenziali di comunicazione del tutto nuove.
Innanzitutto dal punto di vista meramente tipografico. Carmignani conserva sì un carattere di famiglia bodoniana, ma introduce gradatamente il maiuscoletto e abbonda in filetti, anche verticali a separazione delle due colonne di testo della pagina: talvolta questi filetti risultano di particolare riuscita mantenendo, specialmente quelli orizzontali, una linearità continua per parecchi centimetri senza lasciare intravedere le giustapposizioni dei segmenti tipografici.
Questa scelta legata alla linearità grafica andava di pari passo all’eliminazione delle elaborate cornici che racchiudevano il titolo della testata nella "Gazzetta" stampata da Bodoni, congrue al gusto figurativo dell’età di Ferdinando e al mantenimento di un’immagine unitaria del mondo ducale, anche se già gli ultimi numeri della "Gazzetta" del 1796 avevano abdicato a favore di una cornice lineare ormai neoclassicheggiante.
Nel "Giornale del Taro" il titolo è invece libero, in tondo e non più in corsivo, a cui è sotteso un filetto ondulato che lo separa dalla data. In ordine a questo programma di sobrietà grafica, vengono cassati i capolettere ancora in uso dalla "Gazzetta" e introdotti i trattini per gli elenchi e le virgolette ad ogni capoverso nei discorsi diretti o nelle citazioni.È comunque sul piano dei contenuti che la nuova testata - diretta da Angelo Pezzana fino al 24 gennaio 1812 e poi da Domenico Rossetti - si inserisce in maniera innovativa nel rapporto con i lettori: non si pone più infatti come mero albo cronachistico e divulgatore di giurisprudenza amministrativa, né si presta come era la "Gazzetta" settecentesca ad assumere il ruolo di recensioni o di contenitore saggistico, pur di estremo interesse scientifico, ma introduce aggiornamenti economici, una fitta sezione di annunci per lo più immobiliari e spesso un indovinello a chiusura di numero.
Restavano, quelle sì, le poesie, spesso di autori di grido come Giuseppe Pelleri e Angelo Mazza, ma che nel mondo complesso di un regime occhiuto come quello napoleonico potevano andare incontro a qualche disavventura, come l’ode in onore del compositore piacentino Giuseppe Nicolini uscita nel 1812, nella quale il malizioso prefetto del Taro Dupont Delport volle leggere allusioni ambigue e non lusinghiere verso i Francesi, come ricordato già da Lucia Pelagatti sulla "Gazzetta" del 26 febbraio 1978.
Con gli annunci entriamo invece in un nuovo mondo giornalistico per Parma, un mondo fortemente intrecciato con la rivoluzione immobiliare avvenuta in città dopo le massicce espropriazioni seguìte alla soppressione dei conventi nel 1810, che avevano ridisegnato la mappa urbana e suburbana. Quasi sempre redatti in francese, quegli annunci che spesso occupavano un terzo o talvolta metà della pagina, stabilivano una nuova corrispondenza con il lettore, trasferivano il giornale dalla bacheca all’uso mano, lo ponevano non solo come gridario di notizie ma anche come guida o riferimento al paesaggio quotidiano della città.
Si aggiunga la sottile manovra di esortazione alla produzione agricola con la quale l’Impero cercava di rispondere alle deroghe legate al Blocco Continentale, che aveva comunque l’effetto di parlare direttamente ai lettori, di abbattere barriere di comunicazione fra l’istituzione-giornale e i suoi destinatarii, e avremo la fisionomia di un giornale che rispondeva a una realtà sociale in rapido cambiamento. Certamente il vertice di questo nuovo rapporto si stabiliva con l’introduzione dell’enigmistica, colpo di marketing e al contempo sdrammatizzazione implicita alla rassegna cronachistica e regolamentare, destinata a diventare un luogo fisso della "Gazzetta" quando nel 1814 riprenderà le pubblicazioni.
Nel numero di ducento anni fa all’incirca, quello di martedì 9 aprile 1811, ad esempio, accanto alla cronaca politica, si avvisava della distribuzione di quote di larve di bachi da seta, del prezzo locale del pane e dell’istanza all’ufficio ipotecario su due proprietà nel Piacentino. Parma entrava quindi nell’Ottocento anche attraverso questo giornale che coniugava la dimensione della cronaca politica internazionale con quella dell’interesse quotidiano, rese attraverso una compatta solidarietà con l’ideologia imperiale e attento a catturare il lettore con il divertissement. Certo, nel numero del 9 aprile manca l’indovinello, ma c'è l’estrazione del lotto di Strasburgo (70, 71, 38, 41, 23). Del resto anche se chiamati indovinelli, erano in realtà sciarade. I lettori del 30 aprile 1811 si trovarono ad esempio questa: "In sabbioso terren cresce il mio primo, / in cielo, in terra e 'n mar trovi il secondo, / e nel mio tutto così mi sublimo, / che sono chiamato omai Signor del Mondo". La soluzione, scontata, comincia con la stessa lettera con cui comincia questo articolo.

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