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Teatro della vita tra Dio e il nulla

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Giuseppe Marchetti

La prima affermazione perentoria è nel titolo: «Il mondo è rappresentazione» (Mondadori editore) di Ferruccio Parazzoli. La seconda, non di minor peso, è nel fascino della leggenda, nel fascino, cioè, che la leggenda comunque narrata esercita e consacra. La terza, è pur essa manifestamente dichiarata: «Tutto ciò che accade è racchiuso nel fato come in un cerchio e pur procedendo da un infinito, quello del futuro, è però racchiuso nel fato». Attorno a queste sicurezze si struttura il magnifico e sorprendente nuovo romanzo  di Parazzoli, l'opera sua forse più completa  e complessa che egli pubblica adesso a settantasei anni, dopo un'operosa e ricca attività di scrittore, lettore, critico ed editore. «Il mondo è rappresentazione» ricalca in parte un altro titolo  famoso, quello di Schopenhauer «Il mondo come rappresentazione  e volontà» (Die Welt als Wille und Vorsetellung) e in parte - ma senza intenti dichiaratamente filosofici - ad essa si riconduce quando  possiamo osservare che all'interno del racconto la rappresentazione  non si struttura né per gradi né per tempi, ma secondo una energia creatrice che associa passato, presente e futuro, la leggenda  come dicevamo, l'adesso della nostra storia e un possibile  e probabile futuro già in buona misura consegnato al «carro dei vagabondi»  che siamo in perenne trasferimento da una vita ad un'altra sul nostro carro Leviatano. Non è facile dar conto di questo romanzo che sfugge a tutte le categorie  del nostro presente letterario. Non è facile e non è neanche  giusto, poiché se ne sacrificherebbe certamente qualche importante  segmento per segnalarne altri. Ma tuttavia occorre osservare come questo libro  così tanto a lungo progettato e pensato costituisca davvero oggi una pietra d'inciampo nel nostro povero e mediocre territorio della narrativa: una pietra che fa male ma esaltante (ci si permetta l'immagine!) che fonda non solo una solida proposta di lettura, ma anche una forte suggestione letteraria e di stile. La quale suggestione viene corroborata da una vivacissima tensione squisitamente narrativa che coinvolge dentro si sé l'atto della passione, quello della sorpresa, il timbro del poema, la paradossale verità della leggenda, il ritmo vertiginoso della cronaca e quello tremendamente macabro e sarcastico dell'infinita varietà degli episodi. Da qui, dunque, non solo la scoperta del  territorio di Euroland con il monaco Brendano, il teatrante capocomico Wulferio, la badessa Horoswita, Doppio Sombrero, Ossosacro, Ronaldino, Albino, Igino, Angelina, Testa nera e padre Crescenzio  (ma gli attori sono molti di più), ma soprattutto l'invenzione di un mondo parallelo al nostro (al mio, al loro e a quello dello scrittore  Ferruccio Parazzoli) che si leva dal tritume della realtà  per fantasticarne vieppiù realisticamente un'altra, quella che potremmo  definire con onesta approssimazione del poema. Scandiscono i cento passaggi dell'opera i versetti latini che Prazzoli  si è divertito ad infilare tra un episodio e l'altro al modo delle sacre  rappresentazioni studiate da Alessandro D'Ancora nel suo monumento  volume appunto sulle sacre rappresentazioni medioevale,  ma qua e là trapela lo spirito di Jacopone e quello di Feo Belcari,  spuntano i suggerimenti di Duby e di Freud, il teatro della Horoswitha, le novelle del Sacchetti e persino il film di Herzog «Fitzcarraldo»: la confusione pare inestricabile, ma Parazzoli abilmente invece la districa ed è capace di restituirci una fluidità di racconto  molto affascinante: cosa del tutto estranea alla nostra narrativa di oggi che se non s'insudicia di sangue e di sperma, non riesce  a formulare, in gran parte dei romanzi, una passabile eleganza di contenuti e di stili. Il monaco Brendano è il gran motore delle vicende qui narrate e come tutti i raccontatori interpreti oscilla tra Dio e il Nulla, tra le singole storie di Ognuno e il Mondo che l'arte avvincente di Parazzoli ha stipato in questa sua «Commedia» dai risvolti tragici e comici sapientemente alternati, in balìa dei quali tutta la narrazione si trova come una «pedina dell'eterno gioco tra Dio e l'Avversario». Nella realtà dei fatti, quindi, Parazzoli ci confessa di essere, come alcuni dei suoi personaggi, dentro il monastero di Gandersheim, ma parimenti di sorvolare il mondo con la festosa irrazionalità di una rappresentazione che abbraccia l'intero territorio della storia e dell'espressione letteraria, un poco con la voce e la vocazione di Cassandra e un poco con la gioia di una rivelazione che va dall'Imperatore, un Ottone III di Turingia, al carro dei vagabondi Leviatano con Tempestaria e Wulferio. Ma le nostre semplici parole non possono circoscrivere adeguatamente la maoticità preziosa del romanzo che richiede un assoluto abbandono da parte del lettore il quale se ne troverà alla fine ben ricompensato.

Il mondo è rappresentazione
Mondadori ed., pag. 379, € 20,00

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