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Le illusioni di un'anima ferita

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Anna Folli
Bastano poche pagine a Irène Némirovsky per delineare con inarrivabile sottigliezza psicologica e senza una sola sbavatura, atmosfere e stati d’animo dei suoi personaggi.
Lo dimostra ancora una volta nell’ultimo romanzo appena uscito da Adelphi, la casa editrice che da alcuni anni, dopo lo straordinario successo di «Suite Francese», sta pubblicando tutte le opere dell’autrice russo-francese.
E sempre, a rischio di sembrare banali, viene da chiedersi quante pagine straordinarie sarebbero potute ancora nascere se la Némirovsky non fosse scomparsa a trentanove anni nello sterminio di Auschwitz.
«Il vino della solitudine» inizia con un’immagine apparentemente serena: fiori di tabacco e di reseda che ingombrano la terrazza, le acacie del cortile illuminato dalla luna e una lampada a petrolio alla cui fiamma si bruciano le ali delicate delle falene. In questa casa di Kiev, nella sonnolenta provincia sperduta nel cuore della Russia, si consuma la triste infanzia della protagonista: Hélène Karol.
A causare la sua infelicità è la mancanza d’affetto dalla madre e la noncuranza del padre. Bella, la madre, è presa solo da sé stessa e dai propri amanti, mentre Boris Karol cerca il riscatto dalla condizione di «piccolo ebreo oscuro», accumulando denaro che poi perde ai tavoli da gioco. In questo triangolo familiare, Irène mette molto di sé stessa. «Il vino della solitudine» è infatti il più autobiografico dei romanzi della Némirovsky, anche se in altre opere precedenti, come «Il ballo» e «David Golger», aveva già ricreato questa sua dolorosa solitudine affettiva che corrisponde ad una ferita reale e mai cicatrizzata della sua esistenza.
Questa volta, però, colpisce la durezza del ritratto materno: la donna frivola e annoiata che conosciamo nelle prime pagine del libro si trasforma in una figura tragica che insegue inutilmente l’amore del giovane amante: «Nessun belletto – scrive l’autrice – poteva nascondere l’anima di quella donna che Hélène aveva conosciuto egoista, dura, piena di difetti, ma umana, capace di tenerezza, se non altro verso Max, e che la vecchiaia aveva come impietrito, trasformato in un mostro».
Nella prima delle quattro parti del romanzo (ognuna delle quali si conclude simmetricamente con una partenza) Hélène è una bambina insignificante e «invisibile» agli occhi materni. Ma è nella seconda, che si svolge a San Pietroburgo, che Hélène conosce la disperazione quando le viene tolta l’amata bambinaia francese, ingiustamente licenziata, che poi muore durante i disordini della rivoluzione d’ottobre.
Sono queste, forse, le pagine più belle del romanzo, in cui la Némirovsky riesce a far coincidere la piccola storia della famiglia Karol, con la grande storia che sta sconvolgendo il mondo. Nei capitoli successivi Hélène, che si sta trasformando in una giovane donna ormai consapevole del proprio fascino, decide di vendicarsi della madre e di farle scontare le sofferenze patite. Ma, arrivata a Parigi dove i Karol fuggono dalla rivoluzione bolscevica, il trionfo della propria giovinezza non procura a Hélène la soddisfazione immaginata.
L’odio non ha il gusto inebriante che da tanto tempo voleva assaporare. Ancora una volta, ad attenderla, c’è soltanto la solitudine.
Il vino della solitudine - Adelphi, pag. 245, 18,00

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